Foggia, Lucera e il Gargano nella magia del racconto di Giorgio Manganelli

Che bella sorpresa, la recensione che Giorgio Manganelli scrisse sulle colonne del Corriere della Sera, il 13 dicembre del 1977, per la riedizione del celebre libro “Pellegrino di Puglia” di Cesare Brandi, autentica bibbia per chi voglia scoprire i tratti di una Puglia diversa e profonda, in cui – come annota con intelligenza lo scrittore milanese – non si parla mai di orecchiette, ma piuttosto di “cattedrali da amatore, di gravine per collezionisti e di tramonti privati.

Il libro di Brandi è tuttavia, per Manganelli, anche il pretesto per parlare della sua Puglia, ed è qui che viene il bello.

Perché la Puglia di Giorgio Manganelli sta tutta o quasi in Capitanata. Dal Gargano a Lucera, passando per Foggia, che gli “va a genio per la sua assenza di bellezze, di bellurie, di belletti.”

L’incipit delle reminiscenze pugliesi di Manganelli è qualcosa da scolpire nelle antologie: “La prima volta che arrivai in Puglia, molti anni fa. in lambretta, la Puglia mi venne incontro con le mura spietate di Lucera: fu un lungo arrivare, per una strada tortuosa, e quelle mura stranamente luminose all’inizio della pianura, ferme davanti agli occhi per un’ora, mi persuasero che ero arrivato in tempo per l’arrivo della prima nave spaziale. Chi comincia la Puglia da Lucera, può puntare al Gargano o arenarsi a Foggia. Il Gargano non è illuminista. Direi che la Puglia non lo è mai, ma nel Gargano è specialmente accanita.”

La montagna sacra cattura l’attenzione di Manganelli, che annota: “A San Nicandro accadde quella non dimenticata storia dei quaranta che si convertirono all’ebraismo e chiesero di emigrare in Israele, e il parlamento israeliano discusse e votò « sì »: malgrado Padre Pio e Montesantangelo. Il Gargano ha un sapore insulare, periferico, drammatico, tra foreste, caverne, lagune, e una catena di montaggio di santi c di miracoli, che va assai più addietro del tempo cristiano. Su quel monte l’arcangelo Michele scese per tenere a bada un antico toro dionisiaco.”

Quindi lo scrittore parla del capoluogo dauno, e lo fa in modo tutt’altro che superficiale, rivelando una dimensione estetica della città che i foggiani conoscono bene, e in un certo senso si portano dentro, ma che non amano esibire, e neanche rivelare.

Le parole del grande scrittore e critico sono come uno specchio: vi si ritrova qualcosa di profondo, che si sa di possedere, ma non si riesce ad esprimere.

Leggiamolo: Mi va a genio Foggia per la sua assenza di bellezze, di bellurie, di belletti. Ha una stravaganza, la chiesa del Calvario, preceduta da un viale con cinque cappelle: barocco, con un refolo di Gargano. Ma la città è sgraziata, vitale, cupa, e quand’è golosa, è golosa di cibi forti, ricchi, accesi, di verdure aggrovigliate e irritate, di bei formaggi.”

Genialmente Manganelli utilizza proprio il formaggio come metafora per raccontare la sua Puglia, ed è grandissima letteratura: “Se devo esser goloso della pagina Puglia, la penso come un  gran formaggio — non si dimentichi, un tempo la luna era formaggio — ora tenero e morbido, ora indurito e aspro: e sopra cattedrali ferrigne e cattedrali rococò, gente gentile e bizzosa, paziente e dura, e qua e là miracoli, apparizioni, grotte, facinorosi, santi e pietrefitte. Anche il mantecato di Lecce — penso alla Piazza del Duomo — perde dolcezza, e acquista il sapore di una esotica follia.”

Che bello, vero?!

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Autore: Geppe Inserra

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