Passeggiata emotiva nella Foggia bella e trasparente (di Franco Antonucci)

Caro Geppe,

ho guardato ed ascoltato con molta emozione (e questo è dire poco) la puntata di Lettere Meridiane (trasposizione televisiva del blog, in onda tutti i giovedì sul canale 272 di SharingTv, dopo il tg delle 20.45) Foggia Signora di pianura. Mi sono commosso non solo perché ho visto immagini romantiche di un passato non tanto lontano, comunque andato, ma soprattutto per le tue parole appassionate e piene di forza al tempo stesso (come un saldo foggiano di un tempo), con alcuni riferimenti a concetti più profondi di quello che appaiono, e che mi hanno colpito.

Mi riferisco per esempio all’idea di Foggia “bella e provvisoria”. Parlavi, più in particolare, della Fontana del Sele, un intervento urbano provvisorio di tanto tempo fa, e che poi è diventata duratura, l’emblema stabile e fermo della intera città futura. Di questo assumo la logica che hai sottolineato e sottinteso, alludendo ad altri concetti più grandi ed astratti, che, poi, sono il senso nascosto che fa di Foggia una città diversa ed unica e per questo bella a suo modo. Una città trasparente, che fa della sua provvisorietà una leva ancora possibile di modificazione compatibile.

Per essere più chiaro, dico subito che non mi riferisco alla città “bella” perché piena di Edifici belli e rappresentativi, di grandi piazze o di strade fantasmagoriche, o, ancora, di una modernità autocelebrativa, che poco tocca l’anima profonda (il solito cliché delle città moderne tutte uguali, omologate). Come, invece, fa la città di Foggia, per davvero, l’inconscio senso di città “che si muove”, con maggiore libertà relativa, rispetto a qualsiasi evento, respingendolo o superandolo.

Non era, non è, non sarà mai il canone materico il vero parametro della bellezza della città di Foggia, ma altro di intangibile, che sta sotto i cuori della città stessa.

Per scoprire tutto questo, vedere o giudicare la vera Foggia occorre andare, allora, più a fondo, togliere i teli che a tutti costi insistiamo a mettere sopra le suppellettili più care.

Mi soffermo, quindi, sull’aggettivo di “provvisorio”, che in questo caso significa molto di più, ma molto di più del significato diretto, apparente, corrente.

Quando si vuol esaltare di un fenomeno la sua disponibilità alla evoluzione libera, aperta, si dice che esso è dinamico, flessibile, mobile, positivo. La staticità, viceversa, è fatta anche di oggetti bellissimi, appariscenti, ma autorappresentativi: fermi, negativi in termini di flessibilità aperta, ovvero in quanto proprio la loro complessità ricca, ne rende più difficile la modificabilità continua, veloce.

L’aggettivo “provvisorio” rientra in questo concetto sinonimo di “mobilità” impercettibile e non immediatamente tattile. Un rapido accento di Geppe sulla città di Foggia “bella e provvisoria” lascia intendere che questa qualità non è poi così complementare per la nostra realtà sociale e, soprattutto, culturale, ma diventa sostanziale più di quanto si creda, forse, addirittura, appartenente al nostro DNA profondo lontano. Ed ancora attuale, se vogliamo.

La città mobile più facilmente di altre si modifica, salta le sue forme materiche, per atterrare in una flessuosità dell’habitat mentale psicologico dei suoi cittadini più labile, più malleabile, e ci fa restare dentro noi stessi. E dentro la nostra marginalità foggiana, ora veramente statica.

Che ha riguardato, allora molto di più o del tutto, il nostro passato, visto che la nostra attuale condizione di “marginalità” urbana e territoriale si aggrava in uno stato di atarassia pigra, che non ha più molto di dinamico culturale.

