Foggia oscurata dalla Via Francigena: la Regione Puglia ha torto marcio

Foggia è stata completamente esclusa dalla Regione Puglia da tutti gli itinerari della Via Francigena, come stiamo documentando da qualche giorno (chi avesse perso le puntate precedenti, può leggere gli articoli che abbiamo già dedicato a questa incresciosa, quanto incredibile vicenda cliccando sui collegamenti che seguono: 1) Altra beffa dalla Regione: Foggia esclusa dalla via Francigena; 2) Perché Foggia è stata esclusa dalla Via Francigena?). E il peggio è che, se non fosse stato per la ferma presa di posizione del presidente dell’Associazione Tratturi e Transumanza, Michele Pesante, raccolta da SharingTv e da Lettere Meridiane, questo ennesimo schiaffo sarebbe passato sotto silenzio.

L’esclusione di Foggia dal tracciato della Via Francingena approvato dalla Regione Puglia è dolorosa ed immotivata, visto che il ruolo di Foggia, quale nodo essenziale di questo antico percorso dei pellegrini, è certificato da una considerevole mole di documenti.

Da qualche parte è stato detto, o fatto intendere, che l’esclusione del capoluogo dauno sarebbe stata determinata da un certo disinteresse delle istituzioni locali daune, che non avrebbero preso parte al lungo e laborioso itera istruttorio.

Anche questo non è vero.

C’è un documento che non soltanto smentisce questa tesi, ma costituisce in se stesso un’ineccepibile conferma che autorevolissime fonti scientifiche attestano la presenza di Foggia nell’itinerario, e che la Regione Puglia ne era a conoscenza. O che, almeno, non poteva non sapere.

Perché queste fonti siano state ignorate o comunque non tenute nella dovuta considerazione, è una domanda che i rappresentanti istituzionali della provincia di Foggia in seno al Consiglio Regionale dovrebbero porre, con sollecitudine e con la dovuta energia, a chi di competenza.

Il documento al quale ci riferiamo è il Piano di Valorizzazione del tracciato della via Francigena del sud realizzato dalla Provincia di Foggia su (udite, udite!) incarico della Regione Puglia, la cui mano destra evidentemente non sa quel che fa la mano sinistra.

La redazione del Piano era infatti espressamente prevista da una intesa  stipulata tra la Regione Puglia e la Provincia di Foggia che impegnava quest’ultima ad occuparsi degli aspetti attuativi relativi alla valorizzazione del tracciato della via Francigena del Sud. L’accordo si collocava nell’ambito del progetto di eccellenza “Monti Dauni”.

La Provincia non aveva poteri decisionali sulla definizione del tracciato, ma è evidente che lo studio, realizzato dal settore Assetto del Territorio diretto dall’arch. Stefano Biscotti, poteva e doveva costituire un punto di riferimento per la Regione. Invece così non è stato.

Del progetto non c’è alcuna traccia né alcun richiamo nella delibera della giunta regionale pugliese n. 633 del 4 aprile 2019, con cui è stato definitivamente approvato il tracciato della Via Francigena dal quale – unico tra gli otto capoluogo pugliesi (le province pugliesi sono 6, ma la Bat conta  tre capoluoghi…) – è stata esclusa Foggia.

Se l’assessore Loredana Capone e i tecnici regionali che hanno istruito il provvedimento avessero avuto la bontà e la pazienza di leggere il documentato progetto della Provincia, forse non avrebbero deciso a cuore leggero di “oscurare” Foggia, tenendola fuori sia dal tracciato della Via Francigena sia dalle Terre della Francigena, ovvero le varianti riconosciute dall’Associazione Europea delle Vie Francigene.

In realtà, come documenta in maniera inequivocabile lo studio della Provincia, Foggia faceva parte sia dell’itinerario principale della Strada peregrinorum, sia dei suoi percorsi alternativi.

Lo studio della Provincia descrive così il tracciato principale: “In età medievale, l’itinerario principale percorso dai pellegrini provenienti da Roma per raggiungere il santuario dell’Arcangelo, come meta o come tappa intermedia prima di imbarcarsi da uno dei tanti porti pugliesi diretti in Terra Santa, seguiva l’antico tracciato della via Traiana da Benevento a Troia, edificata dai Bizantini, agli inizi del sec. XI nei pressi dell’antica Aecae. Da qui si prendeva l’altrettanto antica diramazione Aecae-Sipontum che, con percorso pianeggiante seguendo la valle del Celone portava a Siponto attraversando l’abitato di Foggia, sorta nella seconda metà dell’XI secolo, non molto distante dall’antica e mitica Arpi.”

Una strada frequentata dai pellegrini deve avere anche idonee strutture di accoglienza, e Foggia ne aveva almeno due: la chiesa di San Leonardo che trarrebbe la sua denominazione dalla domus di San Leonardo in Lama Volara, tappa obbligata dei pellegrini che si recavano a Monte Sant’Angelo, che sorge tuttora tra Foggia e Manfredonia.

“Ai Canonici di Sant’Agostino il vescovo di Troia Guglielmo III, da cui dipende il territorio di Foggia – scrivono gli autori del progetto della Provincia –, concede il permesso di edificare una chiesa di san Leonardo che doveva essere una sorta di dipendenza del monastero sipontino a supporto dei pellegrini che percorrevano la via Francigena verso san Michele”.

“Il ruolo di Foggia come nodo e tappa viaria importante – si legge ancora nel documento – viene confermato da un altro atto notarile del 1125, rogato a San Lorenzo in Carmignano, in cui un tale Angelo del castrum Fogie, per il bene della sua anima e di quella dei suoi genitori, offre alla chiesa di san Tommaso del suddetto castrum, e al vescovo di Troia Guglielmo II (1106-1141), un ospizio che egli ha fatto costruire a Foggia lungo la via che conduceva a Troia.”

Da questo documento – e qui i tecnici della Provincia citano una indiscussa autorità in materia, il prof. Pasquale Corsi – si evince che ormai Foggia era divenuta “una tappa importante per i pellegrini che percorrevano la via francigena, in direzione di Monte Sant’Angelo, di Bari e certo anche della Terra Santa”.

E non è tutto. La Via Francigena è legata a doppio filo alla identità stessa della città di Foggia i cui due compatroni, i santi Guglielmo e Pellegrino – sarebbero giunti a Foggia proprio come pellegrini. Lo studio della Provincia approfondire questo ed altri aspetti, come vedremo nei prossimi giorni.

A prescindere da ogni discorso di natura geopolitica ed amministrativa, come può una Regione non tenere conto dei tratti identitari delle sue città, soprattutto se si tratta di capoluoghi?

Geppe Inserra

(2. continua)

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Autore: Geppe Inserra

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