Lucera, città della memoria

Visto l’interesse che ha suscitato negli amici e lettori del blog la pubblicazione del “reportage” su Foggia scritto dal marchese Giuseppe de Rosa, comparso nel 1836 sul Poliorama Pittoresco, proseguiamo il nostro viaggio alla ricerca delle “chicche” offerte da questo geniale periodico, che faceva divulgazione scientifica ad alto livello, seppure ante litteram.
Nel 1836, sul n.45, Poliorama Pittoresco pubblicò una interessante articolo su Lucera, a metà tra la monografia storica e il reportage di viaggio. Il pezzo fu firmato da un autore d’eccezione: l’allora giovanissimo Pasquale Stanislao Mancini, originario di Castel Baronia, un piccolo comune in provincia di Avellino. Allora, Mancini non aveva neanche vent’anni, ma di lì a qualche anno, sarebbe divenuto un insigne giurista ed un importante uomo politico, ministro degli esteri e ministro di grazia e giustizia con Depretis, e Ministro della Pubblica Istruzione con Rattazzi.
L’articolo, che si segnala per l’ottimo livello della scrittura letteraria e per la capacità di sintesi, è accompagnato dalla bella immagine del Duomo che vediamo sopra e che è, come afferma Mancini, “la figura non mai finora disegnata tra i ragguardevoli patri monumenti.”
Notevoli le riflessioni che l’autore svolge sul rapporto tra Lucera e il suo passato, in particolare angioino. Il titolo originale era semplicemente Lucera. Quello che ho scelto io mi sembra più coerente con le considerazioni svolte dall’autore, che vi invito calorosamente a leggere. È stata veramente una piacevole scoperta scovare questo articolo e la splendida immagine che lo illustra. Quella che apre il post è stata semi-colorizzata attraverso l’uso di algoritmi di intelligenza artificiale. Abbiamo invece restaurato digitalmente l’originale, che potete ammirare più in basso, ed eventualmente scaricare cliccandoci sopra per aprirlo in una nuova finestra.
Buona lettura (g.i.)
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Lucera, la città delle memorie

Chi dalla balza di Montecalvello per la prima volta si affaccia sulle sterminate pianure Appule, è preso da sentimento di gioia e di stupore insieme: alla vista di quel grandioso spettacolo concepisce un’ idea più vasta della terra, e rimane assorto in suavissimi pensieri. E se egli innoltri il passo per que’ piani verdeggianti e spopolati, e lasciando sulla destra la vasta Foggia ascenda ad una dolce collinetta, si troverà alle porte dell’antica Lucera, e la contemplazione della natura cederà luogo alle rimembranze della storia.
Le mura che chiudono intorno intorno tutto il vasto fabbricato, le cinque porte che la notte ne vietano l’ ingresso, come se ancora si temessero la aggressioni e le stragi del secolo X, gli avanzi delle vecchie fortificazioni, le cime de’ gotici campanili, ed un ampio castello smantellato ti annunziano che vai ad entrare nella città delle memorie, che troverai magnificenze da ammirare e sventure da compiangere, come in tutte le antiche città d’ Italia ; e chi non à cuor villano o agghiacciato si trasporterà col pensiero alle età che furono, obbliando per poco quella in cui vive.
