Vecchio Natale foggiano (di Arturo Oreste Bucci)

Quartieri periferici al buio, domenica sera, festa dell’Immacolata. Hanno vinto l’Amiu e i vigili urbani, che quest’anno hanno dichiarato guerra alla raccolta e allo stoccaggio abusivo di legna, sequestrando tutto il possibile. Pochi, pochissimi falò, per lo più dovuti alla buona volontà e all’impegno di gruppi di scout (che li hanno realizzati ed accesi, naturalmente, rispettando tutte le norme di legge e di sicurezza). La maggior parte dei foggiani si è così assiepata in piazza Cavour, dov’erano in programma l’accensione dell’albero e l’inaugurazione della ruota panoramica.

Io ho fatto lo stesso il giro in periferia, alla ricerca della fanoje scomparse. Non ne ho trovate. Solo buio, e nostalgia.

Per quanti, come me, rimpiangono il Natale di una volta, eccovi un delizioso ricordo d’autore.

L’ho scovato spulciando vecchi giornali. È firmato dal grande poeta e scrittore foggiano Arturo Oreste Bucci e venne pubblicato il 22 dicembre 1951, sul numero natalizio del Il foglietto. Già allora, ovvero quasi 70 anni fa, il buon Bucci manifestava la sua nostalgia per il “Vecchio Natale foggiano” criticando “l’egoismo e il malcostume, invadenti e preoccupanti, dell’ora presente”. Corsi e ricorsi della storia. Le note al testo sono mie. La foto che illustra il post raffigura un presepe realizzato da Ciro Inicorbaf, ispirato agli Exultet di Troia. Buona lettura. (g.i.)

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Me mett’au pizze d’a strade

E sende l’addore di cartellate…

cantava, allegramente, la forosetta (contadinella, n.d.r.) che all’alba, lasciato il tepore del letto, si camminava sulla “via nova” per il quotidiano lavoro, accompagnata dal coro delle compagne:

Che m’ha mannate Maria Rose

Vruculill chi li rose.

Aria di Natale, dalle raccolte serate, nell’intimità delle famiglie, in compagnia della mamma e di congiunte, intente ai lavori a “crochet” o assorbite dalla lettura dell’appendice del Roma che lo strillone partenopeo foggiano Saverio Cipolla, all’Ave Maria, prontamente recapitava.

Aria di Natale, che si avvertiva dal primo festoso scampanio di tutte le chiese, annunziante la novena dell’Immacolata, e dal suono delle ciaramelle che attirava la mai paga curiosità dei bimbi, ed infondeva tanta dolce letizia nelle innocenti anime infantili.

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Accanto al fuoco, col capo appoggiato sui ginocchi della nonna, intenta a raccontarci la favola serale, ci appisolavamo, mentre dalla strada – tra il sibilo della gelida tramontana o gli scrosci della pioggia – giungeva la voce dell’ubriaco

Capitone Lesina

Lesina sempre vence…

o il canto in sordina del ritardatario che frettolosamente rincasava:

“U vove e l’asiniello

San Geseppe u vecchiarelle”

Note festose, fatte per i nostri piccoli cuori, ma interrotte – a conferma delle gioie e dei dolori della vita – dal lugubre, famelico grido della contadina “crocese”:

I fenucchielle janche

I fenucchielle janche

seguito da

l’acce, l’acce

l’agghie fatte int’a l’uorte”

o da:

“A cannelline i rafanielle due mazze nu tornese”.

Erano i “terrazzani”; i “proletari del Tavoliere”, così bene illustrati dal mai abbastanza compianto Antonio lo Re, i quali dopo una giornata passata sugli sconfinati tratturi – esposti alla pioggia, al vento, a tutte le intemperie, in cerca di erbe, funghi, lambasciuoli – a sera, non appena rincasati, malgrado la stanchezza e le infreddature, erano costretti ad andare in giro a vendere la merce per poter acquistare qualche chilo di pane. Tempi tristi e di vera miseria; tempi in cui il popolo -specie quello rurale tormentato dalla malaria – languiva; tempi di cucine economiche comunali, in cui – all’ora di mezzogiorno – via San Francesco d’Assisi era affollata di gente in fila, col tegame tra le mani, che attendeva la razione di minestra presentando il buono di acquisto, che costava 15 centesimi appena.

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Ma le palpebre si chiudevano ed al suono della tromba che imponeva il silenzio notturno ai Cavalleggeri della Caserma dei Cappuccini, tra le braccia della nonna, andavamo a letto. Però con l’inoltrare del periodo natalizio, il sonno spariva, distratti dalla preparazione del presepe che ogni anno richiedeva dal negozio di Petrone a Porta Grande, nuovi “pupi”, dalla ricerca delle cartelle e panierino della tombola o dal desiderio dei dadi per il gioco dell’oca.

