Don Antonio Silvestri, il santo foggiano caduto nell’oblio (di Savino Russo)

In occasione del 10° Memoriale promosso dal Comitato per la Beatificazione del servo di Dio, don Antonio Silvestri, le cui manifestazioni vivranno il loro momento più significativo domenica prossima, Lettere Meridiane pubblicherà giornalmente documenti e materiali utili per approfondire la conoscenza di questo grande personaggio, vissuto a Foggia tra il ‘700 e l’ ‘800.
Di seguito il capitolo dedicato all’eroico sacerdote da Savino Russo, compianto grafico e studioso di storia locale, nonché tra i maggiori esperti di padre Silvestri, nel libro La chiesa di Sant’Eligio sotto il titolo di Santa Maria di Loreto.
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Nato a Foggia il 17 gennaio del 1773, Antonio Silvestri fin da ragazzo mostra vivacità d’ingegno e spiccata predisposizione alla concretezza, all’impegno umile ma fattivo.
Per questa sua vocazione al concreto consegue una mediocre istruzione e, sebbene avviato al sacerdozio all’età di 12 anni, non risulta che egli sia mai stato in seminario.
È anzi certo, infatti, che la sua vita di chierico egli la viva nella nostra Città, al servizio della chiesa dell’Annunziata.
Ordinato sacerdote nel 1797, è rettore della chiesa di Sant’Agostino e custode della chiesa dei Cappuccini di Santa Maria di Costantinopoli durante il periodo murattiano della soppressione dei conventi.
Il suo zelo, la sua affabilità, la sua capacità di immedesimarsi nella vita e nei problemi di ognuno lo rendono ben presto popolarissimo: il suo aspetto trasandato, il passo affrettato, la zimarra mai in ordine e un paio di scarpe chiodate diventano familiari al popolo foggiano.
L’ospedale delle donne
Il suo anelito di carità, la sua ansia di aiutare i più emarginati e bisognosi trovano una prima risposta concreta nell’istituzione di una piccola casa di ricovero per le donne anziane ed ammalate.
La sua casa che, come scrive il Perifano, si trovava in un vicolo adiacente la chiesa di San Giovanni di Dio, diventa il primo asilo di questa istituzione: al piano terra le donne anziane; al piano superiore, in una stanza presa in affitto, le ammalate di tisi.
Con il solo sostegno della Provvidenza e delle elemosine, l’opera progredisce in breve tempo: la piccola casa non basta più e don Antonio trasferisce le sue donne nei pressi della chiesa di Sant’Eligio, in una casa presa in affitto dalla famiglia Mastrolillo.
In seguito neppure questa sistemazione è più sufficiente, e quello che, ormai, prende il nome di ospedale per le donne, trova posto in un grande palazzo nei pressi del Piano delle Fosse.
Ma l’opera di don Antonio non conosce soste: cappellano delle carceri, egli si prende cura dei tanti infelici che popolano le prigioni della città; li sostiene, ne diventa il confidente, li aiuta andando in giro a raccogliere viveri ed indumenti con un carrettino tirato da due detenuti.
Il Ritiro o Conservatorio del Buon Consiglio
In questo contesto, in questa radicale scelta di campo dalla parte degli ultimi e degli emarginati nasce l’altra grande opera di don Antonio Silvestri: un Ritiro per le donne cadute nel vizio ma desiderose di redimersi e (felicissima intuizione) per le fanciulle povere e abbandonate che nel vizio possono essere trascinate.
Il Ritiro, che va a coprire il vuoto lasciato dal mutato indirizzo del più antico Conservatorio delle Pentite, viene posto sotto la protezione della Madonna del Buon Consiglio, di cui don Antonio è devotissimo e della quale esiste un’immagine nella chiesa di Sant’Agostino, prima tappa del suo apostolato.
Il temporaneo trasferimento dell’ospedale delle donne nei pressi della chiesa di Sant’Eligio ha portato nelle braccia amorevoli di don Antonio anche la cura della Rettoria di quella chiesa e della sua Congregazione: il Ritiro del Buon Consiglio nascerà proprio accanto a Sant’Eligio, nel settembre del 1823; sorgerà dal nulla e senza mezzi, frutto di quella “follia” che si spiega solo nella logica dell’amore.
