L’altra faccia della tragica estate del 1943

La storia dell’umanità è prodotta dalla continua oscillazione tra il bene e il male, che spesso si fronteggiano in modi imperscrutabili. Se dovessi scegliere un luogo e un tempo esemplari di questa dimensione della storia non avrei dubbi: sarebbe Foggia, nella sua tragica estate del 1943.

Migliaia di innocenti furono sterminati dalle bombe e dalle mitragliatrici alleati. Per perseguire un fin di bene – la liberazione dell’umanità dall’oscurantismo nazista – venne utilizzato uno strumento cattivo e disumano come i bombardamenti strategici che colpivano senza distinzione obiettivi militari e popolazione civile, con lo scopo di seminare il terrore.

La guerra è male, di per sé. A Foggia il male celebrò il suo trionfo. Ma in quelle settimane Foggia fu anche una straordinaria fucina di bene. Dei bombardamenti che imperversarono sulla città da maggio a settembre del 1943, si è detto e si è scritto praticamente tutto. Ma l’ondata di bene, di umanità, di solidarietà di cui la città e la sua gente furono capaci è rimasta sullo sfondo, non adeguatamente ritrovata e valorizzata.

Eppure c’è un dato, che rende quel pezzo di storia foggiana veramente eccezionale che va ricordato, e di cui si è parlato poco, e forse niente.

Caso più unico che raro nella storia della Chiesa, la fucina di bene indotta dalla reazione a tanto male, a tanto terrore, ha prodotto l’avvio di ben tre processi di beatificazione,  a favore di tre religiosi che in quelle drammatiche settimane si distinsero in modo particolare per il loro impegno rivolto ad alleviare l’immane sofferenza che si era abbattuta su Foggia: Agostino Castrillo, Fortunato Maria Farina e fra Daniele Natale.

Qualche anno prima di quella tragica estate, padre Agostino Castrillo era stato nominato Ministro Provinciale dei Frati Minori, ma aveva scelto di continuare il suo ufficio di Parroco a Gesù e Maria, proprio per stare vicino alla sua gente. Il rione in cui sorge il Convento, nei pressi della Villa Comunale, fu tra i più duramente colpiti dai raid aerei degli alleati. Come ricorda Renato Matteo Imbriani in un documentato dossier su questa eroica figura, “durante gli allarmi si aggirava per i rifugi antiaerei per confortare e pregare insieme: dopo i bombardamenti anglo-americani accorreva in luoghi colpiti per estrarre i cadaveri dalle macerie, tornando in convento a volte con l’abito sporco di sangue”.

Mons. Fortunato Maria Farina era il Vescovo di Foggia, e anche lui scelse di stare dalla parte del popolo. Il presule è stato il primo a documentare, per iscritto, l’immane tragedia che aveva colpito la città, in un’accorata e dettagliata relazione inviata a papa Pio XII per informarlo dell’accaduto.

Fra Daniele Natale era un umile frate cappuccino. Durante la guerra svolgeva la sua opera presso il Convento di Sant’Anna, come cuoco e questuante. Nel corso dei bombardamenti non si risparmiò nel portare i soccorsi alla popolazione: soccorreva i feriti, seppelliva le vittime e si prodigava  per mettere in salvo gli oggetti sacri del Convento. Dopo l’armistizio, si rese protagonista anche nel portare aiuto e assistenza ai tanti soldati “sbandati”. Divenuto figlio spirituale di San Pio, qualche anno dopo fra Daniele fu al centro di un episodio che suscitò sensazione e commozione. Operato nel 1952 a Roma per un grave cancro alla milza, il religioso venne dato per morto dai medici, che emisero anche il certificato di morte, consentendo ai familiari di vegliare il defunto. Qualche ora dopo fra Daniele si svegliò, affermando di aver sognato di essere stato in Purgatorio.

Tre venerabili che sono vissuti nello stesso posto, ed hanno scritto meravigliose pagine di carità e di solidarietà, rappresentano veramente qualcosa di eccezionale.

Non so se nella lunghissima storia della Chiesa si sia mai registrato un caso del genere, una tale concentrazione di santità, in uno stesso luogo ed in uno stesso momento. Per trovare esempi simili, bisogna probabilmente cercare nelle vite dei martiri, che caddero sotto la scure dei loro carnefici. Mi piace ricordare così questo 22 luglio, settantasettesimo anniversario dei bombardamenti. Foggia dovrebbe fare memoria, e tesoro, di tanto bene.

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Autore: Geppe Inserra

  1. Non si è mai saputo della fine di migliaia di persone furono inghiottite nei sotterranei della stazione. Furono sepolti di calce e dopo furono sepolti in fosse comuni?

  2. In base ai miei riscontri e alla testimonianza raccolta di chi conosceva bene quel sottopassaggio, lo spazio utile non poteva contenere materialmente più di 350-400 persone. Che morirono in modo tragico e atroce, praticamente cremati. Solo attraverso la denuncia dei parenti (in maggior parte si trattava di persone in transito da Foggia) si è potuti risalire alla identità di molte ma non tutte le persone decedute.
    Per fortuna – come per il dato complessivo dei morti a seguito dei bombardamenti su Foggia, nella estate del 1943 – quelle del sottopassaggio non furono alcune migliaia ma alcune centinaia. Un numero comunque altissimo di innocenti cui va il nostro ricordo perenne.
    Se fu possibile recuperare dei resti, furono certamente sepolti nella fossa comune presso il locale Cimitero.
    Sulla indagine da me prodotta per conto della Biblioteca “La Magna Capitana” di Foggia (il c.d. Censimento dei morti dei bombardamenti del 1943), rimando al n. 2 della nuova serie della rivista “la Capitanata”, che sarà pubblicato entro dicembre 2020 dall’editore Grenzi. (Maurizio De Tullio)

  3. Nel fare i complimenti a Geppe Inserra per l’ottima rievocazione storica, e soprattutto per non ingenerare equivoci, chiarisco che la frase da me lasciata nel precedente post, e che riporto:

    “Per fortuna – come per il dato complessivo dei morti a seguito dei bombardamenti su Foggia, nella estate del 1943 – quelle del sottopassaggio non furono alcune migliaia ma alcune centinaia.”

    non vuol far intendere che i morti a seguito dei feroci bombardamenti che annientarono Foggia, da fine maggio a metà settembre 1943, furono solo alcune centinaia. Tutt’altro! Mi riferivo invece al fatto che, fortunatamente, rispetto alla ‘vox populi’, i morti complessivamente furono molti di meno dei 20.298, come molte di meno furono le vittime perite nel sottopassaggio: circa 350-400 a fronte delle oltre 2.000 di cui si è sempre parlato. (m.d.t.)

  4. Con riferimento alla “”concentrazione di santità” vorrei ricordare S.Giuseppe CAFASSO (1811-1860), S. Giovanni BOSCO (1815-1888), S. Leonardo MURIALDO (1828-1900) che operarono contemporaneamente nella zona di Torino. Michele Francesco Paglia

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