Gargano, terra sperduta. Giuliani riscopre Beltramelli.

Puntuale e rigoroso filologo, Francesco Giuliani è tra i più geniali scrittori pugliesi, e sicuramente il più borgesiano. L’ho amato in modo particolare per certe pubblicazioni, edite da “Il Rosone” in cui racconta e parla di francobolli così come lo scrittore e poeta argentino ha saputo fare in modo supremo in Finzioni e ne La Biblioteca di Babele. Di Borges ha il gusto del dettaglio che custodisce in se stesso un universo. E nella sua certosina opera di filologo, s’industria meritoriamente a recuperare la memoria e le parole di scrittori dimenticati. Come il grande Antonio Beltramelli, che fu tra i primi a raccontare il Gargano.
Giuliani ha ritrovato un articolo di Beltramelli, scritto qualche anno prima che venisse pubblicato il suo reportage garganico, che uscì nell’ambito della collana Italia Artistica (Lettere Meridiane ne ha parlato in diversi post, che potete trovare qui). L’articolo, intitolato Terre Sperdute e comparso sulla rivista milanese Varietas, nel 1905, è di notevolissima fattura giornalistica e letteraria. Francesco Giuliani lo ha ripreso, commentandolo con la consueta mastria critica, e pubblicato per le edizioni digitali del Centro Interuniversitario Internazionale di Studi sul Viaggio Adriatico (C.I.S.V.A.). Potete leggere i ltuo qui sotto. Se volete scaricare il documento originale, lo trovate qui.
Le fotografie che illustrano il post sono tratte dal reportage garganico di Beltramelli, e sono state colorizzate utilizzando la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification). Buona lettura.

* * *

ANTONIO BELTRAMELLI
NEL GARGANO D’INIZIO NOVECENTO

Lo scrittore Antonio
Beltramelli è da tempo caduto in disgrazia e i suoi libri non si leggono più,
anche se non mancano delle riedizioni. L’ultima, in ordine di tempo, è
rappresentata dal volume di novelle che il «Corriere della Sera» ha dedicato
alla narrativa della prima guerra mondiale [1] .
I suoi testi, in ogni
caso, sono molto presenti nelle biblioteche, a testimonianza della ben diversa
considerazione di cui ha goduto nella prima parte del Novecento, quando fu uno
tra gli scrittori di maggiore successo.
Nato a Forlì, in
quella Romagna spesso al centro delle sue opere e di cui doveva diffondere il
mito di un positivo ed esuberante vitalismo, si pose subito al centro del mondo
letterario e giornalistico, cimentandosi in diversi generi, dal racconto al
romanzo, dalla poesia alla produzione per ragazzi, e collaborando a varie
testate, nazionali e regionali. Da notare che la data di nascita riportata in
quasi tutti i testi, inclusa la monografia di Antonio Piromalli [2] , è l’11
gennaio 1879, ma altre fonti di area romagnola, compreso lo stradario della
città di Forlì [3] , spostano l’anno al 1874. Scrive a tal proposito Antonio
Castronuovo che «era un vezzo dello scrittore ringiovanirsi di cinque anni» [4]
, e dunque, a quanto pare, Beltramelli ha vissuto 56 anni, non 51.

I suoi spiriti
nazionalistici, ben presto rivelati, lo portarono a sostenere l’ingresso
dell’Italia nella prima guerra mondiale e, in seguito, ad aderire sin dalla
prima ora al Fascismo, con una coerenza che anche i suoi più acri detrattori
gli riconoscono. Nel 1923, ad un anno dalla marcia su Roma, pubblicò una nota
biografia del suo conterraneo Mussolini, L’uomo
nuovo
, che venne ristampata più volte durante il Ventennio; era un’opera scritta
in chiave apologetica, com’è facile comprendere, che il diretto interessato
gradì molto, non dimenticandosi mai di lui.
Il nome di
Beltramelli si ritrova in calce al Manifesto degli intellettuali fascisti di
Gentile, nel 1925, e pochi anni dopo, nel 1929, nell’elenco dei membri
dell’Accademia d’Italia. Lo scrittore giunge così all’apice della fortuna, ma
la sua esistenza è prossima alla fine e nel 1930 si spegne prematuramente a
Roma, a causa di un tumore.