L’opera progredisce con il contributo spontaneo di tutti: c’è chi offre il proprio lavoro, chi offre i materiali, chi offre denaro.
È verosimile che – a voler considerare semplicemente la grande capacità di coinvolgimento di don Antonio – in quest’opera la Congregazione di Sant’Eligio abbia avuto la sua parte, anche se purtroppo mancano documenti al riguardo.
Nel 1824 il Ritiro del Buon Consiglio è una realtà: al piano terreno troviamo il parlatorio, il communichino, tre fondaci, un refettorio, la cucina e un giardino con pozzo; al piano superiore due stanze, tre camerate, un corridoio, sei celle, un coro grande e due coretti, una terrazza.
L’edificio (che sarà ulteriormente ampliato dal successore di don Antonio) è collegato alla chiesa di Sant’Eligio tramite una sagrestia ed una cappella: è la cappella della Madonna del Buon Consiglio, la cui effigie don Antonio ha fatto riprodurre da quella-da lui amatissima-della chiesa di Sant’Agostino.
Il Ritiro o Conservatorio del Buon Consiglio viene riconosciuto dall’Intendenza di Foggia il 16 aprile 1825.
Nel nuovo edificio le donne alternano la preghiera al lavoro: vengono creati un laboratorio per la tessitura, una scuola di ricamo, una scuola di musica e canto.
Alle orfane si aggiungono delle fanciulle di famiglie che, perduta la loro agiatezza, si trovano in stato di bisogno: persone di altra e migliore cultura che mettono al servizio delle loro nuove compagne le loro capacità.
Il Ritiro diventa cosi luogo di formazione e di educazione per fanciulle di ogni ceto, tra l’ammirazione di tutti.
Don Antonio, adattatosi a vivere nella sagrestia di Sant’Eligio, quando non è portato altrove dalla carità, vigile e premuroso, con le parole e con l’affetto è sempre fra le sue figlie predilette.
E di quelle che gli sembrano disposte alla vita religiosa forma un’associazione di oblate, con una regola monastica e con la professione dei voti dopo qualche anno di noviziato.
Conseguenza di questo nuovo esito dell’istituzione è il trasferimento delle “pentite” in un altro Conservatorio, su consiglio e col sostegno di mons. Antonino Maria Monforte, vescovo di Troia, ammirato sostenitore di ogni iniziativa del santo ed infaticabile sacerdote.
L’epidemia di colera che dal 1836 al 1837 funesta la Capitanata e Foggia in particolare, trova don Antonio, ancora una volta, in prima linea sul fronte della carità: pronto a soccorrere gli ammalati del morbo, ma non per questo meno attento a tutte le altre attività che contemporaneamente sostiene.
Una mattina di luglio del 1837 don Antonio sta terminando di confessare le “pentite” del Conservatorio della Maddalena quando lo chiamano al capezzale di una donna colpita dal colera ed in fin di vita.
Dopo aver somministrato i sacramenti alla morente, il santo sacerdote si rende conto che il male comincia a farsi strada violentemente anche nel suo organismo: si ritira, vuole fare subito testamento.
Morirà dopo pochi giorni, il 20 luglio 1837, dopo aver ricevuto con grande compunzione i sacramenti, assistito nei suoi ultimi momenti da otto frati cappuccini.
Quasi per una premonizione, qualche mese prima, in gennaio, don Antonio aveva implorato il Re di Napoli che il suo Conservatorio fosse sottoposto all’amministrazione del vescovo di Troia.
Il parere favorevole giungeva il 24 novembre del 1838 e, infine, il 17 settembre del 1842 mons. Monforte approvava e dichiarava il Conservatorio del Buon Consiglio Ente puramente ecclesiatico con voti semplici e ne dettava le regole della clausura.
Un rapido oblio
La morte del loro fondatore, il cui carisma personale era premessa quasi indispensabile per il loro sostentamento e le tante vicissitudini che le istituzioni ecclesiastiche si trovano ad attraversare durante tutto l’Ottocento, mettono rapidamente in crisi le opere di don Antonio Silvestri.
L’ospedale delle donne viene rilevato dal Comune e dalla Provincia; successivamente esso viene trasferito in fondo a Via Arpi, nei pressi della Chiesa di Sant’Agostino, proprio vicino alla piccola casa da dove aveva preso inizio la grande opera di carità di don Antonio.
