Quando Foggia era prima

Sfogliare i giornali del passato è sempre un esercizio salutare, perché ci ricorda come eravamo, e come potremmo essere oggi, se le cose fossero andate per il verso giusto. Curiosando nell’archivio storico de La Stampa mi sono imbattuto in un articolo su Foggia, che mi ha dato molto da pensare, e che voglio condividere con gli amici e i lettori di Lettere Meridiane.
È stato pubblicato agli inizi del 1989, e non riguarda una vicenda di cronaca nera, come purtroppo spesso accade, quando i giornali nazionali si occupano del capoluogo dauno.
Firmato da Giuseppe Zaccaria, inviato di punta del quotidiano torinese, con una cospicua esperienza quale corrispondente dai teatri di guerra, il reportage è intitolato “Il secondo miracolo di Foggia” e, come si apprende dall’occhiello, è parte di un “Viaggio nelle contraddizioni della Puglia, ex ’isola felice’ del Sud”.
Il sommario offre un’efficace sintesi del contenuto del pezzo: “La città, rinata dalle macerie della guerra, è brutta e soffocata dal traffico, ma sta diventando a sorpresa il nuovo centro vitale della regione – Accanto allo stabilimento Aeritalia ci sono il conservatorio musicale e l’accademia di belle arti – E adesso è in arrivo anche l’università”.
In poche righe, Zaccaria disegna un’immagine veritiera della città: “una delle più brutte città d’Italia” da cui affiorava “una realtà in bilico”.
Ricordo di aver adoperato, come cronista, in quegli anni, più volte l’azzeccata metafora di Zaccaria: una realtà in bilico, sospesa tra le prospettiva di una crescita affidata all’industria e al nascente polo universitario, e una crisi che fin da quegli anni cominciava a manifestarsi con preoccupanti segnali d’allarme che giungevano sul versante dell’economia ma anche da quello di una criminalità che cominciava ad organizzarsi.
Il 1989 è uno degli ultimi anni Ottanta, definiti da un’altra fortunata metafora (coniata da Franco Mastroluca, per il mio, omonimo libro, in cui raccontavo i fatti di quella stagione) “il decennio debole”.
Il pendolo tra crisi e sviluppo cominciava ad oscillare sempre più pericolosamente.
La genialità di Zaccaria sta però nell’aver individuato con grande nitidezza, come se ci vivesse da anni, le potenzialità di una città forzosamente moderna, che trova in questo grigio anonimato una ragione di futuro. L’autore legge il “miracolo foggiano” nel fatto che la città si è tramutata di colpo (a causa dei bombardamenti e della successiva, disordinata ricostruzione) “in luogo senza memoria e senza cattedrali”: ”è come se Foggia – argomenta l’inviato – avesse individuato «chances» che altre città pugliesi stanno ancora cercando” e aggiunge: “la città oltre che brutta e caotica finisce per dimostrarsi vitale, per rivelare dietro i cambiamenti i tratti di un progetto, potenzialità sconosciute al resto della regione. “
Il giornalista individua nella leadership politica allora esercitata da Vincenzo Russo una delle chiavi di questo progetto, “nonostante la presenza di un Pci molto più radicato che in altre parti della regione”. Non sono del tutto d’accordo: forse la chiave di quella progettualità vincente stava proprio nell’efficace contrappeso tra il potere democristiano e l’opposizione comunista: certo, quella stagione politica declinava una classe dirigente che sapeva tenere in mano saldamente le redini dello sviluppo.
Zaccaria motiva doviziosamente nell’articolo, che potete leggere integralmente più avanti (e che potete scaricare qui nella edizione originale), le ragioni del “miracolo foggiano”: l’industria (Aeritalia, Sofim, Enichem le aziende citate) supportata dal metano estratto nel triangolo Candela-Ascoli-Deliceto, il turismo, allora nascente, la qualità del sistema formativo (il conservatorio, l’accademia di belle arti, ma anche gli istituti tecnici), e poi il polo universitario che stava per vedere gli albori. Leggere le parole di Giuseppe Zaccaria è come sfogliare l’album dei ricordi. Difficile non indulgere alla nostalgia.
Sta di fatto che soltanto di lì a qualche anno, il precario equilibro della città in bilico andò in frantumi. La città e la provincia precipitarono nel vortice di una crisi dalla quale non sono ancora uscite. Che è successo?
Zaccaria lo indica, en passant, nel finale dell’articolo quando parla della preoccupante, incombente presenza di infiltrazioni camorristiche in Capitanata. Allora un rischio, oggi un dato di fatto: quelle infiltrazioni hanno prodotto, per una sorta di scellerata gemmazione, la nascita di una mafia autoctona, proterva, feroce.
Forse è stato questo il fattore che ha fatto pendere la bilancia dalla parte sbagliata, quella della crisi. (g.i.)

