Il miracolo dell’Arcangelo Michele nel racconto di Riccardo Bacchelli

L’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Gargano è certamente la storia più celebre di questo lembo di Puglia. Quella che l’ha fatta conoscere al mondo fin dai tempi più remoti.

È anche la storia più raccontata, da scrittori, poeti, artisti, musicisti che hanno voluto tramandarla ciascuno come gli suggeriva la sua Musa. Tra le narrazioni più belle figura quella che ne fece Riccardo Bacchelli, nella primavera del 1929. Il grande scrittore allora lavorava per La Stampa di Torino, e venne inviato in terra di Capitanata dall’allora direttore del quotidiano torinese Andrea Torre. 

Bacchelli era già uno scrittore affermato. Il risultato del suo viaggio dauno fu rappresentato da tre straordinari reportage: uno dedicato a Monte Sant’Angelo e all’Arcangelo Michele, gli altri a padre Pio, la cui fama cominciava all’epoca a diffondersi in Italia, e alle Isole Tremiti (Lettere Meridiane li riproporrà nei prossimi giorni).

La Stampa titolò l’articolo su Monte Sant’Angelo “Il miracolo dell’Arcangelo Michele”. È un pezzo di grande letteratura e di grande giornalismo. Ciò che maggiormente colpisce è la straordinaria capacità evocativa dell’autore de Il mulino del Po . Bacchelli non indulge mai alla descrizione fine a se stessa. Ogni paesaggio, ogni castello o chiesa racconta a sua volta una storia, evoca, talvolta inquieta, più spesso trascina e commuove.

Memorabili i passaggi dedicati al ruolo di Monte Sant’Angelo nelle Crociate, alle similitudini tra la Basilica di San Michele e Castel del Monte, alla malattia di Carlo d’Angiò ed infine ai terrazzamenti, colti come emblema dello specialissimo rapporto tra i garganici e la loro montagna, che hanno saputo amare, modellare, trasformare per trarne vita e nutrimento.

Leggetelo con calma, gustatelo dalla prima all’ultima parola. È un esercizio che fa bene all’anima. (g.i.)

[L’immagine che illustra l’articolo riproduce l’Apparizione del toro sul Monte Gargano del Maestro della Cappella Veluti. L’affresco, databile tra le fine del 1200 e gli inizi del 1300, è custodito nella Chiesa di Santa Croce, a Firenze.]

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Passata la verde piana e l’acqua gialla del pantano mezzo bonificato di Sant’Egidio, la melanconia di Val Carbonara, triste nei ricordi della squallida fillossera che distrusse i suoi celebrati vigneti, conduce dietro la costa precipite e sotto i denti della cresta del Monte degli Angeli, aspro contro cielo. Si sale arditamente a ridosso del monte, e all’ultimo svolto si è sotto, d’improvviso, al Castello normanno ingentilito da bastioni aragonesi.
Il Monte degli Angeli, ultimo dosso della prima catena garganica, è come una man dritta che sia posata in piano col pollice verso settentrione, poiché all’ingrosso il massiccio garganico va da ponente a levante, e le altre dita aperte e curve verso il mare. Infatti a settentrione c’è la ripida valle; davanti ramificano gravine franose e contrafforti affilati, mentre da mezzodì, come fa il dorso esterno della mano, il Monte s’arrotonda più dolcemente verso la pianura di Manfredonia.

Nel punto in cui s’articola il dito indice, il paese, anzi proprio la grotta sulla quale sorge la Basilica, incide il dosso del Monte degli Angeli. La cittadina di Monte Sant’Angelo s’apre sul lato più aprico ed agiato; dal castello e dalla Basilica si posson numerare, come da un’aerea spia del Gargano, quante mai cime vedono il santuario. Venti passi cambiano la veduta del mondo, che da una parte è tutto monti, dall’altra tutto pianura e mare.