Nel 1940 la
Mondadori, nella collezione Omnibus,
pubblica in due volumi tutti i romanzi, sette per la precisione. Il primo, Gli uomini rossi, apparso
originariamente nel 1904, è legato alla descrizione delle accese lotte
politiche che caratterizzavano la zona nativa del Nostro; nell’opera compare già
quel vigoroso e prepotente cavalier Mostardo, al cui nome, nel 1921, sarà
intitolato un successivo romanzo, che è stato il personaggio più noto creato da
Beltramelli.
L’anno dopo, nel
1941, la stessa casa editrice pubblica un corposo volume di oltre mille e
duecento pagine, intitolato Le novelle,
altrettanto significativo per comprendere i caratteri della produzione del
Forlivese e per evidenziare i suoi modelli letterari, a partire dagli scritti
di d’Annunzio.
Letti oggi, senza
farsi condizionare dai riferimenti e dai condizionamenti ideologici, che nel
tempo hanno non di rado condizionato le valutazioni critiche, in entrambi i
sensi, i tre volumi in questione rendono difficile una riscoperta del
Beltramelli narratore. Il mondo rappresentato è lontanissimo dal nostro, reso
con una penna che oscilla tra impennate liriche e momenti più realistici, senza
riuscire a dare alla pagina un tono unitario. Beltramelli appare talvolta
manierato, talaltra incapace di dare ai suoi personaggi una caratterizzazione che
vada oltre un disegno sommario. Anche la sua ironia riesce convincente solo di
rado, svelando chiaramente dei limiti.
Insomma, in queste
circa duemila pagine abbiamo trovato poco di realmente convincente. Eppure nel
quadro dell’amplissima produzione del Forlivese si trova anche dell’altro, e ci
riferiamo in particolare ai libri di viaggio, che si leggono ancora con grande
interesse. Beltramelli, pur vantandosi sempre delle sue origini e della sua
dimora di campagna, La Sisa, tra
Forlì e Ravenna, pur esaltando il mondo provinciale e contadino, nel quale si
trovava a suo agio, aveva viaggiato molto, «aveva girato mezzo mondo, s’era
spinto fino al limite dei due deserti, quello africano e quello polare», come
scrisse l’amico Antonio Baldini, componendo un brillante ritratto che porta la
data del 1930, l’anno della morte del Nostro [5] .
Giovanni Pischedda,
che nel 1941 ha pubblicato un Saggio su Antonio Beltramelli, ha tra l’altro
scritto:
Collaboratore dal 1907 al 1910 del
“Corriere della Sera”, che lo fece viaggiare in Norvegia, in Grecia, nel
Nord-Africa, in Libia, il Beltramelli dai suoi viaggi e dalla sua permanenza in
Libia durante l’occupazione trasse materia per varî volumi: “Il diario di un
viandante”, “Attraverso la Svezia”, “Paesi di conquista”, “Le Novelle della
Guerra”
[6] . L’elenco
comprende anche dei libri dedicati a luoghi e città italiane, come Da Comacchio ad Argenta. Le lagune e le bocche del Po, del 1905,
e Ravenna la taciturna e Il Gargano, del 1907.
In generale, si può
dire che il contatto con la realtà dei luoghi stimola positivamente
Beltramelli, permettendogli di esprimere al meglio le sue doti di letterato,
senza però perdere di vista la concretezza, con un ancoraggio che si rivela
proficuo.
Di qui, pertanto, il
fascino della sua monografia garganica, che a dispetto dei romanzi e dei
racconti ha superato il traguardo del secolo senza perdere nulla della sua
originalità. Anzi, l’effetto di queste pagine viene amplificato dal passare
degli anni, dagli abissali cambiamenti che si sono avuti nel frattempo.
Il volume Il Gargano, con 148 pagine e 156
fotografie, appare nel 1907 nell’ambito della collezione di monografie Italia Artistica, diretta dal noto
storico dell’arte Corrado Ricci. Ancor oggi molto diffusi e considerati, i
testi di Italia Artistica, editi
dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo, sono affidati ad autori
spesso illustri, da Giuseppe Lipparini a Giuseppe Antonio Borgese, da Enrico
Corradini a Federico De Roberto. In ogni volume monografico la parola si sposa
con l’immagine, ragion per cui la trattazione viene completata da un ricco
repertorio di fotografie, scelte con cura.
