La scomparsa di Giulio Miccoli, grande costruttore di democrazia

Giulio Miccoli è stato il primo operaio a rivestire incarichi sindacali e politici di rilievo nella Cgil e nel Pci di Capitanata. Prima di lui, questa sorte era toccata a diversi braccianti, divenuti dirigenti, ma mai a qualcuno che proveniva dalla catena di montaggio.

Anche per questo, la sua intensa attività, prima sindacale e poi politica, ha lasciato una traccia profonda, ha scandito un’epoca.

Giunse ai vertici della Cgil della provincia di Foggia (prima come segretario della categoria dei chimici, poi come segretario generale) dalla Lanerossi, una delle fabbriche che qualche anno prima, avevano avviato la fragile industrializzazione della Capitanata.

Nella Cgil portà una ventata operaista, che ben si coniugò e si amalgamò con la tradizione bracciantile.

Sotto la sua guida, il grande sindacato che per decenni aveva organizzato la lotta per il lavoro e la dignità nelle campagne, si caratterizzò per un’attenzione diversa ai profondi mutamenti che l’industrializzazione stava provocando nell’economia e nel lavoro della Provincia di Foggia.

La cultura sindacale, l’attenzione per i lavoratori restò scolpita nel suo dna anche quando dalla Cgil passò a dirigere il Pci a Foggia, in una delle fasi più difficili, ma anche più feconde, dello scenario politico provinciale.

Che la Prima Repubblica cominciasse a dar segni di asfissia era a tutti evidente. La formula del centrosinistra classico, imperniato sull’alleanza tra la Dc e il Psi, cominciava ad annaspare. I democristiani temevano l’arrembante Psi di Craxi, mentre il Pci, grazie anche alla caduta del Muro di Berlino e alla perestroika di Gorbaciov, si allontanava sempre di più dal comunismo ortodosso di stampo sovietico. Poco prima, alla Bolognina, Achille Occhetto aveva preannunciato la clamorosa svolta che avrebbe portato alla nascita del Pds. Erano nell’aria nuovi possibili equilibri tra i due maggiori partiti del Paese, la Dc e il Pci, e Giulio fu uno dei più significativi interpreti della nuova fase che andava schiudendosi.

Ancora una volta la Capitanata fu un laboratorio politico. Nel 1990 si doveva votare per il rinnovo del consiglio provinciale e del consiglio comunale della città capoluogo.

Giulio Miccoli venne eletto in consiglio provinciale del collegio di Apricena e quindi capogruppo consiliare del Pci. La trattativa, che lo vide protagonista, portò al varo di una maggioranza inedita, composta dalla Dc, dal Pci, dal Psi, dal Psi e dai Verdi del “Sole che ride”. Dopo un solo mese di presidenza tecnica a guida democristiana (affidata ad Armando Palmieri) sullo scranno più alto dell’assise di Palazzo Dogana venne eletto proprio Miccoli, quinto ed ultimo presidente comunista, dopo Allegato, Gentile, Vania e Kuntze.

“La speranza è quella di una nuova stagione per la Capitanata”, dichiarò subito dopo l’elezione e la lettura del programma che si articolava su quattro punti fondamentali, tutti orientati a costruire un nuovo rapporto tra Palazzo Dogana e la cittadinanza: l’elaborazione dello Statuto (in ottemperanza a quanto disposto dalla legge 142, che era stata appena varata), trasparenza e pubblicizzazione delle decisioni, istituzione dei difensore civico, attenzione all’ambiente e in particolare alla istituzione del Parco Nazionale del Gargano.

Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare fianco a fianco con il Presidente Miccoli, di cui sono stato capo ufficio stampa. La sua presidenza non è durata molto, per l’oggettiva fragilità del quadro politico che la sosteneva, ma è stata quanto mai densa, esaltante, importante.

Assieme a Franco Mercurio, che fu il capo di gabinetto di quella amministrazione, abbiamo vissuto l’importante, indimenticabile percorso di elaborazione dello Statuto, che Miccoli volle fosse il frutto di un concreto percorso di partecipazione.