Pregustavamo la contentezza di passare, in compagnia di parenti ed amici parecchie serate, alla luce del lume a petrolio, intorno al tavolo da pranzo, coperto dal tappeto a maglia fatto in casa dalle mani fatate delle nostre donne o da quello confezionato con ritagli di stoffa sapientemente uniti.

Nostalgie, malinconie, vecchiume, dirà chi avrà la pazienza di leggere. Lo riconosciamo, ma densi, di tanto amore, di tanta grazia, di tanta spiritualità, in piena e perfetta antitesi con l’egoismo il malcostume, invadenti e preoccupanti, dell’ora presente.

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Dopo la festa dell’Immacolata – che si onorava: a tavola, con qualche anticipazione culinaria natalizia; sulla strada con grandi fanoje (falò) e sparatoria di “tric-trac” “pisciavennelle”, “botte in terra” che durava fino a tarda ora – le famiglie, specie le benestanti, cominciavano ad occuparsi dei preparativi per le feste di Natale, che ordinariamente si protraevano fino alla Epifania.

La pasticceria costituiva il clou delle preoccupazioni poiché oltre i dolci delle nostre botteghe di De Mauro, Del Conte, Tarantino, Farina, De Meo, Pagano erano di rito quelli fatti in casa: cartellate, schiarole, taralli, latte di mandorle, struffoli, calzoncelli, porcelluzzi, susamielli, ecc.

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Dall’inizio della novena di Natale – che si svolgeva in Cattedrale con sfarzo di luci, predicatore di fama, musica a grande orchestra diretta dal maestro Luigi Nigri e largo concorso di popolo – nelle cucine di ogni casa si lavorava in pieno, i forni facevano affari d’oro; specie con la coltura di taralli e scaldatelli.

La notte dal 23 al 23 (antivigilia) era la più caratteristica e chiassosa per i grandi e moltissimi falò che si accendevano in ogni punto ed il continuo sparo di petardi confezionati dagli “sparapiezzi” Buompensiero e Giampietro. Non mancavano le orchestrine per allietare la folla che girava in lungo ed in largo, ammirando le mostre dei negozi e facendo acquisti. Verso l’alba entravano in campo in ciaramellari che suonando, giravano per le case, riscuotendo il compenso della novena e accettando dici di dolci e cibarie.

Le vecchie e tarlate baracche della piazzetta come tutte le botteghe, nel frattempo, si andavano riempiendo sempre più di ogni bene di Dio; le macellerie facevano a gara, con tornando gli ingressi di tacchini ed agnelli infiorati.

Addirittura impressionanti erano i cumuli di verdura proveniente da Lucera, San Severo e Barletta, con posti di vendita in Piazza Lanza, del Lago, Cattedrale, Federico II, Mercato, Baldassarre, Rignano ecc. Ma la nota vivace, di colore e densa di folklore era quella dei pescivendoli, i quali in ogni angolo, improvvisavano bancarelle, gridando a squarciagola:

“Capitone Lesina

Lesina sempre vence”

“Tutte vive a lu pajese

Pajesanelle mie d’aguanne”

intercalando “so muort i ‘mpostature”, alludendo ai ritardatari, i quali -appostati – si decidevano a comprare il pesce solo all’ora del tramonto, nella speranza di pagarlo a minor prezzo.

I popolani si accontentavano del baccalà.

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Con le prime luci del giorno 24, le cucine cominciavano a funzionare ed a mezzogiorno tutte le padelle friggevano pettole, per lo spuntino che calmava, fino all’ora del cenone, i crampi dello stomaco.

Alle 22, mentre si era ancora a tavola, il campanone del Duomo – come tutt’ora- invitava i fedeli alla Messa di mezzanotte; vi partecipavano le migliori famiglie e grande massa di popolo. Molti, però, rimanevano in casa: i mangioni per attendere il giorno di Natale che salutavano con spaghetti e carne, gli altri per giocare a tombola.

In chiesa non mancavano scherzi di buontemponi un po’ brilli; spesso buttavano nelle pile dell’acqua benedetta il nerofumo o terre coloranti, per cui si verificavano scene comiche che destavano l’ilarità generale.

Alla processione del bambino Gesù, cantando la “pastorale”, partecipavano i pastori abruzzesi, col cero in mano, nei loro tradizionali indumenti confezionati con pelli di agnello e la manta di lana bianca sulle spalle. Era una scena pittoresca e commovente che si svolgeva al canto del “Venite adoremus”, mentre tutte le campane, festosamente, annunziavano la nascita del Redentore.

Arturo Oreste Bucci

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Autore: Geppe Inserra

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