Che il greco Diomede l’avesse edificala quasi trenta secoli addietro, non lo dicono solo i Lucerini ma tutti gli storici, ed io mi fo coscienza di crederlo piamente con loro. Ne’ primi tempi della romana repubblica ottenne il raro onore di esserle confederata ; per che punti di gelosia i Sanniti miseramente la saccheggiarono: eterna calamità delle genti italiane sempre pronte a lacerarsi ferocemente ed a scambievolmente indebolirsi. Quando i romani cominciarono ad aspirare alla signoria del mondo, Lucera tenne dai Sanniti, indomiti propugnatori della indipendenza; ma espugnata dagl’indignati romani, soffrì il secondo sacco; e quei superbi distruttori l’avrebbero affatto disertata, se non era la pietà di secento cavalieri romani, che i Sanniti colà conservavano in ostaggio. Dopo la pace il Senato per ripopolarla vi mandò 1500 famiglie romane ; e poscia fu dichiarata colonia verso t’anno 439 di Roma, consoli M. Petilio e C. Sulpizio Longo. I più illustri capitani della repubblica vi soggiornarono: Cesare, e Pompeo vi tennero stanza ; e quest’ultimo vi edificò un magnifico tempio alla Dea Cerere, dove poi fu l’ antico duomo, ed è al presente la piccola chiesa della Madonna delle Spighe. Lucio Scipione la governò a nome di Pompeo, l’arricchì di nuove fabbriche e di pubblici edifizi, e vi costrusse un’ antica rocca della quale non si veggono che le reliquie. Questo infedele comandante tradì Pompeo, ed aprì all’ esercito di Cesare le porte della città, la quale dovette alla generosità del vincitore la sua conservazione. Negli anni 612 dell’era cristiana Costanzo III imperadore d’Oriente disceso in Italia per combattere i Longobardi di Benevento, con inganno detestabile s’impadronì di Lucera, e ne consumò la ruina. Tutti gli abitanti furono passati a fil di spada, gli ediifìzi i santuari distrutti. E forse sarebbe scomparsa dal numero delle delle città italiane, se non era il genio benefico di Federico II, il quale la ricostrusse più bella, impiegandovi sedici milioni ritratti dall’abolizione di molte ricche basiliche e badie ; e riuniti a popolo ottanta mila saraceni, che a torme devastatrici infestavano le terre del reame e l’isola di Sicilia, concesse loro la città rifatta. Dessi vi si stabilirono seguendo il loro culto maomettano ; e fu questo un tratto di accorta e prudente politica, col quale re Federico senza spargimento di sangue purgava le nostre contrade di una infinita moltitudine di stranieri ladroni, contro i quali né ferro valeva, né fuoco; e poneva termine ad una orrenda lotta tanti secoli durata tra un popolo di miseri, ed un popolo di feroci. I Saraceni di Lucera furono sempre fedelissimi alla casa Sveva, e Lucera fu teatro di quasi tutte le guerre combattute sotto quella dinastia; finché venuta meno in Corradino la discendenza di Federico, il primo Carlo d’Angiò occupatore del regno strinse d’assedio la città, parendogli ne’ suoi nemici anche la troppa fedeltà una colpa. Ma tutte le forze di Carlo non valsero ad espugnarla, ed egli non l’ebbe che a patti. Alla morte di lui avvenuta in Foggia nel 1284, quegli stessi Saraceni già fatti obbedienti e tranquilli dalla politica Sveva, indocili al nuovo giogo Angioino tumultuanti si sparsero per la Puglia. Ma Carlo II, liberato dalla prigionia di Barcellona decise di esterminarli; e messo in armi un potente esercito comandato dal conte Giovanni Pipino maestro razionale della regia zecca, lo spedì contro di loro. Dopo lungo assedio, e dopo molte pruove di straordinario valore, la città fu presa per assalto, e miseramente manomessa e saccheggiata; gli edifìzi distrutti, abbattute le mura, trucidati gli abitanti. Ventimila Saraceni in tanto eransi chiusi nella rocca e si difendevano disperatamente: ma Pipino fermo nella risoluzione di debellarli, fece comunicare del pane eucaristico tutti i suoi soldati, e più fiduciosi cosi li condusse all’assalto il giorno dell’Assunta; e col favore di una improvvisa caligine, che ottenebrò il castello, e coprì le loro manovre, penetrarono nella rocca e fecero degli assediati una strage orrenda. Pipino poscia comandò con un suo memorando editto, che tutti i Saraceni rinnegassero la loro fede e si facessero cristiani; a tale condizione le vite e le sostanze conservassero, gli ostinati il diritto alla vita perdessero, e ciascuno potesse impunemente scannarli. Ma di quegli infedeli rarissimi abbracciarono il cristianesimo; gli altri espatriarono. Pipino edificò in Lucera chiese e monasteri ; e poscia in morte otteneva vanto di bontà per la distruzione de’ Saraceni, come nell’epigrafe del suo sepolcro nella chiesa di S. Pietro a Maiella in Napoli si legge.
