Lavoro nero e reddito di cittadinanza: Nord più a rischio del Sud

La CGIA di Mestre gode di un’ottima stampa: i suoi comunicati, che generalmente riguardano interessanti analisi sui temi economici, sono largamente e puntualmente ripresi da telegiornali, radio giornali e quotidiani quanto, se non di più, quelli dell’Istat. L’associazione che raggruppa gli artigiani e le piccole imprese di Mestre produce opinione pubblica. 

Niente di male, perché conoscere le questioni con dovizie di dati e di numeri è certamente utile ad una comprensione più efficace dei problemi e delle soluzioni. 

La frequenza e la tempestività con cui la CGIA interviene sui diversi aspetti della congiuntura economica l’hanno fatta diventare una sorta di oracolo: l’ha detto la CGIA, dunque è vero.

Confesso che anche io leggo con attenzione i comunicati della CGIA. Mi ha colpito e incuriosito quello, recente, sulle relazioni tra reddito di cittadinanza e lavoro sommerso, dal titolo quanto mai eloquente: reddito di cittadinanza: metà della spesa, pari a 3 miliardi, andrà a chi lavora in nero?

In Italia, dice, in sintesi il comunicato, il lavoro nero è una piaga oltremodo diffusa, quindi è diffuso il pericolo che a beneficiare del provvedimento governativo siano persone che non ne avrebbero diritto.

Disegnando una ipotetica distribuzione territoriale del rischio di erogare il reddito di cittadinanza anche a chi non ne avrebbe diritto, la CGIA di Mestre mette da parte l’aplomb con cui solitamente commenta i dati per sottolineare che “la diffusione dell’economia sommersa nel nostro Paese presenta delle differenze regionali molto marcate, che potrebbero provocare delle forti distorsioni a livello territoriale nell’erogazione del sussidio.”

Sul banco degli imputati l’Ufficio Studi della associazione di categoria veneta colloca, manco a dirlo, il Mezzogiorno.

Secondo la CGIA, “la regione più a “rischio” è la Calabria che, secondo gli ultimi dati disponibili (anno 2016), presenta 140.700 lavoratori in nero, ma un’incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil regionale pari al 9,4 per cento, mentre “la regione più virtuosa è il Veneto: i 197.600 lavoratori in nero presenti “causano” quasi 5,4 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso, pari al 3,8 per cento del Pil regionale.”

Già questi dati sono sufficienti a sollevare più d’una perplessità sull’analisi della CGIA. Se il Veneto conta 197.600 lavoratori in nero e la Calabria 140.700, come si fa a sostenere che la regione settentrionale è più virtuosa, anzi la più virtuosa di tutte, mentre la povera Calabria è quella più esposta al rischio che i suoi cittadini percepiscano indebitamente il reddito di cittadinanza?

I dubbi vengono accentuati leggendo direttamente i dati Istat elaborati dall’Ufficio Studi CGIA, da cui si ricava quanto segue:

  • Al netto dell’artificiosa suddivisione con cui la CGIA compila la tabella, distinguendo il Settentrione in Nord-ovest e Nord-Est, ci sono più lavoratori irregolari al Nord (1.288.000) che non al Sud (1.263.900);
  • La regione meno virtuosa, e di conseguenza maggior esposta al rischio dell’illegalità in tema di indebita erogazione del sussidio è di gran lunga la Lombardia con 485.600 lavoratori in nero, e un valore aggiunto sommerso prodotto dal lavoro irregolare di quasi 13 miliardi di euro all’anno (12.935 milioni di euro, per la precisione).
  • Il divario Nord e Sud si manifesta paradossalmente anche per quanto riguarda il lavoro nero: nonostante il numero di lavoratori in nero sia solo leggermente superiore al Nord rispetto al Sud, la forbice per quanto riguarda il valore aggiunto sottratto al mercato del lavoro legale è ben più pesante 34 miliardi e 354 milioni di euro al Nord, 26 miliardi e 971 milioni al Sud.

La bizzarra classifica del rischio compilata dalla CGIA di Mestre si spiega con la scelta, del tutto opinabile, di utilizzare come parametro l’incidenza, in termini percentuali, del valore aggiunto sommerso sul valore aggiunto regionale complessivo. 

Non occorre possedere una laurea in statistica o in sociologia per rendersi conto che nelle regioni meridionali in cui il valore aggiunto complessivamente prodotto è basso, l’incidenza del lavoro sommerso e più elevata. Come anche v’è da dire onestamente che nel Mezzogiorno è più elevata l’incidenza del lavoro non regolare sul totale dei lavoratori, perché i livelli di occupazione sono inferiori rispetto al Nord. Ma questi dati, ai fini del reddito di cittadinanza, c’entrano come il classico cavolo a merenda. 

Morale della favola: la statistica va bene, ma diffidate dalle analisi, e, per farvi una opinione corretta, leggete i dati alla fonte. Anche se si tratta della mitica CGIA di Mestre.

Geppe Inserra

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Autore: Geppe Inserra

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