A Parcocittà il cinema diventa emozione collettiva

Se la prima di Schermi di Puglia, è stata buona, la seconda è stata buonissima. Pubblico straripante anche ieri sera, nell’Arena di Parcocittà, per assistere alla proiezione de Il Grande Spirito di Sergio Rubini, autentico gioiello del cinema pugliese, interpretato dallo stesso Rubini e da uno scatenato Rocco Papaleo. I titoli finali sono stati salutati da scroscianti applausi del pubblico, emozionato e commosso, a conferma che guardare un film insieme è ben altra cosa che farlo alla televisione o peggio ancora davanti allo schermo di un cellulare, soprattutto se lo si fa in un’arena. Le proiezioni all’aperto non saranno il massimo dal punto di vista tecnico, ma, più di quelle delle sale convenzionali, con il loro buio totale e il loro surround, danno il senso e la dimensione della visione collettiva. Proiezione dopo proiezione, sta conquistando il pubblico, la rassegna promossa dall’associazione Sale di Città con ParcoCittà e il supporto di Cinema Felix Lettere Meridiane, e con il sostegno di Apulia Film Commission, con risorse a valere su “Viva Cinema – Promuovere il Cinema e Valorizzare i Cineporti di Puglia”.

E per i cinefili dell’arena di Parco San Felice, domani sera, mercoledì 31 luglio, c’è un’altra ghiotta opportunità di rivedere all’opera l’effervescente duo Rubini-Papaleo. Verrà proiettato infatti (ore 21.00, Parco San Felice, ingresso 3 euro) Moschettieri del Re – La penultima missione di Giovanni VeronesiTravolgente, divertente, picaresco il film ha rilanciato la commedia italiana in costume, e va dato merito a Veronesi di essere riuscito a cogliere e a rappresentare la dimensione più vera della letteratura di Dumas, la sua vena ironica, più che epica, e la sua capacità di parlare ed affascinare lettori grandi e piccoli.

La storia è affidata alla verve scoppiettante di un cast stellare: Pierfrancesco Favino è D’Artagnan, che fa il maialaro, ha un gomito fuori uso e ormai lotta soltanto con il congiuntivo, Rocco Papaleo è Athos, alle prese con amori bisex e una malattia venerea, Sergio Rubini indossa i panni di Aramis, che fa l’abate in un monastero per dimenticare le sue 161 vittime e i debiti di gioco, Valerio Mastandrea interpreta Portos dimagrito e devastato dal laudano e dall’oppio.

Nonostante i malanni e il tempo trascorso, quando la Regina (interpretata da una splendida Margherita Buy) li chiama per un’altra missione, non hanno alcun dubbio e risalgono sui loro destrieri. Dovranno vedersela con il truce e furbo cardinale Mazzarino (Alessandro Haber), ma avranno dalla loro parte assi nella manica come il Servo Muto (bravissimo Lele Vannoli) che grazie ad un’altissima capacità di sopportazione del dolore attira su di sé i colpi degli avversari e la bellissima Cicognac (Valeria Solarino).

Girato nelle location selvagge e di inaspettata bellezza della Basilicata (Matera, Montescaglioso con  la sua millenaria Abbazia di San Michele Arcangelo, i Calanchi di Aliano, il Parco di Gallipoli, le Dolomiti Lucane, il Vulture tra Venosa e Melfi, Marsico Vetere e Pietrapertosa), il film è un inno all’avventura e alla letteratura, così come potrebbe vederla lo sguardo incantato di un bambino. Un omaggio al potere fascinatorio della parola (le battute comiche sono spesso affidate a riusciti calembour che esaltano la scoppiettante sceneggiatura, scritta da Nicola Baldoni assieme allo stesso Veronesi. Si ride per novanta minuti. L’intenso ed inaspettato finale regala emozioni profonde e offre una nitida chiave di lettura all’intera pellicola.

La raccomandazione vale sempre, ma in questo caso ancora di più: non perdetevi i titoli di coda, che regalano una rara canzone di Paolo Conte. Come il cacio sui maccheroni.

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Autore: Geppe Inserra

  1. Vogliamo ricordare che le musiche del film sono in gran parte del “nostro” Antonio Iammarino?
    E anche di Luca Medici, ovvero Checco Zalone.
    Veronesi ha attinto a piene mani dal talento pugliese.

    Una foggiana trapiantata a Prato, città appunto dei Veronesi, il regista e lo scrittore.

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