Re Carlo abbellì Lucera, la tolse in protezione, e collocatevi parecchie famiglie francesi, divise molta estensione del più fertile territorio della Puglia agli abitanti Lucerini, con divieto di mai alienarlo, concedendone a ciascuno in proporzione del grado di nobiltà che vantasse, in modo che tutti i cittadini fossero proprietari almeno d’una esigua porzione di terra; le quali distribuzioni chiamaronsi some, e nell’abolizione generale de’ feudi nel 1807 furono rendute libere nelle mani degli ultimi godenti. Provvedimento unico al certo che io sappia in ogni maniera di divisione territoriale, se non piaccia rammentare le antiche colonie de’ Romani: e qui cade in acconcio osservare quanto il sistema della inalienabilità delle terre arrestasse ogni prosperità economica de’ popoli, perocchè sì nelle colonie romane che nella popolazione Lucerina tutt’i cittadini ebbero una parte del territorio, e furono proprietari, apice de’ desideri degli economisti; ma in quelle libera era l’alienazione altrimenti che in questa; e perciò mentre le romane colonie crebbero sempre più a prosperità per effetto della proprietà così ripartita, Lucera ne’ secoli posteriori se non imbarbarì, poco al certo si avvanzò nella civiltà. Le quali differenze dipendendo ancora dall’influenza aristocratica di questa città, e ponendo capo nella scienza della pubblica economia, non abbiamo voluto qui che solamente accennare. Dai tempi poi di re Carlo II sino al presente la storia Lucerina nulla offre di considerevole, e si confonde, come quella di tutte le regioni del nostro regno, col quadro generale delle sventure e delle miserie che in appresso desolarono il nostro paese.
Lucera è in un clima salubre, à meglio che dodici mila abitanti, ed è la sede de’ tribunali di Capitanata. Il suo fabbricato è vasto, e di ben intesa e grandiosa costruzione. Tra i recenti edifìzi merita considerazione il bel palagio de’ Tribunali, nel quale è la grande sala dell’Archivio, donde scopri con t’occhio tutta la Daunia sino alla vetta del Gargano: questo Archivio conserva preziose memorie, per avventura utilissime alla compilazione di una storia particolare delle Puglie; ed è mantenuto con maravigliosa regolarità e decenza. Tra gli antichi monumenti sono ammirabili il castello ed il duomo.
Federico II fabbricò il castello nel colle occidentale della città sulle ruine dell’antica rocca de’ romani ; ed oltre alla guarnigione permise che dugento de’ suoi fedeli Saraceni con le loro famiglie vi abitassero: vi fu costrutta per t’imperatore una camera tutta di marmo sipontino: nel mezzo della fortezza era un tempio intitolato a S. Francesco d’Assisi canonizzato appunto ai tempi di Federico. Al presente non si veggono del castello che le mura esteriori, ed i merli per metà abbattuti dal tempo: chi passeggia fra quelle ruine trova scritta su que’ruderi tapezzati di erba la storia Italiana di trenta secoli; ma già niuno è forse che vada colà per vivere nel passato, e per innalzarsi a tremendi pensieri, né l’eco famosa di quel castello risponde giammai ad umane voci, ma ai lamenti dell’upupa ed ai sibili del vento che si perdono in quella solitudine. Il duomo fu edificato da Re Carlo II sulle ruine della magnifica Moschea de’ Saraceni, ed è uno de’ più belli tempi del regno. L’architettura è di gusto gotico, e maestosa è la facciata tutta di una specie di travertino fosco: di essa offriamo la figura non mai finora disegnata tra i ragguardevoli patri monumenti. L’interno del tempio corrisponde alla magnificenza esteriore; vi sono quattordici grosse colonne preziosissime di verde antico massiccio, state già ornamento della moschea do’ Saraceni, ed anche prima, come vogliono, dell’antichissimo tempio greco dedicato a Minerva: desse sono la maraviglia de’ forestieri.
I Lucerini sono una generazione di uomini sobria e masseriziosa, di costumi semplici e bonari, riverenti ed operosi. Gli antichi nobili una volta boriosi della loro origine angioina, sono ora cortesi e gentili. Dal palagio del ricco al tugurio del povero tutti parlano di Carlo d’Angiò; non puoi incontrarti in un pezzo di marmo sculto o in un’antica tela che essi non vi riconoscano questo monarca; sovente una statua togata de’ tempi romani, o un guerriero vestito alle fogge spagnuole del secolo XVI passa nell’universale per Carlo d’Angiò. I più grandi benefattori delle nazioni non anno lasciato tanto desiderio di loro ne’ popoli beneficati, quanto re Carlo ne’Lucerini. Fra le opere di utile pubblico che si van costruendo, meritano menzione il nuovo teatro, ed una nuova e più breve strada da traffico sino a Napoli, la quale non passerà su le montagne del Principato Ulteriore, e diminuirà le spese di trasporto. Le strade interne della città sono anguste fangose non lastricate. Tutte le chiese e gli edilizi presentano un genere di architettura tra il gotico e l’arabo, che insieme alla spopolatezza, dà un aspetto di mestizia e di melanconia alla città.
Quando io ò passeggiato per le strade di Lucera, ò creduto trovarmi in una città italiana de’ mezzi tempi.
Pasquale Stanislao Mancini.
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Autore: Redazione

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