Nel 1905 appare il
quattordicesimo testo, il già ricordato Da
Comacchio ad Argenta. Le lagune e le bocche del Po
[7] , scritto da un
Beltramelli che aveva ormai guadagnato una certa considerazione nell’ambito
letterario e giornalistico. È un riuscito itinerario, che lo rende affidabile
anche per il volume sul Gargano, dove Beltramelli non era mai stato prima.
Sull’argomento,
possediamo delle utili informazioni lasciateci dallo studioso peschiciano
Michele Vocino, il quale, oltre ad essere stato un autorevole esperto di
diritto marittimo, ha dedicato numerosi libri alla sua terra nativa. In Alla scoperta della Daunia con viaggiatori
d’ogni tempo
, apparso nel 1957, Vocino ricorda:
Ma il Ricci lo aveva prescelto, come
poi questi ebbe a dirmi, perché pensava che il Gargano meglio poteva
descriverlo un poeta anziché uno storico o un freddo osservatore, visto che il
Beltramelli aveva appunto anima d’artista e di poeta
[8] .
Vocino cita anche una
missiva indirizzata a lui dal Forlivese nel febbraio del 1906, in cui questi si
dichiara «entusiasta di quella terra meravigliosa» [9] .
Ma in che anno
Beltramelli giunge sul Gargano? La data è di sicuro anteriore all’ottobre del
1905, quando sulla rivista mensile illustrata «Varietas», che si pubblica a
Milano, appare l’articolo Terre sperdute,
ricavato dall’esperienza pugliese. È molto probabile che il viaggio risalga
proprio all’estate del 1905.
Lo scritto ospitato
da «Varietas» occupa cinque pagine ed è accompagnato da sette fotografie, tutte
scattate da Beltramelli, che le riutilizzerà anche nel libro del 1907.
Il titolo è di per sé
emblematico della volontà dell’autore di calcare la mano sull’isolamento e
sulle peculiarità della terra garganica. Nello sperduto Gargano la civiltà
moderna non è ancora giunta e sopravvivono ancora moltissime superstizioni,
come esemplifica l’episodio iniziale, nel quale viene descritto l’incontro con
un vecchio pastore, espressione di un’antichissima civiltà, che porta al
pascolo un gregge di pecore tutte nere e dagli occhi gialli. Gli animali, però,
sono vittime del laùro, un folletto dispettoso e permaloso, tipico, in verità,
del folklore della Puglia meridionale, dell’area salentina, dove si ritrova al
centro di tantissime narrazioni popolari, alle quali evidentemente Beltramelli
si rifà. Scrive il Forlivese:
Il mio vecchio parlava volontieri,
senza diffidenza, quasi dicesse ad un figlio le cose imprescindibili alla vita
errabonda di chi non è signore se non della via sterminata
[10].
L’uomo è loquace e
aggiunge molte notizie sul comportamento del laùro, che tra l’altro si era
accanito contro una sua cugina, fino a portarla alla morte.
Sono incontri che
possono avvenire in questa realtà periferica, sembra dirci Beltramelli, che
però non inserirà questa scena nel libro del 1907, nel quale, nel secondo
capitolo, si limiterà ad osservare un pastore con il suo gregge di capre,
soffermandosi sul suo canto melodioso.
L’articolo affianca
agli episodi significativi anche dei momenti di sintesi, in cui il Forlivese
mostra di avere già le idee ben chiare sul futuro libro garganico. Nel secondo
paragrafo, pertanto, lo scrittore si diffonde sui pregi geografici della
regione:
Se v’è un paese prediletto dalla
varietà, questo è il Gargano, il promontorio rossigno che si lancia
nell’Adriatico per settanta chilometri, formando lo sperone d’Italia
[11] .
In pochi righi,
Beltramelli compendia con grande efficacia la diversità degli ambienti
garganici, che rendono la zona incantevole, giustificando i sacrifici richiesti
al viaggiatore, rappresentati in primo luogo dalla mancanza di strade, ferrovie
e alberghi:
Il viaggiatore che voglia chiuder gli
occhi su gli inconvenienti su citati, sarà compensato ad usura dalle sensazioni
che potrà raccogliere. Io non dimenticherò mai il Gargano, per quanto v’abbia
conosciuto insetti nemici, osti imbroglioni e cibi indigeribili. Ciò non è
poco, ma, si sa, tanto più si apprezza un bene, quanto maggior sacrificio vi è
costato
[12] .