Solo per la scelta del luogo, arte di generazioni come la creazione della lingua, Monte Sant’Angelo è un capolavoro in un paese, l’Italia, che di tali capolavori sovrabbonda. Ma non è arte soltanto, poiché qui concorse e precedette all’arte e con l’arte uno dei più antichi e venerati miracoli della cristianità: cioè l’apparizione dell’Arcangelo Michele ai pastori e poi al vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano, nella grotta, che apparve in visione mutata in chiesa angelica.
Dunque la scelta seguì la fede illuminata, e l’arte toccò i fondi più imperscrutabili e le più impervie punte di quel che al tempo della sociologia si chiamava la «psiche popolare », e che noi ci contenteremo di chiamare, più umanamente, la religione. Così l’istinto del muratore garganico e la sapienza degli architetti di Re Carlo Primo d’Angiò, fra i quali nel campanile son ricordati singolarmente i frati Giordano e Maraldo, proprio di Monte Sant’Angelo, s’unirono in quel che si potrebbe dir grado eroico, seguendo le parole tramandate, dal 491, che l’Arcangelo disse al vescovo, annunciandogli d’essersi scelta e fabbricata e consacrata da sé a se stesso la sua sovrumana basilica in quella grotta. Parole che si leggono sulla porta sinistra della facciata della scala, accanto a quelle di destra: «Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta Coeli».
La scala, coperta d’alti archi ogivali, severi e puri, è nobile e profonda. D’arco in arco e di gradino in gradino, operai ed architetti hanno sentita, ornata, venerata la traccia del sentiero formato di greppo in greppo fino alla grotta dai piedi dei pastori e dei primi pellegrini. Quel che si dice un sentiero da capre, e l’opera di pietra, che è quanto mai ardita, dotta e superba, gli tien dietro con umiltà somma, come a cosa santa, e ne ricava il suo più singolare stile.
Volendo sforzare il concetto, verrebbe fatto di dire che questi mistici costruttori abbiano inteso di umiliare, in tali fastigi, le origini babeliche dell’architettura, ma il fatto è che solo una natura semplicemente adorata come visibile intenzione divina poteva ispirare un partito ingegnoso così semplice e naturale.
E le volte e le ogive angioine sono fedeli e piene di preghiera, come le devozioni ch’esse accolgono dei pellegrini oranti. Credo che pochi altri luoghi possano far intendere così sul vivo quel che furono dei fatti come quello delle Crociate. La scala e la Basilica, che è una delle quattro palatine di regia giurisdizione e come tale si fregia della croce sabauda, erede di tante dinastie, sono gloria e impronta di Re Carlo Primo, forte, austero ed anche arcigno e spietato regnante, alta mente politica e guerriera; anche fratello di San Luigi di Francia, crociato con lui e per la vita. Monte Sant’Angelo poi era una devozione dei crociati, che venivano in Puglia per gli imbarchi.
In fondo alla scala si ritrova l’aria nel cortiletto, sul quale s’apre la Basilica dalla bella porta bizantina. I pellegrini toccano e baciano, arrivati qui, come per implorar l’entrata, gli eleganti anelli della porta, lustrati da tante mani. Sull’arco risponde alle inscrizioni severe dell’atrio una promessa di indulgenza: «Dove s’apriranno i sassi, là saran rimessi i peccati degli uomini».


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Quando ho visitato io la Basilica, non era l’epoca dei pellegrinaggi, che han luogo specialmente nel mese di Maria; e fu meglio, perché assistere da spettatore alle scene di fervore e di furore mistico che riempiono la Basilica, mi avrebbe messo probabilmente in uno stato di curiosità, forse di diffidenza; e discorrerne freddamente ora mi sembrerebbe dilettantesco. Se le mie impressioni là dentro hanno un merito, è d’essere serene.
La grotta s’apre a destra della porta; a sinistra c’è il coro e una finestra che dà luce quanta può darne, splendidamente, l’aperto orizzonte sulla profonda valle. In coro stavano a dir gli uffizi i canonici. Dietro l’altare, dove splende il piccolo e bianco San Michele del Sansovino, a cui i pellegrini guardano in ginocchio, implorano, s’atterrano, si percuotono, rigano anche di sangue il pavimento, la cupa parete dello speco e la potente volta che s’incurva fino a mezza la chiesa, stillavano acqua miracolosa, della quale si beve in un secchiello d’argento, attinta da un pozzetto in fondo alla grotta.
Credo che senza questo stillicidio perpetuo nella semiluce dei ceri e delle lampade, né la grotta né la chiesa né la stupenda sedia episcopale né le strane e vigorose sculture remote che paion nate a mezzo dal sasso o in via di tornar sasso, mi avrebber fatto tutta quell’impressione che mi fecero. Coteste gelide goccie spiccate dal buio dell’antro, che fan trasalire, cogliendoci in fronte o sulle mani, son l’ultimo tocco di fedeltà al sasso consacrato, e rigano il pavimento così come cadono sulle mense sacre, le quali fanno splendere l’oro ed il candore della liturgia e la sontuosità dell’apparato e dell’architettura, sul fondo scabro e squallido. C’è la fedeltà, e c’è il rispetto intatto e religioso, c’è infine in quel cosi nudo gocciar d’acqua una sprezzatura ultima e potente.
In esso termina, e non può andar più oltre, quello sposarsi in fede dell’arte colla natura, che via via giù per la scala è venuto crescendo. E là finisce ogni anche più vaga estetica dilettosa, in devozione abbandonata ed astratta, in violenza ascetica e mistica. Fra cose elette e cose orride, come le traccie di cera degli ex-voto, nell’opera si legge un pensiero che nulla rifiuta e d’ogni cosa può fare a meno.

