L’antimeridionalismo di Sergio Marchionne

Tutto si può dire di Sergio Marchionne, ma non che non sia sincero. Personalmente lo ritengo un’icona, un oracolo del capitalismo aggressivo che si è impadronito del mondo. Ogni volta che parla dice verità profonde, perfino quando sbrocca, come gli è successo durante il pranzo di Natale della Ferrari quando ha esortato il pilota di punta della scuderia, Sebastian Vettel, ad essere meno meridionale nella prossima stagione.
“Non leggo fragilità in quei suoi moti di rabbia. Piuttosto di carattere – ha detto il presidente della Rossa-. Credo che Sebastian Vettel sia un po’ meridionale e ogni tanto gli saltano un po’ i nervi. Seb ha dimostrato però che studia molto se stesso, si impegna. Nel 2018 credo che la sua componente meridionale non la vedremo, ha imparato abbastanza”.
Con il garbo e lo stile che lo distingue, Marchionne ha svelato il suo pensiero in materia di questione meridionale e dintorni, iscrivendosi allo stereotipo del meridionale focoso e poco riflessivo, in preda alle emozioni e per ciò stesso incapace di vincere.
E pensare che qualche anno fa, l’allora premier Matteo Renzi benediceva il meridionalismo di Marchionni. Lo ricordate? “Io penso che in questo paese abbia fatto più Marchionne, più alcuni imprenditori, che certi sindacalisti. Oggi le jeep si fanno in Basilicata.”
La verità è che il presidente della Ferrari, che doveva essere per le Rosse l’uomo della Provvidenza, riscattandole dal disastro della gestione Montezemolo, non trova di meglio di scaricare le responsabilità dell’ennesima sconfitta sui lavoratori, e in questo caso sul pilota.
È appena il caso di ricordare che Vettel il napoletano, prima di approdare alla casa di Maranello, di titoli mondiali che aveva collezionati ben quattro guidando la Red Bull. Non sarà che a far cilecca non è tanto il carattere del pilota tedesco, quanto la macchina che Marchionne l’oracolo gli ha affidato?

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Autore: Geppe Inserra

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