31 maggio 1943, il sacrificio di Diego Foschi

Mettiamola così: le vittime dei bombardamenti della tragica estate del 1943 sono state di gran lunga inferiori alle 22.000 vittime stimate dal Comune di Foggia. E questo lo si sapeva già. Ma sono senz’altro di più, molte di più della cifra ufficiale che venne certificata dopo la guerra, dall’Istat.
La laboriosa, certosina ricerca che Maurizio De Tullio, bibliotecario, giornalista e scrittore sta conducendo con la Biblioteca Provinciale di Foggia sta dando risultati importanti.
Le vittime finora accertate, con nome e cognome, sono 1780 (cifra che andrà epurata da soldati tedeschi, morti per altre ragioni, ecc.): che sono quasi il triplo delle 607 stimate dall’Istat. Istituto Nazionale di Statistica che – possiamo dunque dirlo con certezza – prese una solenne cantonata.
L’aspetto più interessante della ricerca di De Tullio è che non è solo numerica o quantitativa: associa al numero il nome e il cognome della vittima, recuperando pezzi reali di memoria storica.
Sarebbe bello associare al nome dei caduti anche la storia della loro vita, improvvisamente spezzata dalle bombe alleate. Credo verrebbe fuori qualcosa di epico, una sorta di moderna Iliade.
Qual dramma che appartiene ormai alla memoria racconta ancora oggi storie bellissime, pur nella loro tragicità. Come quella che Alfonso Foschi ha voluto condividere con amici e lettori di Lettere Meridiane (che hanno avuto già modo di apprezzare le sue lucide riflessioni meridionalistiche, pubblicate qualche giorno fa). È la storia dell’ultimo giorno di vita di suo padre Diego, sottufficiale in pensione della Guardia di Finanza, di San Severo, che si trovava a Foggia quel fatidico 31 maggio 1943. Allora Alfonso aveva solo otto anni.
È una storia atroce di guerra, ma anche di pace e di speranza, come scoprirete se avrete la pazienza di leggerla fino in fondo.
Maurizio non aveva tra i suoi nomi e le sue storie quella di Diego Foschi, persona e galantuomo d’altri tempi, caduto mentre faceva il suo dovere, per sbrigare le pratiche dell’Associazione che presiedeva, per dare una risposta alle persone che avevano risposto fiducia in lui.
Un altro granello di memoria e di verità, del quale ringrazio suo figlio Alfonso, che mi ha inviato il ritaglio dell’articolo originale, che scrisse, con il titolo Foggia 31 maggio 1943, per la Gazzetta di San Severo, nel lontano 2002.

* * *

Nella primavera del 1943 l’importante nodo ferroviario di Foggia e il vicino aeroporto militare ricevevano spesso la poco gradita visita dei bombardieri anglo-americani.
In quel periodo, mio padre, Diego Foschi, Maresciallo Maggiore in pensione della Regia Guardia di Finanza, si recava spesso a Foggia per ragioni di servizio: istruire e seguire pratiche per i soci dell’ANFI di Sansevero che oggi porta il suo nome.
Già da qualche giorno i miei familiari, in considerazioni del pericolo bombardamenti, tenevano a freno mio padre che tuttavia era sempre più preoccupato per l’ammucchiarsi delle pratiche tanto che un bel mattino decise di partire per Foggia.
Ricordo ancora quell’ultimo fuggevole bacio, nonostante avessi solo otto anni e oggi quasi settanta; fuori era ancora buio quando nel dormiveglia avvertii la presenza di mio padre che bisbigliava qualcosa all’orecchio della mia sorella maggiore Romana che divideva con me la stessa stanza.
In segreto mia sorella raccontò che mio padre le diede disposizioni per il pranzo e la cena del giorno (in quei tempi di guerra problema quotidiano di non facile soluzione): in cucina c’erano delle fave secche messe a mollo la sera precedente e sulla scrivania qualche lira per le altre necessità della giornata.
Dopo le raccomandazioni di rito, mio padre baciò prima mia sorella, poi me, quindi, mentre mi risistemavo tra le coperte, lo sentii scendere per le scale, aprire il portoncino e rinchiuderlo alle spalle.
Non varcò più quella soglia, né rifece più quelle scale; aspettammo invano quella sera e le sere seguenti il suo ritorno. Foggia quel 31 maggio del 1943 subì il più devastante bombardamento della guerra e tra le numerose vittime ci fu anche mio padre. Nessuno dei miei familiari potè in quei giorni recarsi a Foggia a cercarlo, vivo o morto.
I fratelli maggiori erano sui vari fronti di guerra e le sorelle furono trattenute a casa da mia madre.
Fu, invece, un amico di famiglia, il generoso e compianto avvocato Peppino Stampanone che, sfidando le bombe, si recò a Foggia con mezzi propri, riportandoci poi la notizia dell’avvenuta morte di mio padre, il numero della fossa del cimitero di Foggia, il portafoglio con i documenti.
Si diceva in paese che mio padre uscisse abitualmente con il cappello e col bastone, sostasse spesso in Piazza davanti al “Perugina” e che, quando passava un funerale (anche dì uno sconosciuto), si alzasse, si togliesse il cappello e si accodasse al corteo funebre seguendolo per un tratto.
Ebbene quel 31 maggio del ‘43 egli uscì senza cappello e senza bastone, pronto per la fossa, e al suo funerale non ci fu nessuno, né familiari, né parenti, né amici, ma solo affaccendati becchini.
Un’ultima considerazione da sottoporre in particolare alla riflessione dei giovani d’oggi; probabilmente fu un pilota inglese in quel lontano giorno a sganciare la bomba che uccise mio padre, oggi, 2002 mia figlia Giorgia è sposa felice di un ufficiale pilota inglese della Royal Navy e Carlotta, la mia nipotina, è suddita di sua Maestà Britanica…
Alfonso Foschi

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Autore: Alfonso Foschi

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