La banalità del male, i due pesi e le due misure dell’ideologia

Maurizio De Tullio commenta, da par suo, alcuni recenti episodi di cronaca (purtroppo nera), inquadrabili nel difficile percorso dell’integrazione tra italiani e stranieri. In una società di fatto multirazziale come quella in cui viviamo, che episodi di violenza possano vedere protagonisti persone di diversa nazionalità, è purtroppo sempre più probabile. L’aspetto più interessante dell’articolo di De Tullio sta nella sua analisi delle reazioni e degli echi mediatici che questi episodi hanno suscitato, che confermano come a questi fenomeni si guardi ancora attraverso la lente, spesso deformante, dell’ideologia. Ecco il testo di Maurizio, che Lettere Meridiane ringrazia per i suoi contributi sempre lucidi ed apprezzabili.
* * *

Due uomini sono appena fuori da un
bar, è sera. Uno è italiano, l’altro marocchino. Pochi attimi e uno dei due è a
terra, esanime. È successo a Terni, dove qualche giorno fa un marocchino, dai
precedenti complessi ma non violenti, in preda all’alcol, ha inveito contro un
ragazzone italiano – Davide, volontario del “118” – colpevole solo di stargli
di fronte.
Il marocchino, che brandiva una
bottiglia rotta a metà e diventata quindi un’arma impropria e pericolosa, in un
attimo di follia gli ha reciso la gola, uccidendolo in pochi istanti. Subito
arrestato, l’omicida da quel momento è diventato – specie per quegli italiani che
si riconoscono nel “Salvini pensiero” – l’ennesimo caso di feccia extracomunitaria da espatriare e far crepare in un carcere
del Marocco. Peccato che la quasi totalità dei cittadini ternani – famiglia e
amici del povero Davide in prima fila – nonostante l’accaduto, non abbiano reagito
alla stessa maniera, invocando solo giustizia e non vendetta per un giovane trovatosi
nel posto giusto ma nel momento sbagliato.
Un gesto di follia lo possono
commettere tutti, si sa. A cominciare dagli italiani. Basta vedere cosa è
accaduto ad una povera foggiana di 36 anni, Carmela Morlino, che da tempo aveva
denunciato il marito “padano”, protagonista di ripetuti episodi di lucida
follia, l’ultimo dei quali messo in atto con 15 coltellate ai suoi danni, giovane
madre di due bambini, testimoni terrorizzati e involontari dell’assassinio
della loro mamma ad opera del “civilissimo” papà italiano. Ultimo caso di una
serie infinita, come è noto.
Ma la cronaca, col suo carico di
luci della ribalta a corrente alternata, ci ha regalato – nelle stesse ore – un
analogo episodio di violenza estrema e gratuita.
Due uomini sono appena fuori da un
bar, è sera. Uno è italiano, l’altro marocchino. Pochi attimi e uno dei due è a
terra, esanime. Questa volta, però, il dramma accade al contrario.
Succede più a sud di Terni, nella
sempre più violenta San Severo, dove l’altra notte un tipaccio, “noto per il carattere violento e per reati
contro la persona e contro il patrimonio”
– come raccontano le cronache – per
futili motivi si è scagliato contro un 42enne marocchino ambulante, Moustafa.
Con un pugno, il sanseverese ha colpito
il poveretto, lasciandolo a terra privo di conoscenza. Battendo pesantemente la
testa sul marciapiede, sembrava già quasi morto. Ma è proprio in quel momento
che l’italiano, non contento dell’insano gesto, ha scatenato un supplemento di
violenza inaudita, infierendo brutalmente con altri pugni, come accade di
vedere sui ring, nelle fasi concitate di certi accesi match di boxe.
Tutt’attorno – lo si vede bene
dalle immagini – una decina di persone resta quasi del tutto indifferente nel
vedere a terra un moribondo, indifeso ed esanime, picchiato in modo barbaro e
crudele.
Ora, la mia domanda non è se, quando
e come i due protagonisti di queste due
storie quasi simili subiranno un equo processo, come tutti ci auguriamo.
Piuttosto mi chiedo a quale categoria umana appartengano gli spettatori di
quest’ultima vicenda, accaduta nel pieno centro di San Severo, a due passi dal
bellissimo Teatro Comunale.
Se non ci fosse stata la
telecamera di sorveglianza, con le immagini seguite “in diretta” dagli agenti
della Polizia di Stato intervenuti nel giro di pochi minuti e che proprio in
virtù di quella visione hanno potuto arrestare il sanseverese – che nel frattempo,
disfattosi del giubbotto, aveva tentato di depistare i poliziotti fingendosi
uno dei soccorritori – beh, davvero credete che qualcuno avrebbe avuto il
coraggio di chiamare le forze dell’ordine e, “peggio”, di indicare il colpevole?
Ma, sollevando un’altra questione
non meno grave, mi domando perché in casi come questi i giornalisti – quelli
“professionisti” e ben pagati delle TV nazionali – sono capaci di imbastire interi
cicli di puntate “a tema”, mentre col morto che questa volta ha la pelle scura,
citano il fatto (ammesso che lo citino) in poche righe e, nei quotidiani, lo
relegano nelle pagine interne, come se non avessero un comune denominatore.
Stesso grido di dolore? Stessa
evidenza nella scaletta dei TG e delle trasmissioni di approfondimento? Stessa audience del pubblico conformista? Ovviamente
no: piuttosto l’irritante e diseducativo “due pesi e due misure”.
Ma di marocchini assassini son
piene le nostre strade, direte. Già, magari come nel caso di Prato, dove, pochi
mesi fa, ad avere la peggio è stato proprio un giovane foggiano, figlio di un
noto professionista della ‘Foggia Bene’. Lo ricorderete: una sera, uscendo da
un locale, nell’attraversare una strada periferica (ma fuori dalle strisce
pedonali, posizionate a una decina di metri), il giovane – in un gesto improvvido,
atto a schivare l’auto – non aveva fatto in tempo a evitare la vettura, che lo
investiva, morendo quasi sul colpo.
A guidarla era proprio un
marocchino, ricercato per due giorni. Al terzo si era costituito, ammettendo le
responsabilità. Ma, a differenza del picchiatore sanseverese – che, per evitare
la cattura, aveva anche finto di soccorrere il malcapitato ambulante
nordafricano – nel caso di Prato l’investitore marocchino aveva subito prestato
soccorso, per poi fuggire preso dai sensi di colpa.
Mentre scrivo, Moustafa lotta
ancora tra la vita e la morte, a San Giovanni Rotondo, presso la Casa Sollievo
della Sofferenza.
Altre parole non mi vengono. Prego
solo Padre Pio, cappuccino divenuto Santo, di salvargli la vita e di redimere i
tanti, troppi che conoscono solo la violenza – fisica e delle parole – per
affermarsi in questa nostra Comunità, sempre più assuefatta alla legge del più
forte e tristemente orfana di valori minimi e, soprattutto, di un minimo senso
della pietà.
Maurizio De Tullio

Le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza e montate dalla Polizia di Stato di Foggia sono disponibili a questo collegamento.

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Autore: Geppe Inserra

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