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Viaggio nelle contraddizioni della Puglia, ex «isola felice» del Sud

Il secondo miracolo di Foggia

La città, rinata dalle macerie della guerra, è brutta e soffocata dal traffico, ma sta diventando a sorpresa il nuovo centro vitale della regione – Accanto allo stabilimento Aeritalia ci sono il conservatorio musicale e l’accademia di belle arti – E adesso è in arrivo anche l’università

DAL NOSTRO INVIATO FOGGIA — Forse è colpa dell’autostrada. A chi, arrivando da Sud, sia diretto a Foggia, è già la principale via di comunicazione a imporre una scelta singolare: a questa città si può arrivare sia attraverso l’Adriatica, che congiunge la Puglia all’area del progresso (l’Abruzzo, la Romagna, Bologna, Milano… ) sia percorrendo la «A 2», che porta dritti in Irpinia. O magari, tutto nasce dall’aspetto dei quartieri, irrimediabilmente misero, squarciato da improbabili, moderne piazze monumentali. Certo lasciando Foggia, una delle più brutte città d’Italia, la sensazione netta è quella di aver appena attraversato una realtà in bilico.
Questa era la roccaforte degli agrari e la patria di Di Vittorio: la più povera e isolata città di Puglia, la più conservatrice, e assieme la più esposta all’improvviso avvampare di tensioni sociali. La più sfortunata, anche, visto che durante l’ultima guerra i bombardamenti l’avevano distrutta per più di due terzi.
Oggi del vecchio identikit non sopravvive più neanche un tratto: in quella sorta di azzeramento, nel fatto di essersi tramutata di colpo in luogo senza memoria e senza cattedrali, è come se Foggia avesse individuato «chances» che altre città pugliesi stanno ancora cercando.
L’impatto con la città non è mai dei più felici. Palazzi anonimi, strade che paiono vicoli , un traffico che avviluppa il centro con interminabili serpenti di lamiera, il continuo lamento dei clacson di «Volvo» da cinquanta milioni che vanno avanti a tre chilometri l’ora.
“Questa — vi spiegherà qualsiasi amministratore— è una città ricostruita in fretta, subito dopo la guerra, quando non si poteva andare tanto per il sottile…».
I risultati di quella frenetica, disordinata ricostruzione ancora si notano, e resteranno evidenti per anni. Ma se non ci si ferma al traffico e al cronico ritardo di un piano regolatore, se si considerano altre situazioni e altre realtà, la città oltre che brutta e caotica finisce per dimostrarsi vitale, per rivelare dietro i cambiamenti i tratti di un progetto, potenzialità sconosciute al resto della regione.
Sarà che l’«azzeramento» di quarant’anni fa ha reso più facile il ripartire, sarà che Foggia m qualche modo resta ancora città monocratica, ma sta di fatto che fra tutte le città pugliesi, e forse meridionali, questa è la sola che almeno in parte mostri di seguire un progetto, un piano.
Se Taranto rischia di morire con l’Italsider, se ormai da molti anni Bari tenta di dare senso a uno sviluppo tanto frenetico quanto frammentato, qui la crescita rivela qualcosa di preordinato che si snoderà forse lentamente, eppure con una certa armonia.
Da trent’anni, in Capitanata, la leadership resta saldamente nelle mani di Vincenzo Russo, democristiano, deputato e più volte ministro, ma anche politico dai tratti molto particolari.
Ingegnere di mentalità e formazione, Russo proviene dall’Eni, dove aveva lavorato a lungo a fianco di Mattei, si è occupato di aeronautica, di tecnologie applicate all’agricoltura, perfino di genetica: è sua la legge che in Italia ha dato il via alle ricerche in questo campo.
