Quando a Foggia vacche e pecore passeggiavano in centro

Non mi stancherò mai di ripeterlo: gli antichi giornali raccontano il passato di una comunità, e non soltanto gli articoli di cronaca. Perfino le réclame pubblicitarie.

Sfogliando gli annali de Il gazzettino : eco di Foggia e provincia, periodico che veniva pubblicato durante il fascismo, sono rimasto colpito dalla pubblicità della Latteria igienica, che produceva il latte con tecnologie particolarmente innovative, almeno per l’epoca. Siamo nel 1929.

La “vaccheria” era ubicata nel cuore della città, in piazza Cattedrale 20 e funzionava, come si legge nella réclame “con sistemi modernissimi”. Le bottiglie erano chiuse a macchina, la percentuale di grasso garantita, gli animali erano “selezionati ed alimentati razionalmente” e chi voleva, poteva visitare l’azienda che commercializzava il suo prodotto anche presso il negozio Pica Parisi che si trovava nella vicina piazza XX settembre.

Ma come si produceva e si vendeva allora il latte a Foggia? Perché la Latteria igienica rappresentava una innovazione per la città?

La risposta giunge da un articolo della rubrica Municipalia, pubblicato sullo stesso numero del giornale, che risale al 6 ottobre del 1929.

Il redattore lamentava la scarsa igiene con cui il latte veniva prodotto e messo in vendita.

“Fra le questioni cha vanno risolute con certa urgenza – vi si legge -, vi è quella importantissima della vendita del latte. Bisognerebbe dare un perentorio (ordine) ai venditori per fornirsi innanzi tutto di locali adatti allo scopo, lontani almeno trecento metri dalla periferia della città”, urgenza che secondo l’articolista era necessaria “per evitare lo sconcio che ancora persiste di vedere, al mattino ed a l’Ave Maria, branchi di pecore e vacche andare in giro per vie principali.”

Doveva trattarsi di un fenomeno alquanto diffuso, se lo stesso redattore ammette che “senza dubbio il provvedimento sarebbe molto malamente accolto per gl’interessati, ma bisogna che pur giunga il giorno in cui il servizio venga definitivamente disciplinato e sorgano rivendite di latte in città, oppure vi sia il servizio a domicilio, con le debite garenzie per la cittadinanza.”

L’amministrazione comunale, capeggiata dal podestà Alberto Perrone (equivale al sindaco, aveva assunto la carica due anni prima) stava cercando di affrontare il problema attraverso la creazione di un consorzio che però non entusiasmava i caprai, che vivevano nell’omonimo quartiere cittadino.

“Ma al nostro benemerito Podestà non manca la competenza e l’autorità – puntualizza Il Gazzettino – per risolvere l’arduo problema, pur dovendo andare incontro alla impopolarità del caprai e di molte donnicciuole fegatose. E ciò non impressiona né il Podestà, né la quasi totalità del cittadini che vedrebbero disciplinato un servizio importantissimo secondo le rigorose norme dell’igiene e le debite cautele per la vendita del latte”.

L’anonimo redattore punta direttamente il dito contro il latte di capra, insinuando che “contenga bacilli di Bruse, cioè della comunemente denominata febbre maltese e febbricola napoletana.”

“Certamente – si legge ancora nel periodico – non manca la maggiore e più oculata sorveglianza del regolamenti in materia e specie la più oculata vigilanza sugli animali lattiferi, ma se il rione caprai sorgesse lontano dalla città, con stalle ampie ed igieniche, provviste di acqua buona, tutto sarebbe più agevole e sicuro.”

Il podestà, effettivamente, non si fece impressione, e la soluzione invocata dal giornale non si fece attendere. La vicenda viene richiamata da Angelo Capozzi nel suo eccellente e prezioso libro “Foggia. Voci dai borghi” (dal libro, disponibile per il download gratuito su Puglia Digital Library, a questo indirizzo web, sono tratte anche alcune immagini che illustrano il post). “Con ordinanza podestarile del 31 ottobre 1929 – scrive Capozzi -, vennero introdotti nuovi obblighi e divieti: il divieto della circolazione in città di animali lattiferi; il divieto di introdurre nuovi animali lattiferi in città; l’obbligo di venderei il latte, a domicilio, in bidoni indicati dall’Amministrazione; l’obbligo di mungere il latte nei locali municipali, in attesa della costruzione di stalle comunali. Successivamente, con ordinanza del 7 maggio 1931, il podestà dispose che tutto il latte fosse destinato allo Stabilimento Fiorilli e ad altri, appositamente autorizzati dal Comune, per essere sottoposto a trattamento igienico.”

Fu un duro colpo per Borgo Caprari che all’epoca, era il rione più giovane della città. Sorgeva tra corso Garibaldi, l’attuale via Vittime Civili, via Capozzi e Via Fuiani. Era organizzato – è sempre Angelo Capozzi a ricordarlo – come una vera e propria comunità: gli abitanti “si sposavano fra di loro, avevano le stesse attività lavorative, gli stessi costumi”. E non è tutto: “gli interessi della comunità erano difesi da una “Società“, diretta da un membro autorevole e provvista di una propria bandiera, di colore verde, senza scritte né stemma, legata ad un ‘asta metallica lunga, in cima alla quale vi era una bellissima alabarda, un nastro nero e un nastro tricolore.”

Così l’autore descrive, invece, il modus operandi della comunità: “L’attività principale degli abitanti del quartiere era legata al latte che, in tempi passati, essi vendevano ai clienti, dopo aver munto l’animale in loro presenza. Caratteristica era la vendita della “quagliata“: i caprari coagulavano il latte col caglio e lo servivano su grandi fette di pane ai clienti. Ogni “capraro” aveva una zona ed era in quelle strade che ogni giorno trascinava la sua mucca, al grido di «U latte a vaccarelle!».”

Il fenomeno aveva proporzioni rilevanti. Una relazione del Comune di Foggia rivela che “nel gennaio 1927, oltre 250 vacche lattifere e oltre 500 capre erano condotte in giro, due volte al giorno, per le strade della città, comprese quelle più importanti e trafficate del centro. Gli animali permanevano dinanzi agli usci degli stessi acquirenti , dopo di ché – fra le urla dei lattai e uno scampanellio, ahimè! , tutt’altro che festoso – riprendevano il loro andare . Quanto tale spettacolo fosse poco edificante, specie nei confronti dei forestieri, indotti, naturalmente a valutare da tali segni il grado di civiltà del nostro popolo, è facile comprendere. Anche le stalle quasi sempre comunicanti con le abitazioni e site nell’abitato, erano in condizioni deplorevoli, anguste, sudice, prive di adeguata attrezzatura atta a garantire la igienicità del prodotto. Appariva pertanto necessario imporre urgentemente la sistemazione per addivenire poi, appena possibile, ad allontanarle dall’abitato”.

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Autore: Geppe Inserra

1 commento su “Quando a Foggia vacche e pecore passeggiavano in centro

  1. La storia della transumanza è stata stupidamente dimenticata e sottovalutata dai foggiani. Una risorsa culturale ed economica che altri, come in Abruzzo, hanno saputo preservare e sfruttare. Questa la verità, caro Geppe.
    ! micky de finis

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