Quando la movida non c’era ancora, e andavamo ai Giardinetti

Nella speranza di far cosa gradita ad amici e lettori di Lettere Meridiane pubblicherò nei prossimi giorni i miei articoli comparsi sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Racconti di una Foggia ormai remota: un amarcord per quelli – come chi scrive – ormai in avanti con gli anni e, per i più giovani, un’opportunità di conoscere com’erano e cosa facevano i loro genitori e i loro nonni.

L’articolo di oggi riguarda proprio la vita giovanile, a Foggia, vent’anni fa, quando ancora non c’era la movida e il maggior luogo di ritrovo erano già “i giardinetti”. Classico articolo di fine estate, quando nelle redazioni bisognava arrampicarsi sugli specchi per proporre qualcosa di interessante ai lettori (tanto più che la cronaca nera, per fortuna, era molto più avara di quanto non accada oggi) venne pubblicato in apertura della pagina di Capitanata del quotidiano regionale, il 29 agosto 1980, con il titolo, non proprio consolatorio, È sempre l’unico luogo di incontro / L’amaro sit-in dei giovani ai Giardinetti. Buona lettura.

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FOGGIA – Saranno mille, millecinquecento. Nelle ore di punta, qualcuno di più. I giardinetti, classico ritrovo dei giovani foggiani, tornano a ripopolarsi dopo la pausa estiva. Il colpo d’occhio serale dà la misura di quanto sia difficile essere giovani a Foggia. “È una città che non offre niente – dice Pino, diciottenne, fresco diplomato – se non la possibilità di stare insieme. Ecco perché la sera ci ritroviamo tutti qui.”

Evasioni dalla routine, comunque, non ce ne sono. Una sfida al flipper, panzerotto o gelato, il cinema ogni tanto: almeno tre generazioni studentesche vivono seralmente questo mènage.

Di quella gloriosa, sessantottina, sono rimasti ben pochi rappresentanti. C’e Ottavio, laureato disoccupato, vicino ormai al trent’anni. In mancanza di meglio studia sociologicamente il fenomeno-giardinetti. “Adesso domina il riflusso. È una condizione amara: si sta insieme qui, come si potrebbe stare in ogni parte del mondo. I problemi sono privati, e si cerca una risposta al massimo all’interno della comitiva ristretta. Sembriamo una massa, in realtà siamo solo piccoli gruppi, senza comunicazione tra di loro. Passo qui le mie serate almeno da cinque, sei anni. Di vista conosco un po’ tutti, ma gli amici più o meno stretti non superano la ventina.”

Giardinetti come punto di ritrovo, punto d’incontro che dovrebbero preludere comunque a qualcosa di diverso. Ci si incontra qui, per andare altrove. Ma con il passar del tempo, si sono rivelati un’entità autosufficiente. Un momento di aggregazione che fotografa fedelmente la condizione giovanile foggiana, a patto che si superino le apparenze che inevitabilmente, parlano di riflusso di disimpegno.

La realtà è un’altra. L’impressione è che i giovani tendano a dare di se stessi un’immagine diversa da quella reale. Lo si capisce dall’ironia, dagli sfottò che pervadono ogni discorso. La scontata domanda sul loro futuro e sulle aspettative riceve risposte inverosimili. “Da grande voglio fare l’astronauta”, dice Francesco, architetto disoccupato, alle spalle già tre o quattro concorsi un po’ dappertutto: enti locali. banca. ferrovia. Il mito della sistemazione, del posto in fondo resiste. “Mancano le alternative – prosegue l’aspirante astronauta – e una volta che comprendi che difficilmente il tuo pezzo di carta potrà aiutarti a inserirti una soluzione vale l’altra.”

Arriva intanto Gennaro, uno dei rarissimi occupati. che frequentino piazzale Italia (è questo, toponomasticamente parlando, il vero nome dei giardinetti). Da un anno e mezzo lavora all’Istituto poligrafico. Sta per mettere su casa, e lavora dodici ore al giorno. Finito il normale orario di lavoro, tre o quattro ore di straordinario. “Serve a risparmiare qualcosa – afferma – ma dopo che mi sarò sposato, non voglio più saperne. Voglio godermi la vita.”

Gli amici non nascondono un pizzico d’invidia Gennaro è uno che può già programmare il suo futuro. Per chi non ha il posto lo stesso presente è vissuto all’insegna dell’incertezza.

Intanto qualcuno si organizza. Incertezza o no, cerca di vivere come meglio può il presente. Di rompere gli schemi fissi del tran-tran quotidiano. Qualcuno sta pensando di allestire, in occasione dell’imminente riapertura delle scuole, un mercato alternativo di libri usati per far fronte al caro-prezzi. Promotore dell’iniziativa, un gruppetto di liceali tra i sedici e i diciassette anni. “Cerchiamo così –afferma uno di loro – di ridurre almeno del 40% la spesa che le famiglie dovranno sopportare all’inizio dell’anno scolastico”.

La politica, da anni grande assente dei giardinetti, torna a far capolino. Ma è un’iniziativa ben definita, nella quale confluiscono elementi di diversa estrazione.
“L’immagine del cortei di protesta di qualche anno fa – rileva Ottavio, lo storiografo più o meno ufficiale dei giardinetti – appartiene ormai all’album dei ricordi. Qui sfugge proprio il senso politico delle cose che si fanno. Manca la dimensione dell’utopia. E in assenza di questa, ci si accontenta di obiettivi e di aspettative assai più concrete.”

Lo scorso anno c’è stato un improvviso ritorno di fiamma per il calcio. Il finale di campionato che dette al Foggia la promozione in serie venne seguito con punte d’entusiasmo incredibili. Per la prima volta andarono allo stadio anche le ragazze. Forse, anche per questo, si tratta di un tifo diverso da quello del padri. Anche
la febbre del calcio si colora di quell’auto-ironia che condisce tutto il mènage di piazzale Italia.

Cadute le certezze, c’è pur sempre bisogno di qualcosa in cui credere: la fede rossonera è divenuta surrogato di altri valori. Con i tempi che corrono, va bene anche così. Ma sono proprio tutti qui, i giovani foggiani?

Geppe Inserra

 

 

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Autore: Geppe Inserra

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