Perché Foggia sta morendo

Il mio post sul declino inarrestabile di Via Arpi, simbolo dell’acuta crisi che angustia Foggia, ha suscitato tanti commenti e una discussione accorata e partecipata tra gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, che hanno positivamente risposto al mio appello a dire la loro.
È un dato interessante, che testimonia quanto sia infondato il luogo comune che vuole l’opinione pubblica foggiana disattenta e intorpidita.
Come promesso, pubblicherò tutti i commenti e le reazioni. Dopo gli interventi di natura, per così dire, artistica, del pittore Nicola Liberatore e del poeta Gianni Ruggiero, e quello tecnico dell’architetto Franco Onorati (trovate gli articoli, assieme ad altri link per chi desiderasse approfondire), tocca oggi a due interventi particolarmente interessanti, che guardano al declino del capoluogo dauno da due diversi punti di vista, tra di loro sorprendentemente complementari: l’architetto Matteo Pazienza e il regista Antonio Fortarezza.
Pazienza è un esperto di urbanistica, e sul tema ha scritto diversi saggi. È proprio dall’urbanistica, o più precisamente dalla sempre più ridotta attitudine a disegnare e a governare lo sviluppo della città che trae le mosse il suo intervento:

MATTEO PAZIENZA
Nella sua più che millenaria storia, forse gli anni più fulgidi della città di Foggia sono stati quelli che vanno dagli anni ’60 del Novecento fino a quasi tutti gli anni ’90 sempre del secolo scorso.
Anni che hanno rappresentato una flebile luce sempre in riferimento alla sua lunga storia e in cui abbiamo sperato molto che il futuro potesse tingersi di rosa.
Nessuno è stato in grado di aumentare l’intensità di quella luce. O almeno di tenerla accesa. Quella flebile luce si è spenta.
Adesso si deve fare i conti con la vera realtà storica e sociale di Foggia.
Questa è una città di fatto calibrata su 70.000 abitanti in termini di infrastrutture e di servizi.
L’idea e il sogno di una grande Foggia, che riuscisse a darsi una dimensione coerente con i suoi 160.000 abitanti, di cui si diceva negli anni passati, erano dovuti a quella flebile fiammella, e alla breve modernità vissuta dalla città dal ‘ 60 fino agli anni ’90.
Ora tutto rientrerà nelle reali dimensioni che sono 70.000 / 80.000 di abitanti; e ciò anche se si è costruito una città per 250.000 abitanti.
Purtroppo ce ne dobbiamo fare una ragione.
Sono la storia, l’economia, l’antropologia, la sociologia che ce lo dicono.

Un intervento amaro ma realistico, quello di Matteo Pazienza. Lo stesso sguardo disincantato e lucido viene proposto dal contributo di Antonio Fortarezza, che ha raccontato Foggia nel film “La città ideale”  (l’immagine che illustra questo post è tratta da un fotogramma del film).

ANTONIO FORTAREZZA
Per guarire la città bisogna prendersi cura delle sue periferie.
Per capire come far rivivere Foggia bisognerebbe forse riavvolgere il nastro e ripartire dalla sua storia recente, almeno fin dalla metà inizio degli anni ‘80, da una parte con il salto di qualità delle nuove mafie che cominciarono a condizionare pesantemente uno sviluppo sano della città e, dall’altra con l’arrembaggio, a partire dai primi anni ‘90, di un’imprenditoria edile – nel migliore dei casi disattenta – all’assalto di nuove aree periferiche su cui cementificare, ma più spesso disinteressandosi colpevolmente delle testimonianze storico-archeologiche presenti su quelle stesse aree. Bisognerebbe comprendere che la nascita dei grandi centri commerciali e di intrattenimento in quelle stesse periferie, e in quegli stessi anni, non solo non hanno comportato benefici alla città ma, al contrario, hanno innescato un progressivo impoverimento delle attività commerciali in ampie aree del Centro a partire dal Quartiere Ferrovia. La chiusura di negozi e cinema di quell’ampia porzione cittadina hanno modificato forzatamente le abitudini degli abitanti e svuotato il centro città. Poco è servita la contestuale rivalutazione di una porzione marginale del centro storico voluta da chi amministrava la città in quegli anni ’90.
Per capire come ripartire bisogna osservare con disincanto cosa è diventata la città, dobbiamo volgere lo sguardo alle sue periferie, aree cittadine sulle quali pesa da troppo tempo il controllo criminale delle mafie foggiane. È necessario accendere i riflettori sull’atavica e devastante pratica del consenso elettorale basato sul voto di scambio che insiste principalmente in quelle stesse periferie, a volte credo proprio in stretta connessione con le presenze criminali, e che stravolge il rapporto fra elettore ed eletto a favore esclusivo del potente di zona e di turno.
Per capire come rimettere al centro il bene comune è necessario ripartire da quelle stesse periferie e considerarle come ferite aperte che riverberano il loro disagio sociale su tutta la comunità foggiana. L’analisi senza compromessi dello stato in cui versano oggi queste è chiave di lettura per comprendere il progressivo impoverimento economico, sociale, politico e morale in cui oggi versa la città.
È quindi indispensabile ripartire dalle periferie, urbane e sociali, sanando innanzitutto quelle ferite, e prendersene finalmente cura, l’intera Foggia ne trarrebbe beneficio. Per guarire la città, e con lei anche via Arpi, bisogna curare innanzitutto le sue periferie.

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Autore: Geppe Inserra