I rilievi ovviamente
fotografano la realtà dell’epoca ed erano stati colti già dai viaggiatori che
avevano preceduto il Forlivese nella regione, così come i pregi naturalistici.
I due proverbiali lati della medaglia sono illuminati con efficacia
dall’esperto letterato, anche se con una nota di colore che sarà attenuata nel
volume della collana Italia artistica.
L’episodio del pessimo albergo di Vico del Gargano, la visita nella Foresta
Umbra, il riferimento ai briganti e ai mille rifugi naturali offerti
dall’impervia natura della regione, sono altri tratti di pennello dalle tinte
decise, con cui Beltramelli completa il suo quadro.
Il momento più forte
è rappresentato dalla descrizione del flagello della malaria, nella zona del
lago di Varano, dove la gente vive nelle capanne, nell’estrema povertà:
Vidi in quel singolare paese che sia
mai il malanno della febbre; vidi creature macilenti, gialle, inebetite; vidi
fanciulli seminudi, dai ventri enormi sì che parevano piccoli otri più che
esseri umani; vidi l’abbrutimento del male, l’incoscienza dell’orrore, la
dolorosa rassegnazione alla morte. E la terra è bella, è ricca, florida,
ubertosa e pare nasconda incomparabili tesori…
[13] .
Il letterato, alle
prese con uno spettacolo che anche in Il Gargano sarà alla base di pagine
commosse, calca la descrizione con un’anafora insistita («Vidi») e con una
forte aggettivazione, evocando per un istante degli scenari danteschi. Dopo
aver raggiunto il suo culmine, l’articolo si chiude ribadendo ulteriormente il
carattere di zona isolata della regione, con quest’ultima, riassuntiva
considerazione:
Tanta miseria è fra tante bellezze. Il
Gargano, la terra sperduta che pochi sentono nominare, la terra delle selve,
dei giardini, degli aranceti, alla quale un intero popolo volge il suo
pellegrinaggio annuale per la fede nell’Arcangelo che vi apparve, si domanda
ancora se la civiltà, della quale sente favoleggiare talvolta, non sia il più
lontano fra i miti od il più inverosimile fra i sogni.
E non ha torto [14] .
Nel libro del 1907 le
pagine di Terre sperdute non saranno
riprese pedissequamente, il che si spiega anche pensando al fatto che i volumi
della collezione venivano presentati come nuovi ed inediti. Oltre alla
scomparsa di ogni riferimento al laùro, l’albergo di Vico del Gargano lascerà
spazio ad uno di Manfredonia, mentre il nome degli ultimi briganti della zona,
Fraccaroli, verrà corretto in Frattarulo (più precisamente, Frattaruolo), e
Beltramelli non dirà più di essersi imbattuto in un loro cugino, ritenendo
evidentemente di essersi lasciato troppo trasportare dalla penna e dalla
ricerca di forti effetti. Non c’è dubbio, d’altra parte, che le pagine di Terre sperdute siano ancor oggi
godibilissime e di grande interesse, consegnandoci il ritratto d’autore di una
terra ricca di varietà e di peculiarità, nella quale di lì a pochi anni sarebbe
sorto l’astro di padre Pio da Pietrelcina.
FRANCESCO GIULIANI
1 ANTONIO
BELTRAMELLI, Novelle della guerra, «Corriere della Sera», Milano, 2016.
2 Cfr. ANTONIO
PIROMALLI, Antonio Beltramelli, in Letteratura Italiana. I contemporanei, IV,
Marzorati, Milano, 1974, p. 99.
3
Cfr.www.comune.forli.fc.it/servizi/gestionedocumentale/.
4 Cfr. ANTONIO
CASTRONUOVO, Antonio Beltramelli: il successo e l’oblio, in «la Biblioteca di
via Senato»
, Milano, ottobre 2016, p. 7. 14 Ibidem.
5 Cfr. ANTONIO
BALDINI, Beltramelli, in Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace,
Sansoni, Firenze, 1953, pp. 389- 390.
