Genova (di Alfonso Foschi)

Sarà per l’incredibile azzurro del suo mare, sarà la luce del suo cielo, saranno gli echi delle canzoni e della armonie mediterraneo di Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati, mi piace pensare a Genova come alla più meridionale della città del Nord, quella che meglio declina – nel bene e nel male – il senso della coesione nazionale.
Per gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, Genova è anche Alfonso Foschi, prezioso collaboratore del blog, insegnante in pensione che, partito da San Severo un po’ di tempo fa, vive nella città ligure, deliziandoci con i suoi elzeviri, sempre ricchi di stimoli e di saggezza.
Il buon Alfonso mi aveva inviato un po’ di tempo fa il pezzo che pubblico oggi, all’indomani della tragedia che ha colpito Genova e la sua gente. Nelle intenzioni dell’autore era un articolo sulla questione meridionale, o se preferite sul fatto che ogni mondo è paese, e non sempre l’erba del vicino è più verde della nostra. 
Guardandolo e rileggendolo nella prospettiva del dramma che ha colpito Genova, mi sembra una splendida testimonianza dell’energia (condita a volte da un po’ di furbizia) della gente di quella città, viatico per un sollecito riscatto.
Ringrazio come sempre Foschi per il suo bel contributo, che vi invito a leggere con attenzione.
L’articolo era originariamente intitolato “La grande crisi, quando anche nel virtuoso Nord cantavano le cicale”.  
Mi sono preso la libertà di intitolarlo semplicemente Genova, in segno di augurio: che la nottata che ha colpito questa grande e splendida e solare città passi quanto prima. (G.Ins.)
   Caro Direttore, quando gioca la Nazionale di calcio, i tifosi italiani diventano tutti esperti tecnici, ciascuno con la propria elaborata e vincente strategia di gioco da suggerire all’allenatore ufficiale . Ora che siamo precipitati nella  “Grande crisi ” , eccoci trasformati tutti in esperti economisti, ciascuno con la propria ricetta salva-Italia  da offrire, gratis, al governo, ricetta    che, se poi la “gratti” a dovere ( tipo “gratta e vinci ” ),  appare  perlopiù un ” salva me ” …. e all’Italia ci pensi la Provvidenza !
   Io non ho ricette da suggerire, ma solo un’esperienza giovanile  da raccontare che può dire la sua sull’argomento .
   Dunque, negli anni seguiti al grande boom economico, il porto di Genova contendeva a quello di Marsiglia il primato dello scalo marittimo più importante del Mediterraneo : i  mercantili sostavano in rada in attesa di una banchina libera per attraccare e compiere le operazioni di scarico-carico merci, mentre alla Stazione marittima era un continuo e festoso  via vai dei nostri gioielli : Andrea Doria, C. Colombo, Michelangelo, Raffaello …i lussuosi transatlantici, vanto della nostra cantieristica navale,  che univano l’Europa alle Americhe.
   In quel tempo, all’ombra di un fico che sporgeva su una “crosa”  ( viottoli che dalla periferia  s’inerpicano su per le colline che incoronano Genova ) ci si riuniva noi giovani del  quartiere, soprattutto il sabato, a progettare la domenica e nel frattempo ciascuno aveva la sua “novella ” settimanale da raccontare, proprio come nel Decamerone boccaccesco, anche se la cornice non era una nobile villa toscana, ma una rustica “crosa” ligure, e mai avrei pensato allora, con la spensieratezza propria  della gioventù, che dopo tanti lustri avrei ricordato quei tempi così lontani per parlare della nostra  “Grande crisi” di oggi.
   Della compagnia faceva parte un ragazzone, aspirante “camallo” ( a Genova lavoratore addetto al carico-scarico merci nel porto ) che, quando la vita per una qualche ragione  gli arrideva , con un sorriso soddisfatto e un po’ sornione stampato in fronte si fregava continuamente le mani sprizzando gioia da tutti i pori.
   Un giorno in cui il fregamento-mani era particolarmente vivace e insistente gliene chiesi  ragione e la ragione era che la giornata  di lavoro del giorno precedente gli aveva fruttato il salario di un mese perché prestata in giorno festivo ( giornata doppia ) e in orario notturno ( ancora doppia ) per un totale di quattro giornate lavorative  che, sommate ad altre due  prestate nell’arco del mese, totalizzava una settimana effettiva di lavoro : per buon peso, appunto, all’epoca il camallo  che lavorava sei giorni nell’arco dello stesso mese  per contratto sindacale aveva “diritto” al salario di un mese..
   Inoltre il mio amico-“camallo”  con aria furba  mi precisò che il notturno in realtà consisteva in pochi minuti di lavoro dopo la mezzanotte in prossimità della quale per un “improvviso e involontario intoppo” l’attività lavorativa si interrompeva o rallentava per riprendere frenetica e concludersi subito  dopo lo scoccare della mezzanotte e … della  generosa tariffa notturna.
Infine, se durante lo scarico-.carico merci si rompeva  “accidentalmente ” qualche imballaggio, si poteva “arrotondare” la giornata portandosi a casa  uno stoccafisso …una stecca di sigarette …una confezione di sapone o quant’altro in quel giorno  ” passava il convento “.
Naturalmente non si può e non si vuole discreditare un’intera categoria di lavoratori, ma è stato certamente un contratto di lavoro particolarmente generoso, unitamente alla disonestà di alcuni “camalli”, a dirottare le navi verso altri porti meno “cari “e a mettere in crisi quello di Genova.
  Tuttavia non tutti i lavoratori all’epoca erano fortunati come i “camalli ” genovesi: gli insegnanti, per esempio, venivano pagati solo per le supplenze effettivamente prestate e la disparità di trattamento era dovuta al fatto che mentre i primi erano tutelati da un Sindacato che aveva acquistato consenso e potere contrattuale  con lo slogan ” il lavoratore  ha sempre ragione “, i secondi erano tutelati da un Sindacato “moderato” che garantiva solo un  ” poco ” ma a tanti anche se  non tutti indispensabili il che comportava comunque altro abuso e spreco.
   Certamente se costretti ad un aut-imprenditore aut-lavoratore è comprensibile  schierarsi con il più debole, così come è meglio un sindacato “settoriale ” che nessun sindacato, ma come sarebbe stato più equo e proficuo valutare di volta in volta le ragioni e i torti degli uni e degli altri  per un interesse superiore : è quanto, con un certo rammarico, sostiene U. La Malfa nel saggio ” L’altra Italia ” ( Mondatori 1975 ) , ovvero l’altra Italia che sarebbe stata ( e non è stata) per il ruolo svolto dai Sindacati che per il vecchio repubblicano  ” … non deve  intervenire soltanto nel campo del profitto d’impresa , ma in tutti i campi in cui vi sia acquisizione parassitaria di reddito, in contrasto con gli interessi generali della società … ” ( op.cit. pag. 88 ).
   Ora che con  la “Grande crisi ” i nodi sono venuti al pettine e non c’è più trippa per gatti, è dura smettere di cantare e incominciare a piangere : e così è iniziata la caccia agli “untori” e il Nord leghista punta l’indice accusatore verso il Sud depresso ed assistito, ma, per esperienza diretta, posso testimoniare che “anche  nel virtuoso Nord  cantavano le cicale!”                                                                                                 Cordialmente
Alfonso Foschi       
Genova     
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Autore: Alfonso Foschi

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