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Scendendo, non avevo posto mente alle impronte di mani che da secoli i pellegrini disegnano, graffiscono, scavano nelle pareti, scrivendo poi dentro il contorno della mano aperta il proprio nome. Sono centinaia e centinaia, e, dove lo spazio è venuto meno, sono mani su mani, intricate e sovrapposte. Così l’innumerevole popolo, venuto a piangere ed ardere nella grotta dove vennero a scioglier voti, al par di lui, re, imperatori, regine, papi e santi, lascia il suo segno: le mani che servono a pregare, a faticare e a peccare. Risalendo verso l’aperto, riconobbi in quel bisogno di lasciar il segno della mano sul punto di tornare, sciolto il voto e l’animo, verso la vita solita, un pensiero da Giudizio Finale, una di quelle espressioni senza parole, una di quelle follie egualitarie profonde ed oscure, che covano nell’anima delle plebi. E mi parve un bisogno di rifarsi, imponendo quel segno corporale, dell’annullamento umano che regna nella grotta e nel monumento, tutto fondato sulla verità della morte e sulla certezza del miracolo.

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Sulla piazzetta davanti all’ atrio, splendeva al sole 11 campanile ottagonale, bellissimo, fatto erigere da Re Carlo dai suoi due frati architetti. E ordinò che fosse ripreso uguale, forma e ogni dimensione, dai torrioni di Castel del Monte. Quale sarà stato il pensiero, poiché credo che un pensiero avesse certamente, nel far copiare una parte della più insigne opera sveva, del più grandioso castello di Federico Secondo? come mai volle accostare la gloria di Federico con la gloria di Carlo in Monte Sant’Angelo; il profano castello dell’eresiarca imperiale col cattolico edificio del vicario della Chiesa? La Puglia era piena di distruzioni d’opere svere, e di uccisioni di ghibellini; Re Carlo non era contento se, anche dove rifaceva, prima non aveva distrutto ciò ch’era svevo. Così le mura di Manfredonia; anzi, fin del nome egli era mistico e spietato odiatore; e quando saliva il Monte a pregare e a vedere i lavori, guardando la sottoposta città e il porto in ricostruzione, ripensava che fin dal nome aveva voluto toglierle via Manfredi. Infatti tentò di farla chiamare Nuova Siponto, e non gli riuscì, per una di quelle riottose e segrete pietà umane, che vivono nell’anima della gente.

Ma l’Angioino senza pietà né del nome di Manfredi, né del sangue di Corradino intese se il mio immaginare qui non diventi sogno, di riprendere quel torrione svevo come insegna ed affermazione di regno. Non solo rinunciando ma dannando l’impero ghibellino quale l’aveva pensato Federico, con quel torrione egli intese di proclamarsi erede degli Svevi in quanto erano stati re legittimi del retaggio di Roberto Guiscardo. Forse pensava Monte Sant’Angelo come il luogo della consacrazione e dell’unzione regale, come la Reims della sua nuova Dinastia nel Regno amico, mentre di Napoli voleva fame la Parigi.