Per non parlare solo di questioni astratte vorrei delineare, a mio modo, alcune realtà della città passata, che sono state, e sono ancora, una serie di dimostrazioni chiare di città e di società mobili. Questo rinviene da una serie di “studi urbanistici” atipici, che io ho voluto sviluppare nella mia mente, nel mio personale modo di vedere ed immaginare le cose, non nel modo corrente, cioè rigidamente tecnicistico, ingegneristico, ma, viceversa, come un insieme di “studi emozionali”, sentimentali, quindi sia pure vaghi, ma fondati essenzialmente su una serie di pulsioni spontanee, visive, pedonali (che possono, cioè, essere percepite solo percorrendo a piedi o in bicicletta la città, guardandola in modo scevro). Che io ho creato dentro di me come una sequenza filmica di sensazioni del prima, del presente e del dopo, sia pure astratte, ma per questo molto più indicative di quelle fatte dall’ordito maledettamente fisico di strade, piazze, palazzi. “Studi emozionali” che riproducevano nel mio immaginario delle meta sceneggiature urbane, fatte di pulsioni. Credo che ogni foggiano debba ogni tanto girare la città non guardando la materia, ma lasciandosi plasmare da pure commozioni, trepidazioni.

Penso, per esempio, alla piazza Cavour, dove troneggia la fontana (provvisoria, poi divenuta definitiva) del Sele. È uno spazio enorme, non solo per la sua reale dimensione circolare o semicircolare, ma soprattutto per le lunghe direttrici radiali, che da essa si irraggiano in varie dimensioni, come per riportare nella stessa sua centralità l’intera città (tutta, in primo luogo quella reale, misurabile, e poi quella che non si vede, cioè solo immaginata), attraverso canocchiali rovesciati. Reali e virtuali.

La villa comunale, che, guarda caso, è essa stessa una lunga direttrice lineare che si pone sul lato opposto della direttrice-piazza di piazza Giordano, fino alla “Y” stretta di Corso Vittorio Emanuele e di Corso Cairoli. L’Edificio stretto, acuto alla confluenza dei due Corsi principali, esalta ancor più la biforcazione, riportando essenzialmente alle direttrici che vi convergono da dietro. Peccato che i due Corsi abbiano chiuso con le loro cortine-facciata ottocentesche e successive i Quartieri retrostanti più antichi, che nel frattempo si sono altamente degradati e che sono diventati una parte urbana quasi da nascondere e di cui vergognarsi. (Non è così, in effetti, perché a mio avviso, l’antica trama storica dell’edilizia minore di Foggia, rovesciata all’esterno del Centro antico, quasi tutta murata dalle facciate-cortina, ovvero dalle nuove e massicce costruzioni moderne che tutto nascondono invadendole, non è affatto materia urbana da cestinare).

Trasversalmente alla direttrice-villa e alla “direttrice” piazza Giordano si aprono gli altri grandi assi di viale XXIV maggio per la Stazione ferroviaria, quindi l’opposto Corso Giannone. Sul viale della Stazione e visivamente stupefacente l’Edificio dell’Acquedotto Pugliese. Ricostruisce ordine, e, al tempo stesso, contribuisce (stranamente e a suo modo) ad aggiungere nuova “spazialità urbana”, reale e virtuale. Cosa che non fanno, invece, i successivi Edifici moderni, da una parte della Fondiaria e dall’altra del Palazzo degli Uffici statali, e, quindi, verso la trasversale per l’Università (una volta Tribunale di Foggia), dell’Edificio ex-Upim. Con “virtuale” una volta tanto non intendo il mondo del digitale, ma recupero l’orizzonte della fantasia, sorella della realtà.

Peccato che la Stazione ferroviaria, principale cardine dell’ottocento, che poi è stata quella che ha generato la città moderna fuori del centro storico e dei Quartieri settecenteschi, si è trascinata appresso uno scontato Quartiere ortogonalizzato chiuso. Il quartiere cosiddetto ottocentesco.

Doveva qui prevalere, invece, il concetto dell’apertura urbana massima, in prosecuzione del modello della piazza centrale e centralizzante (piazza Cavour), conseguente, quindi, al disegno principale della stessa piazza Cavour e della sua Fontana del Sele, come detto. Ma anche in quel caso ha prevalso la benedetta o maledetta tecnica urbanistica corrente dei modelli imperanti del tempo.