Il Conservatorio del Buon Consiglio, che ancora nel 1869 conta una comunità di 25 oblate e di 30 ricoverate, nel 1911 viene trasformato in ricovero per anziani e poveri, per iniziativa della Congrega della Carità.
Le ricoverate sono trasferite nel Conservatorio della Maddalena (distrutto dai bombardamenti aerei del 1943).
L’Asilo di mendicità e la Fondazione Maria Grazia Barone
Gli anziani ospitati nel mendicicomio sono assistiti dalle Figlie di Sant’Anna di Rosa Gattorno.
All’inizio sono una sessantina; nel 1915, e fino al 1918, vengono affidati alle suore anche dei prigionieri di guerra.
L’epidemia di “spagnola” del 1917 chiama le suore dell’ospizio ad occuparsi anche dell’assistenza dei tanti poveri ammalati del quartiere delle Croci.
L’Asilo, che dal 1915 va a far parte dei Conservatori Raggruppati, si avvale in seguito del sostegno economico della nascente fondazione istituita dalla nobildonna Maria Grazia Barone (vedova del marchese Giacomo Celentano, sindaco di Foggia) con testamento olografo redatto il 10 maggio del 1900 e reso pubblico nel novembre del 1918, a seguito della morte della testatrice.
La fondazione, sorretta dalle rendite provenienti dall’eredità della donatrice e costituita in Ente morale nel 1920, opererà nei suoi primi anni di vita proprio nei locali di Sant’Eligio, fino a quando, nel 1934, non si trasferirà nella nuova sede, in fondo a Corso Giannone.
Il complesso del Buon Consiglio ospiterà in seguito il carcere giudiziario e questa destinazione mantiene ancora oggi, sia pure in maniera meno congestionata (la costruzione del nuovo carcere ne ha modificato ed alleggerito la funzione).
Cade l’oblio anche su don Antonio Silvestri
Per un lungo periodo di tempo la sepoltura di don Antonio Silvestri è mèta di tanta povera gente che alle sue preghiere si raccomanda, spesso invocandolo come “San… Silvestro”.
Né mancano i casi e le testimonianze di chi si è sentito confortato in sogno o attesta di essere guarito, per sua intercessione, da gravi malattie.
Nel 1860, spinti dalla fama di santità di don Antonio, molti cittadini di Foggia avanzano una supplica al re Francesco II per ottenere l’esumazione della salma dal cimitero cittadino e per trasportarla nella chiesa di Sant’Eligio.
L’autorizzazione arriva, ma gli avvenimenti politici di quell’anno ritardano l’attuazione del proponimento che, infine, viene definitivamente abbandonato.
Nel 1873, nel centenario della nascita, l’Amministrazione Comunale di Foggia delibera che sia murata al cimitero una lapide – dettata dal canonico Pasquale Fuiani – che perpetui il ricordo di don Antonio Silvestri.
Nel 1893 giunge a Mons. Marinangeli, amministratore della diocesi di Foggia, una supplica firmata da 180 cittadini, per l’apertura del processo canonico per la beatificazione del pio sacerdote.
Passeranno altri anni prima che, nel 1898, mons. Carlo Mola, nuovo vescovo della Città, ordini l’istruzione del processo, affidandola al canonico don Filippo Bellizzi.
Purtroppo, a causa della prematura morte del Bellizzi, il processo di beatificazione viene sospeso e nessuno più, in seguito, si curerà di riprenderlo.
Nel 1937, in occasione del primo centenario della morte del grande sacerdote, due lapidi vengono murate all’ingresso e all’interno della chiesa di Sant’Eligio, mentre il sacerdote Michele Melillo, fortemente affascinato dalla figura di don Antonio Silvestri, dà alle stampe un volumetto che ne ripropone la vita e fa l’elogio delle sue virtù8.
Poi è il buio: tranne l’intitolazione di un viale del cimitero e di una via in un nuovo quartiere periferico della Città, nessun’altra iniziativa viene presa per ricordare questo apostolo della carità e per riavviarne il processo di beatificazione.
Savino Russo
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Autore: Geppe Inserra

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