Il campanile era finito da poco, e Carlo pensava di muovere alla conquista dell’Impero d’Oriente, quando accadde quel che al vincitore di Benevento, all’uccisore degli Svevi, venne a rammentare ch’era sempre facilissimo conquistare il Regno, difficilissimo sempre tenerlo. A Benevento glie l’aveva dato la diserzione dei pugliesi, ed ora glielo minacciava, antica e grave vicenda, la sedizione dei siciliani a Palermo coi Vespri.

Il campanile, monumento della sperata continuità regale nel luogo dove l’Arcangelo aveva significato la grazia di Dio, era finito da poco, e il re «dal maschio naso», che anche Dante, con tutte le sue collere ghibelline e cogli amori imperiali, pone in Purgatorio mentre su Federico calò il sasso eterno dell’arca degli eretici, il Re Carlo, invecchiato e prossimo a morir di stanchezza in Foggia, salendo ancora a Monte Sant’Angelo poteva vedere nel porto di Manfredonia parti della flotta apprestata invano per l’Oriente, o resti, dopo che gliel’ebbe bruciata Ruggiero di Lauria. Poteva anche ripensare le conseguenze del suo guelfo e francese aver voluto influire e dominare l’elezione papale, che gli aveva fatta avversa la Chiesa, non meno di quel che l’avesse fatta ostile a Federico la guerra aperta ghibellina.

A pochi passi di distanza c’era, come c’è, la delicata fronte della chiesa di Santa Maria Maggiore, innalzata dalla pia Imperatrice, dalla smonacata per forza, dalla caritatevole, che difese i siciliani della sua dote normanna contro la feroce tirannia del marito Arrigo. Si ricordava Re Carlo che « la gran Costanza » aveva affidato il piccolo Federico, morendo, alla tutela del Papa, quasi per conciliare i due poteri, forse presaga invano?

Risentiva i difetti grandi della sua dominazione straniera e dei suoi rapaci francesi, della conquista sempre fresca di un regno politicamente vecchio già tanto. E la malaria gli distruggeva le guarnigioni, mentre gli aragonesi s’impadronivano del mare. Egli pregava: «Signore, poiché mi hai fatto salir tant’alto rapidamente, fa che almeno la discesa sia lenta». Quest’immaginazione mi occupò in modo, che non seppi fare abbastanza attenzione al curiosissimo edificio detto, per errore insulso, Tomba di Rotari, e che il popolo, perdendo i termini come un poeta invasato, chiama addirittura Tomba di San Pietro. Ma le due strade lunghe e serpeggianti, candide sul grigio sasso, verso le due conche rigogliose di Manfredonia e di Mattinata, verdi di frumento, cupe di stupendi, doviziosi oliveti, mi condussero verso una nuova meraviglia. Poco si legge sulle pendici del monte di lontano o dalla cima, ma coll’approssimarsi vi sì scorge quel che han fatto in quello sterminato frastaglio di valli e di lavine queste genti e la lor fame di terra. È tutto un correre, e ricorrere di muretti a secco; ogni palmo di terra fertile è sostenuto, ogni greppo cercato e frugato. La terra lavorata «a còppola», recata dalle donne coi cestelli preziosamente, nutre magri frumenti e mandorli esercitati dal vento, e qua e là modesti olivi. Ma come l’amano queste famiglie, che, in più del lavoro, fanno ogni giorno miglia e miglia di monte per recarvisi, o, nei tempi di stagione buona, vivono in cavernette della roccia. C’è qualcosa dell’amor difficile e da lontano nella loro fame di terra.

I mandorli nell’annata rigida e tardiva non s’arrischiavano a fiorire, e stavano timidi, nudi, al sole limpido sui monti, sul mare, sui boschi garganici e sul Tavoliere; sulla fatica e sulla speranza degli uomini, che hanno imposto su queste ripe il loro lavoro, come i pellegrini han segnato di mani gremite le pareti della santa scala.

Sentii dire che il disboscamento, relativamente recente, non fu utile pensiero, ed è cosa che si sa; le colture granarie e olearie lassù non sono le più opportune, ho saputo; ma non avevo animo a pensare all’economia, come non l’ebbi dentro la grotta a pensare ai concetti della mia filosofia razionale.

Riccardo Bacchelli

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Autore: Geppe Inserra

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