Votare “no”. Nell’interesse del Sud e della Capitanata.

referendumIn Italia siamo specialisti a gettar via il bambino assieme all’acqua sporca. Ma se dovessero vincere i “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari, faremmo ancora peggio: butteremo il bambino (la democrazia) tenendoci l’acqua sporca (una politica che non funziona).
Ridurre i costi della politica è un obiettivo legittimo e condivisibile, ma fino a un certo punto: se amministrare la cosa pubblica dovesse essere un ufficio del tutto gratuito, finirebbe che a far politica sarebbero solo i ricchi, o peggio ancora, quanti perseguono secondi e poco nobili fini, che nulla hanno a che fare con l’interesse collettivo.
Ridurre i costi della politica a scapito della democrazia è rischioso, inutile, pernicioso. Soprattutto quando la logica dell’operazione è la stessa delle tante spending review che negli ultimi anni hanno disastrato la qualità dei servizi pubblici. Tagli lineari, che si traducono in modesti e discutibili vantaggi nel breve termine, ma producono guasti profondi nel medio e nel lungo periodo. Basti pensare ai ponti che crollano, alle scuole pericolanti, alle strade dissestate, alle frane che devastano quello che era una volta il Bel Paese.
Tagliare il numero di deputati e senatori senza una riforma elettorale che salvaguardi comunque il diritto dei territori ad essere rappresentati in Parlamento è scriteriato, e potrebbe tradursi in un’ulteriore penalizzazione per la democrazia, riducendo, se non azzerando, la partecipazione popolare.
Il numero dei Deputati e dei Senatori fu determinato dai Padri Costituenti. La loro scelta fu ponderata ed oculata: si voleva garantire la rappresentatività di tutti i territori e un certo bilanciamento tra i seggi spettanti alla maggioranza e quelli della minoranza, in modo che la prima potesse governare, e la seconda controllare.
Quella scelta pose le basi per una democrazia rappresentativa che ha permesso all’Italia di riscattarsi dalla dittatura e dalla sconfitta bellica e di diventare un paese moderno. Quella democrazia rappresentativa è oggi a rischio.
Per tutto questo, al referendum del 20 e 21 settembre voterò convintamente “no”.
Lo farò anche come cittadino meridionale e pugliese, abitante in una provincia, la Capitanata, che più di altri territori corre il rischio di vedersi quasi del tutto privata della propria rappresentanza parlamentare, e che ha già drammaticamente scontato il deficit di democrazia e la crisi di rappresentatività sedimentatisi negli ultimi tempi.
Da anni nel Paese è in atto una (contro)rivoluzione non dichiarata, che sta avvelenando l’esercizio della partecipazione popolare.

La Capitanata ne è, a suo modo, un laboratorio.
La soppressione delle Province (peraltro bocciata dall’elettorato, senza che i Governi che si sono succeduti abbiano provveduto a rimettere le cose a posto) è stata un pugno nello stomaco di aree vaste complesse, come la provincia di Foggia, il cui sviluppo presuppone un solido ed efficiente livello intermedio di governo tra Regione e Comuni.
Sono stati cancellati altri enti intermedi, come le Comunità Montane, che nel bene e nel male svolgevano una funzione di riequilibrio a favore delle aree interne. Sono state accorpate le Asl. Sono state immolate sull’altare della spending review le circoscrizioni municipali, che erano una palestra di democrazia: preziosi strumenti di partecipazione nei centri urbani, soprattutto a beneficio delle periferie.
La parola “decentramento” è ormai scomparsa dal vocabolario della politica, a vantaggio di una crescita abnorme del peso dei partiti, che hanno peraltro perduto la loro natura di organizzazioni democratiche, che mediano il consenso popolare attraverso la partecipazione.
Non si celebrano più congressi. Non esistono più le sezioni di quartiere. Le primarie sono ormai un ricordo del passato. Pochi eletti (non eletti) assumono le decisioni on line.
Per questo voterò “no”. Nella speranza che si salvi il bambino e si butti via l’acqua sporca.
Geppe Inserra

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Autore: Geppe Inserra

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