Un tempo più giusto (di Francesco A.P. Saggese)

Ci sono articoli che si possono leggere da prospettive diverse. Accade quando sono il frutto di un flusso dell’anima, prima ancora che del pensiero, come in quello che state per leggere. Non è la prima volta che Francesco A.P. Saggese offre agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane contributi profondi,  che invitano a riflettere, a guardarsi dentro, andando oltre la superficialità con cui spesso accogliamo gli stimoli che giungono dall’esterno, parole comprese. Credo di aver letto raramente parole così belle e pregnanti sul Natale, e sulla sua eterna contemporaneità.  Quello di Saggese è un articolo sul Natale, ma anche una lucidissima riflessione sull’attualità .

Il Natale di una volta, il Natale dell’infanzia di Francesco, si contrappone al Natale di questo tempo egoista e volgare, dominato dalla legge spietata dei mercati e del capitale.

Ma il bello è che, nonostante tutto, Gesù nasce ancora. A propiziare un tempo più giusto. Grazie, Francesco per questo tuo bellissimo canto dell’anima, che invito a leggere, meditare, condividere. (g.i.).

*  *  *

La sensazione è che accada tutto in fretta, come se ogni cosa fosse dietro un angolo, a soli due passi da me; ho così l’impressione che si cominci a vivere la fine di qualcosa ancor prima che questa sia realmente accaduta.

Questa percezione per me diventa più realistica in prossimità del Natale.

Ti accorgi ad esempio che è arrivato Natale a fine ottobre, quando le prime colonne compatte di panettoni si ergono monumentali nelle corsie dei grandi supermercati; un tempo che non so esprimere, se non con la parola “attimo”, assorbito da lavoro, letture, affetti, circostanze, ed eccoti pronto a girare sul muro di casa la prima pagina del calendario del nuovo anno.

Accanto a questa percezione del tempo compresso, che passa in fretta, ne ho un’altra: quella di un momento in cui il tempo stesso sembrava scorrere più lento, e cadere come dei fiocchi di neve leggeri.

Una volta, infatti, ad annunciarmi il Natale, non sarebbe stata la voce metallica che annuncia le offerte dei panettoni in un supermercato affollato di persone, ma solo due fili d’argento sparsi intorno a un panettone con la bottiglia di spumante, esposto in vetrina nella bottega di Rusnedd, a due passi da casa mia a Vico.

Solo altri due passi e sarei arrivato davanti al negozio di Mimì, dove pastori e luci intermittenti avrebbero spalancato gli occhi di un bambino dei primi anni Ottanta.

A novembre sarei andato con mio padre a fare il muschio per il presepio, in Foresta Umbra o per la strada di Canneto; avrei poi chiesto a Pasquale, il falegname, qualche pezzetto di legno liscio per farne una casetta, mentre le statuine dei pastori mi aspettavano avvolte nella carta di giornale, adagiate nelle scatole riposte nel magazzino.

Poi la farina, la cannella, l’odore del vincotto, la pasta sfoglia da passare e ripassare nella macchinetta, il primo crustolo da assaggiare.

Da bravo bambino avrei partecipato alla novena di Natale e nella Notte Santa qualcuno avrebbe cosparso il mio viso con il colore del sughero bruciato, per farmi la barba di un pastorello.

Stava arrivando Natale e l’anno nuovo: li annunciavano i fili d’oro ricamati sui biglietti bianchi di auguri, quelli che ti portava il postino.

Lo so, il tempo non torna più, il mondo è cambiato e io con lui, e così mi restano in testa solamente queste immagini di un’esistenza ormai sbiadita, in cui tutto mi sembrava più lento, più vissuto.

Devo così, necessariamente, chiudere gli occhi per ritrovare la lentezza, e per rivedere il Natale che io – ma questo è un problema mio – non vedo più e con esso tante altre cose (anche quelle che solo ‘cose’ non erano).

Innumerevoli poeti hanno raccontato come il Natale significhi tornare bambini, rivivere, ricordare.

Forse è questo ciò che ci dobbiamo dire? Di tornare bambini?

Di scappare da quell’essere adulti che siamo diventati?

Perché sì, c’è da scappare, se penso all’umanità che non abbiamo saputo costruire, alle certezze che non abbiamo saputo dare, al peso delle differenze che abbiamo imposto; c’è da scappare di fronte ai chilometri che facciamo fare a tantissimi bambini sparsi nel mondo per andare a scuola, alle vite che abbiamo annegato nel mare, alle bombe che lasciamo ancora cadere, alle donne uccise, al lavoro negato, alle periferie abbandonate, agli eroi silenziosi che facciamo finta di non vedere.

C’è da scappare se penso a come sia immensa l’umanità, che sopporta ogni giorno sulla propria pelle il peso e il dolore del non essere uguali.

Qualche giorno fa ho letto una storia intensa che viene dall’altra parte del mondo.

È la storia di Juan Alberto Matheu, hondureño di 27 anni; con la sua bambina – che non riesce più a camminare, né a mangiare da sola, né a parlare a causa di un ictus – è lì, a due passi dal muro più militarizzato del pianeta, ad aspettare immerso in una carovana di altre vite che il leader del mondo libero (?) gli permetta di costruire un futuro di cure per sua figlia.

Juan è lì, in attesa che qualcuno si pronunci sul suo futuro; è lì anche ora mentre scrivo questi pensieri a margine di un anno, al caldo di casa mia, giocando con il tempo.

Juan, nonostante tutto – e sappiamo benissimo come quel ‘tutto’ sia crudele – aspetta lì, a due passi da un muro, resistendo.

E Juan resiste perché esiste.

Così, a pochi giorni dal Natale e dal nuovo anno, al di là della distanza piccola o infinita che può esserci tra gli esseri umani, io voglio esprimere un auspicio, quello di ‘esistere’ come Juan.

Forse è questo quello che ci manca, l’esistenza.

Dobbiamo aggiungere esistenza alla vita.

Dobbiamo esistere contro ogni crimine, esistere contro ogni diseguaglianza, esistere attraverso il pieno riconoscimento degli altri.

Dobbiamo esistere pensando che ogni nostra parola, fatto o pensiero, attraverso il presente, genera i giorni che verranno, il futuro, di cui siamo inevitabilmente responsabili.

Ecco, mi piace pensare che tutte le conseguenze della mia vita, e magari anche della vostra, possano ‘esistere’ in questo modo; e che questa forma di (r)esistenza possa così spargersi nei mesi, nelle settimane, nei giorni, nelle ore e nei minuti del nuovo tempo che verrà.

Nella speranza che questo tempo sia un tempo più giusto per tutti, nessuno escluso.

P.S. Ho pensato a lungo a un’immagine che potesse accompagnare queste parole, ma la foto di Juan e della sua bambina tratta dal profilo fb di Pedro Ultreras – nonostante abbia fatto di tutto per tenerla lontana da qui, sia per una forma di rispetto sia per non ingenerare solo compassione –, mi chiamava e richiamava quasi a dirmi: noi siamo qui, siamo veri come te, respiriamo, camminiamo, ridiamo e piangiamo, vogliamo solamente le tue stesse opportunità, nulla di più, ci vedi?

Ci vedete?

Puoi fare qualcosa per noi?

Puoi provare a rendere questo tempo – che tu stai vivendo anche con le tue difficoltà – più giusto anche per noi?

Puoi provare a metterti nei miei panni?

Vuoi provare a spingere questo passeggino insieme a me?

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Autore: Francesco A.P. Saggese

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