6 Cfr. GIOVANNI
PISCHEDDA, Saggio su Antonio Beltramelli, Giuseppe Intelisano Editore, Catania,
1941, pp. 86-87. 
7 Il libro è stato
ristampato nel 1994 dall’editore Boni di Bologna.
8 Cfr. MICHELE
VOCINO, Alla scoperta della Daunia con viaggiatori d’ogni tempo, Studio
Editoriale Dauno, Foggia, 1957, p. 80.
9 Ivi, p. 81.
10 ANTONIO
BELTRAMELLI, Terre sperdute, in «Varietas», Milano, ottobre 1905, p. 459.
11 Ivi, p. 460.
12 Ivi, p. 461.
13 Ivi, p. 463
14 Ibidem.

TERRE SPERDUTE

Scendevo da Monte
Sant’Angelo verso la Selva Umbra che sorge nel cuore del Gargano, in una
solitudine corsa unicamente da uno scarso popolo di pastori e di carbonaî;
m’era compagno di cavalcatura un barocciajo che mi s’era offerto quale guida
nell’interno del promontorio, percorso da sentieri rupestri e da poche vie
mulattiere; scendevo in silenzio verso la profonda Valle delle Rose, dominata, ad oriente, dall’erta cresta su la
quale si eleva Monte Sant’Angelo, la bianca città sorta, nei secoli, intorno
alla caverna sacra all’arcangelo San Michele.
Rompeva l’aurora
negli estremi cieli; innanzi a noi alcuni carbonaî cavalcavano verso la selva
non lontana.
Ci fermammo ad una
fonte al principio dell’aspra valle animata da qualche vigneto e da poche case,
le ultime che si incontrano sul cammino; un pastore s’era fermo a dissetare il
suo gregge. Aveva un gregge di pecore tutte nere, dagli occhî gialli; erano
agili come cerbiatti. Quando mi vide tolse un suo secchiello che teneva appeso
alla cintura, lo appressò alla fonte e mi offerse da bere, sorridendo. L’atto
di squisita cortesia ci rese amici in un battibaleno. Appresi così gli antichi
insegnamenti che i popoli pastori si tramandano da immemorabili età. Il mio
vecchio parlava volontieri, senza diffidenza, quasi dicesse ad un figlio le
cose imprescindibili alla vita errabonda di chi non è signore se non della via
sterminata.
– E vedi, signoria,
diceva fissandomi negli occhî, ora che la rugiada è ancora sul serpillo e su la
menta, non le faccio pascolare le pecore mie, ché ne morrebbero, e cammino
sempre col sole alle spalle, perché il sole acceca le pecore e le fa morire di
consumamento.
Stretto in una massa
compatta stava il gregge immobilmente attendendo una voce di avvio del suo
signore per riprendere qualche sentiero verso le lontane macchie. Osservai come
qualche pecora dondolasse il capo senza posa, quasi volesse sbarazzarsene.
– Le ho segnate,
disse il pastore notando la mia attenzione, domani forse salirò a Monte
Sant’Angelo per venderle. Sono vittime del Laùro.
E mi descrisse poi il
nano maligno che si compiaceva di simili scherzi.
– È alto così, due
palmi, non più; veste sempre di velluto nero e porta un gran cappello alla
calabrese, coi fiocchi. È capriccioso, vano e cattivo. Se fosse un gigante
avremmo a temerlo! Se tu gli chiedi quattrini ti regala dei cocci, e se gli
chiedi sabbia t’empie le mani di belle monete d’oro. Ho veduto gente che il
Laùro ha arricchita, gente che non possedeva un grano di sabbia e che mangiava
la farinella [Farinella è una farina
di granturco mista con farina di piselli e di castagne. In Puglia la povera
gente mangia detta miscela senza pur tentare cuocerla o impastarla. (n.d.a)] .
E io lo conosco il piccolo mostro; una volta prese ad odiare la mia cugina e le
era sempre attorno e non le lasciava pace mai, né giorno, né notte. Passava
presso una macchia? e il Laùro
l’afferrava per le gonne e la faceva cadere; tentava dormire? non aveva appena
chiuso gli occhi che il nano maligno le si sedeva su lo stomaco e le dava
l’incubo. Una persecuzione, un malanno! Un giorno Cajèla viene ad incontrarmi e
mi dice: «Vecchio, io non posso reggere, io me ne vado.» Non potevo dirle:
«No!» Risposi: «Fa ciò che credi», ed ella decise cambiar casa. Quando fu per
andarsene, aveva già posto tutte le masserizie sue sul traino, ricordò di aver
dimenticato una scopa e tornò in casa per prenderla; ma non era appena apparsa
nella stanza vuota, che eccoti sbuca fuori il Laùro, le si pianta innanzi e le
dice: «Questa la porto io. Andiamo alla casa nuova!» Tu non lo crederai,
signoria, fu tale la guerra del nano che la povera figlia ne morì.