La piazza Cavour rimane, ancora e comunque, uno spazio immenso, più di quello che è e di quello che vuole e può significare apparentemente o a primo impatto. È una piazza virtuale interscalare urbana a vasta psicologia, che ha pochi riferimenti con altre città medie, per taglio paragonabili alla nostra città di Foggia solo. Guardando qualche foto antica proposta da Geppe, dal Centro della piazza e verso la Stazione (quella prima della distruzione), sembra che questa sia vicina più di quanto sia effettivamente, anzi quasi rovesciata immediatamente sulla piazza Cavour. Facendo il confronto con una foto attuale dalla stessa posizione, sembra che la Stazione sia invece oggi lontana. I nuovi, grandi Edifici hanno ristabilito le distanze reali, scemando gli effetti scenografici virtuali.

Piazza Giordano, anch’essa, si caratterizza per una sua spazialità psicologicamente allargata, anche se in tono minore rispetto alla piazza Cavour. Nel caso della piazza Giordano sembra che in essa giochi un suo ruolo minore come l’anello di congiunzione. Ma anche in questo caso le direttrici visive trasversali non sono di poco conto. E non si tratta solo del corso Matteotti. Anche in questo caso è necessaria una maggiore apertura, anche verso i Quartieri più antichi e degradati, che, anche loro, sono dietro le cortine della stessa piazza Giordano.

L’antica chiesa e Orfanotrofio Maria Cristina giocavano, anche in questo caso, un ben diverso nodo di spazialità rimandata, in congiunzione tra la piazza Cavour e l’attuale piazza Giordano. La massa uniforme dell’attuale Palazzo degli Uffici statali ha distorto questo effetto originale, e non dà lo stesso effetto, sia pure con il generoso porticato lungo l’asse principale.

Del resto, credo che sia noto che tutte le cosiddette “piazze mediterranee” hanno la magica peculiarità di avere una sensazione di maggiore dimensione (spazialità) rispetto alla scala fisica reale. Foggia sembra possedere in misura maggiore questa particolarità astratta : “la piazza è così grande da contenere l’intera idea di città totale” e non viceversa.

Gli esempi filmici che Geppe ha fornito nel suo video attraverso foto di epoca diversa, mostrano e dimostrano chiaramente questi assunti, soprattutto quale fosse la spazialità mobile antica, che la piazza Cavour allora generava, quando gli Edifici erano a maggiore misura d’uomo e di città (il concetto di “misura d’uomo” è qui superato a favore della “città che tutto contiene in una sola mano” o in una sola piazza). La progressione delle immagini mostra perfettamente l’armonia positiva dinamica del tempo che fu e negativa del tempo moderno, nel senso, in quest’ultimo caso, di un netto restringimento spaziale sottrattivo. La piazza prima immensa, poi si è sempre più ridotta. La massa imponente dei nuovi edifici sta “mangiando sempre più il senso della spazialità estesa” di un tempo.

Negli anni in cui ho lavorato nel settore urbanistico del Comune di Foggia credevo di aver scoperto i motivi e i meccanismi secondo i quali l’antica città di Foggia stava progressivamente perdendo le sue qualità di “città leggera”, in moto perpetuo. Erano i tempi nei quali era appena iniziato un processo di edificazione massiccia, i cui ideali erano quelli di procedere per lottizzazioni recintate e/o attraverso i famosi cassoni (che brutta definizione!). Alla città leggera si stava sostituendo una città sempre più pesante e si stavano cancellando pian piano i segni del passato.

Sono refrattario alle volumetrie massicce in altezza. Dovendo comunque consentire uno sviluppo possibile, preferirei per Foggia volumetrie meno invadenti, possibilmente sviluppate in orizzontale. Anche in questo caso lasciando ampi spazi aperti, simil piazze foggiane senza limite reale.

Non riesco, per questo, a condividere, per la verità, eventuali e recenti ipotesi di percorsi pedonali sopraelevati nella piazza Cavour, facendo centro sulla Fontana del Sele, magari a cerchio completo, per collegare la villa comunale agli spazi pedonalizzati del centro-città, come qualche tempo fa ho visto in qualche post di Facebook.

Non voglio e non mi sento di giudicare, ma penso che occorre molto riflettere sulla antica e ancora ricorrente caratteristica iper e meta-spaziale della piazza Cavour, strumento urbano di “apertura” urbana senza limiti. Che ha bisogno di libertà visiva e psicologica.

