Caro Oronzo, mago dei poveri, sei sempre nei nostri cuori

Trent’anni fa, il 12 marzo 1990, ci lasciava Oronzo Pugliese, mitico allenatore degli anni ‘60 e ‘70, nonché il tecnico che fece assaporare a Foggia e ai foggiani, per la prima volta, il fascino discreto della serie A. Giovanni Cataleta, giornalista, scrittore, raffinato storyteller è l’autore dell’unico libro che sia mai stato pubblicato sul “mago dei poveri” (Oronzo Pugliese, quando nel calcio esistevano i maghi, prefazione di Italo Cucci, edizioni Mitico Channel). Lo ricorda con questo bell’articolo. 

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Fu la risposta italiana al mago Herrera. La rivalità tra lui, Oronzo Pugliese da Turi e l’allenatore della Grande Inter fu un tormentone che negli anni ’60 la stampa italiana cavalcò a lungo. Entrambi con forte personalità, istrioni, chiacchieroni e polemici, si beccavano di continuo. Herrera rivalutò in Italia la figura dell’allenatore, specie sul piano economico. Pugliese arrivò ad alti livelli con grandi sacrifici e forte determinazione. Aveva affinità anche con Nereo Rocco, altro guru della panchina di quei tempi. Tutti e due genuini e accompagnati da una grande umanità, erano ricercatissimi dai giornalisti con i quali erano sempre disponibili. Il “paròn” era fulminante con le sue battute in dialetto triestino e lo stesso faceva Pugliese con un repertorio di storielle, aneddoti e retroscena vissuti sui campi di tutt’Italia.

Il destino riservò a Oronzo soddisfazioni da allenatore dopo una modesta carriera da calciatore. La dura gavetta contribuì a consolidarne il carattere, privo di qualsiasi timore riverenziale. Iniziò da allenatore-giocatore a Lentini, dove il presidente della squadra spesso lo ricompensava con cassette di agrumi. Il percorso da tecnico si sviluppò quasi tutto al Sud, con un intermezzo di due anni a Siena. Il trampolino di lancio fu Foggia: dal 1961, in tre anni ottenne due promozioni, portando la squadra in serie A. Con il suo spirito battagliero Pugliese riusciva a esaltare squadra e ambiente.

In panchina gesticolava e correva lungo la fascia laterale, incoraggiando i suoi giocatori. La stampa e la poca televisione dell’epoca ne fecero subito un personaggio. Pugliese in realtà era un uomo concreto, uno che vinceva con giocatori sconosciuti, che avevano fame di arrivare come lui. Proprio per la promozione del Foggia in serie A, nel 1964 fu premiato dalla Figc con il “Seminatore d’oro”. La sua popolarità fu consacrata il 31 gennaio 1965 quando i Satanelli sconfissero 3-2 l’Inter campione d’Europa e Intercontinentale, allenata dal mago Helenio Herrera. Dopo quella vittoria, Pugliese divenne ufficialmente “il Mago di Turi”.

Con Herrera c’erano sorprendenti analogie: nati entrambi nell’aprile del 1910, a distanza di 5 giorni uno dall’altro. Vide la luce prima Oronzo a Turi e poi Helenio a Buenos Aires. Entrambi parsimoniosi, avevano in comune la singolare debolezza di rubare qualche anno all’anagrafe, con documenti e tesserini che portavano date di nascita differenti. Pugliese, come Rocco, era uno dei maggiori esponenti del calcio all’italiana, con il motto di “Primo, non prenderle”, con il libero dietro la difesa, marcature a uomo, contropiede e, se necessario, palla in tribuna. Da ricordare anche la cura maniacale con cui controllava i giocatori, specie gli scapoli, con blitz nei locali e appostamenti davanti ad appartamenti e alberghi.

La popolarità del “Mago di Turi” raggiunse il picco mediatico in occasione di Milan-Foggia dell’11 aprile 1965 (1-0). La Rai lo convinse a nascondere un microfono nel taschino della giacca per riprendere nella trasmissione “Sprint” il suo comportamento durante la partita. Tutto fu registrato dalle telecamere di mamma Rai: dalla stretta di mano con l’allenatore milanista Liedholm al momento di sedersi in panchina, da quando azzerò il cronometro fino al momento di farsi il segno della croce. Durante la partita urlò, si agitò e imprecò in una girandola di stati d’animo. Al gol milanista, a 4 minuti dalla fine, impallidì, crollò, quasi svenne per la delusione. Fu un vero show, e per “Sprint” fu un successone.

Sotto la sua guida, due giocatori foggiani (Nocera e Micelli) arrivarono a giocare in Nazionale. Dopo Foggia allenò la Roma per tre anni cavandosela bene. Trasformò la squadra in una Roma operaia, grintosa e determinata. Tornò a casa con il titolo di commendatore della Repubblica per meriti sportivi. Fu sostituito proprio da Herrera che nel 1968 spuntò il favoloso ingaggio di 255 milioni annui.

Si specializzò in salvezze impossibili: Bologna(due volte) e Fiorentina. Nel 1969 fu chiamato in serie A dal Bari e proprio lì subì l’amarezza dell’unico esonero della sua carriera. Iniziò così il declino, con panchine di provincia fino all’ultimo incarico a Crotone. Rifiutò alla fine la proposta di allenare la nazionale del Canada e chiuse il sua avventuroso ma luminoso percorso sportivo nel 1980. Un ictus celebrale lo costrinse su una sedia a rotelle. Reagì e lottò contro la malattia fino a quando si spense a Turi, il 12 marzo 1990.

Il grande impatto mediatico di Pugliese ispirò il personaggio di Oronzo Canà, interpretato da Lino Banfi, nei film “L’allenatore nel pallone” e “L’allenatore nel pallone 2”, divenuti autentici autentici cult del genere. A distanza di 27 anni dalla sua morte gli è stato assegnato un importante riconoscimento: l’inserimento della sua scheda nel “Dizionario Biografico degli Italiani” dalla Treccani. Per ricordarlo, il Comune di Turi ha istituito il “Premio Nazionale per lo sport Oronzo Pugliese”, assegnato finora a Prandelli, Ancelotti, Capello, e Ventura.

Giovanni Cataleta

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Autore: Redazione

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