Ricordando con nostalgia e commozione quell’irripetibile biennio, credo sia stata proprio la partecipazione il valore più importante che Miccoli ha espresso nella sua presidenza. Fu un grande, convinto costruttore di democrazia. Credeva nella partecipazione, nella necessità di coinvolgere istituzioni, cittadinanza, società civile nell’adozione delle scelte di futuro della comunità. “Lo sviluppo non si cala dall’alto, dev’essere la conseguenza di scelte partecipate e condivise”, ci diceva.

Credeva nella centralità della Provincia come Ente Intermedio, il solo in grado di governare un territorio geograficamente ampio e complesso qual è quello dauno.

Abbiamo percorso insieme migliaia di chilometri, visitando tutti i comuni della Capitanata, anche i più distanti e meno popolosi, per discutere con i sindaci dello Statuto e delle scelte di bilancio.

In certi comuni venimmo accolti trionfalmente. Ricordo a Candela, l’intervento del capogruppo del Movimento Sociale che inneggiò all’importanza di quella visita e dei nuovi rapporti con la Provincia, mostrando nientemeno che il ritratto di Giuseppe Di Vittorio.

Giulio sorrise e continuò a prendere appunti, con la sua immancabile stilografica ad inchiostro verde, così come faceva, convocando Franco Mercurio e chi scrive, prima degli incontri pubblici. Non amava leggere i discorsi. Da buon sindacalista, parlava a braccio, non senza aver però scrupolosamente scritto una “scaletta”, che teneva conto dei suggerimenti dei suoi collaboratori più stretti.

Credo che lo Statuto elaborato ed approvato dal Consiglio Provinciale sia stato un capolavoro di cultura giuridica, politica e storica, nonché il frutto di un percorso democratico genuino.

Giulio sapeva bene che i mondo stava cambiando e che la vecchia politica, con le sue liturgie, aveva i giorni contati, . Era preoccupato per la Capitanata, si rendeva conto della fragilità del processo industriale innescato dalle partecipazioni statali. “Abbiamo snaturato la nostra vocazione, abbiamo fatto abbandonare la terra ai braccianti e li abbiamo portati nelle fabbriche a lavorare rocchetti di seta”, ripeteva. Eppure si spese per trovare una soluzione alla questione dell’Enichem di Manfredonia, per salvaguardare la qualità ambientale assieme ai livelli occupazionali.

La sua presidenza fu punteggiata anche da momenti drammatici, come la strage di Torremaggiore che il 6 dicembre del 1990 costò la vita ad un assessore comunale e al segretario, uccisi da un folle che si era introdotto nella sala giunta. Toccò a me dare la notizia a Miccoli, che in quel momento presiedeva il consiglio provinciale. Lo sospese immediatamente, e ci precipitammo a Torremaggiore, per portare la solidarietà della Provincia a quella Istituzione così gravemente offesa.

Miccoli fu avvicendato alla presidenza dal socialista Teodoro Moretti, nel cui esecutivo occupò la poltrona di assessore ai lavori pubblici, distinguendosi per rigore e trasparenza. Non fu un caso se Palazzo Dogana non venne lambito da Tangentopoli, però il vento impetuoso che soffiava da Milano, la crescente disaffezione verso la politica che saliva dalla cittadinanza provocarono la fine anticipata di quella consiliatura e il commissariamento dell’Ente. Fu l’amara conclusione di una consiliatura forse politicamente fragile, ma assai ricca di idee e di fermenti.

Giulio non si occupò più di politica attiva e neanche di sindacato (ma restò sempre un militante della Cgil).

Si dedicò a tempo pieno alla sua nuova attività di dirigente dell’Ente Scuole Edile e alla sua passione: l’ornitologia.

Quando mi mostrava orgoglioso i suoi canarini, sfoggiava lo stesso sorriso che gli vedevo sul volto quando si concludeva positivamente una vertenza per la Capitanata. Oggi che la partecipazione e la democrazia sembrano diventate un lusso, spese inutili da sottoporre a spending review, il tuo sorriso mi mancherà, amico e compagno. Ma farò tesoro della tua lezione morale e politica, ciao Giulio.

Geppe Inserra

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Autore: Geppe Inserra

1 commento su “La scomparsa di Giulio Miccoli, grande costruttore di democrazia

  1. Sempe alla continua ricerca di incontro con le altre sensibilità politiche e sindacali, una grande capacità di interlocuzione volta alla risoluzione dei problemi, Ti ricordiamo così Giulio.

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