“La città ideale”, lo sguardo profondo su Foggia di Antonio Fortarezza

Lo sguardo di Antonio Fortarezza ama posarsi sulle situazioni estreme. Tanto per rendere l’idea, il filmato più visto del suo ricco canale YouTube (60.000 visualizzazioni, mica roba da poco) ha per tema quel mistero della matematica e della bellezza che sono i frattali, rappresentazione della proporzione aurea, nonché metafora della continua e armonica tensione verso la perfezione, come dice nel video lo stesso autore.

In un certo senso, questa metafora ispira e sorregge tutto il cinema di Fortarezza, perfino quando la sua macchina da presa scruta contesti e situazioni dove la perfezione pare del tutto assente: le periferie d’ogni genere e grado, il disagio mentale, i migranti, i luoghi abbandonati (a fine articolo trovate una mini guida sui documentari di Fortarezza).

Per scendere dalla bellezza dei frattali all’inferno delle squallide periferie metropolitane di Foggia ci vuol coraggio. Ma Antonio Fortarezza ama cercare bagliori nelle tenebre più profonde.

Il punto è che la bellezza si annida dappertutto, o se preferite la speranza d’una possibile bellezza. L’idea di cinema di Antonio è anche una concezione della vita, che riecheggia Seneca: “Non sperare mai senza disperazione, non disperare mai senza speranza”.

Il suo ultimo cortometraggio, La Città ideale (sarà presentato in anteprima venerdì prossimo, 20 settembre, ore 19.00, all’Auditorium Santa Chiara, ingresso gratuito, non mancate), celebra la discesa dall’empireo dei frattali agli inferi di Foggia, suggellando con una grande prova di “cinema del reale”, questa estetica della settima arte, questa concezione della vita.

Il titolo (La città ideale) e il sottotitolo (Le mani nella città) sono qualcosa di più d’una dichiarazione programmatica. I riferimenti culturali sono espliciti: La città ideale si riferisce al celeberrimo dipinto custodito ad Urbino, e ritenuto una delle opere maggiormente simboliche del Rinascimento. Le mani nella città al titolo (Le mani sulla città) dell’altrettanto celebre film di Francesco Rosi.

Fortarezza, che oltre che un valente film-maker è anche un apprezzato grafico (un creativo a tutto tondo, insomma), lo cita espressamente anche nella locandina del film, che riproduce l’opera urbinate, con una sostanziale differenza: il tempio circolare al centro del dipinto è sostituito da un palazzo di Rione Candelaro. Ironia? Non solo.

La sorpresa è che il palazzo si inserisce serenamente e bellamente nel contesto. Vi sembra perfino coerente. Antonio pare voler suggerire che ogni città, perfino Foggia, può diventare La città ideale, a patto di riuscire a liberarsi dalle mani che la tengono avvinta.

Prima di questo film, lo sguardo di Antonio aveva soltanto lambito Foggia, che è la sua città, forse anche per il complesso rapporto che detengono con il luogo natio quelli che per scelta o per necessità se ne sono andati (il regista ne aveva parlato proprio su Lettere Meridiane, in una toccante testimonianza che potete leggere qui). Da un paio d’anni covava l’idea di fare qualcosa su Foggia e per Foggia. Il risultato è quello che potrete vedere venerdì sera, nell’evento di Santa Chiara.

Il documentario è duro, non fa sconti. Lo sguardo è nitido, impietoso. Mette il dito nella piaga. Perché Foggia non è soltanto una città di periferia. È una città senza un’identità e perciò senza un centro, dove tutto è periferia. Foggia è l’ombelico di tutte le periferie del mondo.

La città ideale propone un viaggio in quest’inferno, che annichilisce il senso civico e la qualità della vita, una viaggio attraverso quelle “mani nella città” che negli ultimi decenni l’hanno avviluppata in una morsa letale: la mafia, i poteri criminali, l’usura.

Si parte dall’episodio (allora ampiamente sottovalutato) che segnò il salto di qualità della criminalità organizzata: l’assassinio dell’imprenditore Giovanni Panunzio, ucciso per non essersi piegato al racket delle estorsioni, per passare all’altro omicidio eccellente, rimasto a tutt’oggi senza che i responsabili e il movente siano stati individuati, quello del direttore dell’ufficio del registro, Francesco Marcone.

I proiettili che hanno crivellato i colpi innocenti dell’imprenditore Panunzio e dell’integerrimo civil servant Marcone, sono l’amara metafora dell’attacco sferrato dalla mafia all’economia e alle istituzioni.

Lo sguardo su Foggia di Antonio Fortarezza s’immerge nell’anima e nella coscienza più profonde e inconfessate della città. Non soltanto la criminalità organizzata, ma anche quella spicciola, quotidiana, costretta a delinquere per sopravvivere, e poi i ghetti, la crisi del Quartiere Ferrovia, emblematica della crisi di una intera città.

Una crisi irreversibile? Forse no. Ed è qui che Antonio Fortarezza scorge bagliori, li sottolinea. Tra le diverse voci narranti del film, spicca quella di Mario Nero, il testimone di giustizia che permise la cattura e la condanna dei responsabili dell’uccisione di Panunzio. Il suo accorato appello funge da morale: “Dobbiamo vincere la cronaca incapacità che esiste in questa città di fare squadra.”

Le mani sulla e nella città possono essere sconfitte proprio (e soltanto) costruendo la città ideale, portando al centro le periferie. Attraverso la solidarietà, attraverso il ritorno del senso comune e civile.

Il film di Antonio Fortarezza è un gesto importante in questa direzione.

Geppe Inserra

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Autore: Geppe Inserra

1 commento su ““La città ideale”, lo sguardo profondo su Foggia di Antonio Fortarezza

  1. spero che tutto il suo lavoro non sia inutile, che serva a svegliare le coscienze di tutti noi e che non si risolva solo ad assistere alla proiezione

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