Anche sotto questo aspetto il «caso Foggia» esprime caratteristiche singolari. Ricordate, negli Anni Settanta, le polemiche sui «padroni del Sud», sugli uomini che condizionavano intere città, intere province?
Alla vigilia dei Novanta, in Puglia, Bari ancora sembra piangere la morte di Aldo Moro, Lecce scopre nell’improvvisa scomparsa di Salvatore Fitto, presidente della Regione, vittima di un incidente stradale, un serio intralcio a timide prospettive di crescita.
Qui invece il leader regge, e nonostante la presenza di un Pci molto più radicato che in altre parti della regione, di un’impostazione ingegneristica Foggia finisce col risentire in termini positivi.
Non è solo questione di industrie ma di raccordo fra imprese e città, non solo di posti di lavoro ma di prospettive. Questa è la sola città pugliese a possedere contemporaneamente un conservatorio musicale e un’accademia di belle arti. Alle porte della città funziona un modernissimo stabilimento Aeritalia. Accanto ai capannoni (in cui si producono parti dell’Atr 42, del Boeing 707, del Dc 9 «lungo» della Mc Donnel-Douglas e, da qualche tempo, anche pale per lo sfruttamento dell’energia eolica) ecco sorgere un istituto tecnico che si propone di creare nuovi specialisti.
Qualche chilometro più in là, la Sofim sforna motori diesel fra i più moderni d’Europa. Sul Gargano, una vocazione turistica scoperta dall’Eni ha provocato una crescita senza precedenti che oggi è sorretta da piccole imprese familiari e istituti alberghieri.
A Manfredonia, gli stabilimenti chimici della Montedison sfruttano il metano estratto dal triangolo Candela-Ascoli Satriano-Deliceto per produrre «carprolattame», col doppio risultato di utilizzare le riserve energetiche del territorio e di sfornare una base essenziale per le fibre sintetiche, che l’Italia in genere importa.
Già, Manfredonia: due mesi fa, per qualche settimana questo centro in riva all’Adriatico sembrava aver rilanciato la protesta di piazza: prima cortei per i temuti «tagli» alla produzione, la gente era scesa in piazza centro lo stabilimento. Quasi negli stessi giorni, a Foggia, cortei degli studenti reclamavano l’istituzione della terza università pugliese.
E adesso? Tutto finito, almeno in apparenza: a Manfredonia basta coi blocchi e le manifestazioni, a Foggia il «via» alla nuova università, sia pure in termini un po’ diversi da quelli che si sognavano, n progetto, anzi il sogno, era quello di far sorgere in Capitanata una specie di cittadella delle scienze, un nucleo di facoltà tecniche che accentuasse le vocazioni alla modernità. Finirà invece con una facoltà di economia e commercio, una di giurisprudenza, una di agraria. Meglio di niente. Dove siamo, allora, poco più a Sud di Benevento o dalle parti di Pescara, a un passo dal «modello adriatico» o ancora troppo vicini alle convulsioni della Campania? Anche a Foggia, una decina d’anni fa una certa «modernità» si affacciò coi tratti di Raffaele Cutolo e Pasquale Barra, meglio definito come «’o animale’. Anche in quest’angolo di Puglia ci si comincia ad accapigliare intorno al ruolo e al potere di «emergenti» (come Pasquale Casillo, proprietario di una serie di mulini e cugino di quel Casillo saltato in aria, a Roma, su una «Golf» imbottita di tritolo) o su strane manovre su terreni prima destinati a una superstrada. Ma per ora si tratta solo di segnali. Resta la sorprendente immagine di fondo: non sarà che i germi di un nuovo, piccolo «miracolo pugliese» si nascondono proprio dietro i brutti palazzi di questa città dimenticata?
Giuseppe Zaccaria

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Autore: Geppe Inserra

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