«E i suoi dispetti?
Molte volte entra nelle stalle e toglie l’avena ad un cavallo per darla ad un
altro; oppure li lega insieme per la coda o per la criniera o li tosa in un
modo strano che fanno ridere. Perché è anche buffo e vuol ridere ed ha una
bocca larga come un otre. «Però ha paura; ha paura dei morti. La notte del 2
novembre, quando tutte le povere anime dei morti appajono vestite in bianco
recando grandi torcie accese e si aggirano in fila come un serpente sterminato,
il Laùro piange e trema e corre a nascondersi sotto le sottane delle donne. Chi
vuol chiedergli un favore conviene attenda quella notte; allora fa tutto ciò
che gli si domanda. Molte altre cose avrebbe dette il buon vecchio loquace se
avessimo voluto ascoltarlo; ma la via era lunga e difficile. Quando si
allontanò pe’ suoi sentieri remoti, udii la sua voce cantare, quasi sul ritmo
dei campanacci delle guidajuole, una dolce nenia antica:
«Di te sonn ‘ammurate
l’acqua di ‘sta fonte
ch’ogne malate sane…»
E ci avviammo verso
l’antichissima selva.
***
Se v’è un paese
prediletto dalla varietà, questo è il Gargano, il promontorio rossigno che si
lancia nell’Adriatico per settanta chilometri, formando lo sperone d’Italia.
Dalle campagne di Manfredonia corse dai grandi trattùri (che son le vie degli
armenti) fiorite dalle selvagge macchie dei fichi d’India, squallide in parte,
nella loro desolata vastità, alle altitudini di Monte Sant’Angelo, la città
che, a 890 metri sul livello del mare, domina l’intatta compagine dì tutto il
promontorio; dagli incanti della Selva Umbra alle miserie del Lago di Lesina e
del Lago di Varano, nei quali la febbre fa strage; dalla Riviera di Rodi, che
supera incomparabilmente le bellezze della Riviera Ligure, ai bianchi scogli di
Vieste, la bella abbandonata che si trova a sedici ore dalla ferrovia in una
zona in cui fa capo una sola strada carreggiabile; da Santa Maria di Merino, a
Porto Greco, a Mattinata è un panorama continuamente diverso che si presenta al
viaggiatore il quale voglia avventurarsi in un paese civile che non possiede
ferrovie ed alberghi; che ha poche strade e pessime diligenze; che è isolato
dal mondo ed è caro quanto Genova! II viaggiatore che voglia chiuder gli occhî
su gli inconvenienti su citati, sarà compensato ad usura dalle sensazioni che
potrà raccogliere. Io non dimenticherò mai il Gargano, per quanto v’abbia
conosciuto insetti nemici, osti imbroglioni e cibi indigeribili. Ciò non è
poco, ma, si sa, tanto più si apprezza un bene, quanto maggior sacrificio vi è costato.
II problema più grande è quello del dormire. Su per giù, nel resto d’Italia,
ogni persona che viaggi è abituata ad aver la sua piccola tana col suo
giaciglio più o meno comodo, nel quale può riposare da sola o, se vuole, in
compagnia di un amico o di una amata; al Gargano, no: vige laggiù la legge
patriarcale, la legge di fratellanza universa e conviene farle buon viso.
A Vico Garganico, un
ameno paese che sorge fra selve di aranceti, fra boschi di olivi e domina una
corona di colli ridenti che muojono sul mare di zaffiro, a Vico Garganico poi
che chiesi di una locanda, mi dissero di rivolgermi a Baldassarre, il quale, a
quel che mi parve, era un personaggio famoso in tutta la regione.