Ogni nuovo intervento urbano ben venga se porta con sé un nuovo e coerente sviluppo della città. Starei, però, molto attento a non incidere sull’anima della città, che è visibile ed invisibile al tempo stesso.

Ma cosa c’entra tutto questo con la “provvisorietà” di una fontana storica, divenuta così cara alla nostra identità non ancora perduta? Trasferita alla dimensione ed alla scala anche inconscia, di un’intera città, o meglio della sua popolazione?

Geppe, hai intuito che c’è qualcosa di più. Lo ha detto tra le righe. Il momentaneo psicologico della città di Foggia e dei Foggiani sta nella loro continua disponibilità di mutamento, di allargamento e restringimento al tempo stesso. Senza drammi futuri, proprio perché vengono da drammi precedenti. Una dinamicità inconscia che fa parte della nostra cultura, della nostra storia intima e unica.

Le grandi disgrazie che la città di Foggia ha subito in un lunghi periodi della sua storia, e che l’hanno costretta a ricomporsi e rincorrere sempre, hanno conformato il carattere della sua gente, che si reinventa continuamente, con un concetto di provvisorietà che strano emblema di creatività continua. Trasformandosi con coraggio indomito, come una plastica modellabile. Tutto reso possibile dalla sua fluidità di fondo.

Ma questo fenomeno sembra essersi fermato. Oggi che guardiamo a Foggia come ad una macchina incidentata, in panne. Questa macchina può, invece, tornare efficiente e correre, percorrendo tutte le strade che vuole. Perché la bellezza di Foggia non sta in quattro edifici o in quattro belle facciate, ma sta nella sua capacità di guardare negli occhi la realtà, anche drammatica, e saperla aggirare con dinamica curvilinea.

Scusa se sono andato a vanvera. Gli anni che avanzano abbassano il livello tecnicistico e riscoprono il paese dei sentimenti.

Eustacchiofranco Antonucci

Eh no, Franco caro, non sei andato per niente a vanvera. Hai ragione: col passare degli anni, lo sguardo tecnico sempre più si sublima in quello poetico. Hai accompagnato me e gli amici, lettori e telespettatori di Lettere Meridiane in un viaggio emozionale nella Foggia profonda e bella e trasparente (come dici tu) che sta tutti i giorni sotto i nostri occhi, e che non riusciamo più a vedere. Per riscoprirla bisogna fare come dici tu: percorrere a piedi o in bicicletta la città, guardandola in modo scevro, girare la città non guardando la materia, ma lasciandosi plasmare da pure commozioni, trepidazioni. Commozioni e trepidazioni che ci hai elargito a piene mani, e di cui ti ringrazio. Qui sotto, il filmato della puntata di Lettere Meridiane che ha suscitato il bell’articolo di Antonucci, realizzato da Lettere Meridiane, in collaborazione con il laboratorio audiovisiviso L’Immagine Militante dell’Auser di Foggia. (Geppe Inserra)

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Autore: Franco Eustacchio Antonucci

1 commento su “Passeggiata emotiva nella Foggia bella e trasparente (di Franco Antonucci)

  1. Ho letto con vivo e partecipato piacere lo scritto su Foggia di Franco Antonucci. Non è la città ideale quella che lui descrive, ma quella reale, specie se ci riferiamo a Piazza Cavour e alle sue interconnessioni stradali. Quando vivevo a Foggia, anch’io provavo le stesse emozioni e sentimenti, quando da solo mi aggiravo da quelle parti. Vedevo una città moderna e nel contempo originale. Mi stupiva la fontana, come pure il Palazzo dell’Acquedotto, dove ero di casa per la frequentazione pressoché quotidiana a La Gazzetta. Li vedevo eleganti ed aggraziati. Come pure il grande Viale che porta alla Stazione, passeggio serale per tutti, Foggiani e forestieri.Le medesime emozioni le provavo anche quando attraversavo Piazza Cattedrale e annessi. Quelle mura mi sollecitavano la mia fantasia. Vedevo ovunque fatti misteriosi commisti a pagine storiche e risapute.

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