Quando gli comparvi
innanzi in un’innominabile tana che serviva ad un tempo da cucina, da negozio
di generi diversi, da trattoria e da porcile (v’erano alcuni audaci suini che
si ficcavano fra le gambe di tutti), mi squadrò con quel fare sdegnoso che
hanno un po’ tutti nella regione, e mi chiese che domandavo: «Da dormire!»
risposi. Egli mi fece un cenno di assentimento, accese una lucerna arcaica e si
avviò per una scaletta di legno, così stretta e così scivolosa, per il sacro
sudiciume che la ricopriva, che mi convenne reggermi al muro per non ritornare
ruzzoloni al punto dal quale ero partito. Salimmo e, per un labirinto di anditi
bui, sbucammo in una grande soffitta. Un insopportabile fetore mi tolse quasi
il respiro; ma non ero giunto fin laggiù senza aver provati già tutti gli
agguati di madonna loja!
Quando alla scarsa
luce della lucerna potei scorgere tutt’intero l’ambiente nel quale mi trovavo,
poca non fu la mia meraviglia nel vedere otto o dieci letti messi tutti in
bell’ordine, uno vicino all’altro come in un dormitorio pubblico, e nel vederne
più della metà occupati da persone, delle quali, allo scarso barlume, non potei
ben definire il sesso. Come mi incamminavo per andar oltre, Baldassarre mi
guardò levando la lucerna e mi chiese con quel suo tono confidenziale che avrei
tanto volontieri contraccambiato con un onesto scapaccione:
– Dove vai?
– Nella camera che ti
ho chiesto.
– Tu mi hai chiesto
da dormire.
– Ebbene?
– Se vuoi dormire,
dormi qui: c’è un letto laggiù.
E tese un braccio ad
indicarmi un lurido giaciglio che scompariva quasi sotto le travi. Stanco
com’ero, non pensai a protestare; d’altra parte sarebbe stata opera
perfettamente inutile. Seguii il mio giudice che s’era avviato innanzi. Durante
la traversata ebbi ad incontrare, proprio in mezzo alla soffitta, una
terracotta, che non era precisamente un’opera d’arte, posta là pel disbrigo
degli affari comuni. Ah dolcezze dei sognati falansterî, io vi ho conosciuto troppo da vicino per potervi amare!
Mi gettai, vestito com’ero, nel miserabile giaciglio, e fra il russare degli
ignoti masnadieri che mi dormivano a lato ero quasi per prender sonno, allorché
una salva di fucilate mi fece balzar su le coltri, con gli occhi sbarrati.
Qualcuno, che era
vicino a me, si rivoltava nel suo giaciglio grugnendo. Accesi un fiammifero.
– Che cosa fai? mi
chiese un vecchio ceffo che sbucò dal letto vicino al mio.
– Non hai udito?
– Ho udito, e con
questo?
– Ma a chi sparano?
– Sparano alle
civette, che Iddio ti consumi! Lasciaci dormire.
Il giorno dopo seppi
che è consuetudine degli abitanti di un’intera contrada uscire nel bel mezzo
della notte e sparare tutti insieme agli uccelli notturni per tenerli lontani
dalle case.
***
Di simili
consuetudini molte ne potrei raccontare se lo spazio me lo permettesse, come
potrei raccontare le delizie di una notte trascorsa alla cella Diana su gli
scogli di Vieste (e ciò per mia elezione, ché preferii la libera aria del mare
all’ospitalità di una lurida cameraccia); ma inoltriamoci un poco nella selva
selvaggia che fra monti e vallate si estende solitaria per un’estensione che
supera i tremila ettari. Io non ho visto mai bellezza maggiore. Come ci
internammo per i difficili sgarugli che percorrono la selva e si perdono a
volte fra i rovi, e serpeggiano e scendon le valli scoscese per lanciarsi
ripidissimi su per i monti opposti, provai ciò che sia la compiuta sensazione
dell’isolamento. Il sole penetrava a pena fra il fitto intrichìo delle chiome
arboree; eran qua e là barlumi d’oro fra le rame, tremolii di luce,
scintillanti penombre, piccole trame ed aghi di sole che passavan rapidi
nell’azzurra oscurità per punteggiare tratti del suolo come il dorso di un
leopardo; e quanto più il sottobosco s’infittiva, quanto più annose e spesse di
frondame eran le alte piante, tanto meno la luce trovava facile via al cammino;
in certi punti si era in una perfetta penombra corsa solo dai suoni speciali
che si odono nelle selve, suoni che dettero già origine ai mille numi abitatori
delle foreste. Ora è un fruscìo che giunge di lontano, passa, è sopra ai nostri
capi, si disperde; era uno scricchiolìo lieve come di foglie secche rotolanti
al vento di autunno; ora un rimbombo lontano come di un’acqua che si incaverni
muggendo; ora un fremito, un grido, un rapido trascorrer di peste, uno schianto
di rame nell’impeto di una corsa; i nostri sensi, come nella notte,
percepiscono con tale intensità, nell’isolamento della selva, ogni suono, da
trasformarlo, da ingigantirlo e renderlo pauroso a volte. Il non poter vedere,
il non poter rendersi esatto conto di nulla, lascia libero il campo alla
fantasia e alla paura. Ebbi a persuadermi poi come i carbonaî che praticano la
selva siano superstiziosi fino all’esagerazione. Ne incontrammo un gruppo in
una radura: lavoravano in silenzio intorno alle loro buche; vestivano il
costume del Gargano; erano giovani belli e forti. Ci soffermammo a conversare
con loro per qualche tempo. Come chiesi al più vecchio della compagnia se
avesse conosciuti i fratelli Fraccaroli (gli ultimi briganti del Gargano), mi
guardò aggrottando le ciglia e rispose: «Erano cugini miei!» Poi, dopo una
pausa: «Li hanno presi perché abbandonarono il bosco. Qua dentro non avrebbero
perduta la loro libertà!»
Ed è vero. Più di
mille uomini furono sguinzagliati alla caccia dei feroci banditi e per varî
mesi non riuscirono a catturarli; solo quando sentirono il bisogno di
riaccostarsi a Monte Sant’Angelo, quando vollero rivedere i loro luoghi,
caddero nell’agguato e furon condotti prigioni.
Chi non sia nato nel
luogo, difficilmente può conoscere tutti i sentieri, i meandri, i rifugi della
selva che si estende per chilometri e chilometri sopra un terreno montuoso e
difficile; i nativi vi son padroni, i forestieri prigioni.
***
Molti non penseranno
che in Italia vi possano essere ancora interi villaggi di capanne intessute
unicamente di cannuccie palustri; eppure al lago di Varano ne esistono ancora e
completano l’aspetto strano del paese. Su la diga che divide il lago dal mare e
che i nativi chiamano Isola, si elevano caratteristiche capanne divise l’una
dall’altra da una cannicciata: sono abitate dai pescatori. Tali capanne
comprendono un solo ambiente. Alle pareti sono appesi reti, fiocine e varî
arnesi da pesca; in un angolo è il giaciglio; in mezzo alla stanza un focolare,
e nel soffitto un’apertura praticata per dar libera via al fumo; una tavola e qualche
sedia: questo l’arredamento.
Vidi in quel
singolare paese che sia mai il malanno della febbre; vidi creature macilenti,
gialle, inebetite; vidi fanciulli seminudi, dai ventri enormi sì che parevano
piccoli otri più che esseri umani; vidi l’abbrutimento del male, l’incoscienza
dell’orrore, la dolorosa rassegnazione alla morte. E la terra è bella, è ricca,
florida, ubertosa e pare nasconda incomparabili tesori; ma fra i lenti canali,
nell’inavvertito impaludarsi delle acque, fra i biodi e la stipa, sui fondi
grigiastri dove si snodano, tremano, si allungano le viscide alghe, è lo scarno
viso della febbre, il viso dagli occhi terribilmente lucenti, dalle avide
labbra che si schiudono in un delirio di insaziata concupiscenza.
Tanta miseria è fra
tante bellezze. Il Gargano, la terra sperduta che pochi sentono nominare, la
terra delle selve, dei giardini, degli aranceti, alla quale un intero popolo
volge il suo pellegrinaggio annuale per la fede nell’Arcangelo che vi apparve,
si domanda ancora se la civiltà, della quale sente favoleggiare talvolta, non
sia il più lontano fra i miti od il più inverosimile fra i sogni.
E non ha torto.
ANTONIO BELTRAMELLI
(Da «Varietas»,
Milano, ottobre 1905, pp. 459-463)

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Autore: Geppe Inserra

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