Una misteriosa stampa settecentesca dell’Iconavetere

Qualche settimana fa, la casella di posta elettronica di Lettere Meridiane ha ricevuto una mail dal contenuto tanto sorprendente quanto intrigante. Mittente, Marc O. Manser, un esperto di arte che vive a Roma: “Ho trovato la vostra pagina Facebook e sito internet mentre cercavo informazione su rappresentazioni grafiche del terremoto foggiano del 1731. L’altro giorno ho visto una stampa colorata a mano che rappresenta l’evento catastrofico. Volevo condividere l’immagine e vedere se è di vostro interesse. Mi occupo principalmente di studio e compravendita di pittura antica, quindi per me sarebbe interessante capire se la stampa ha una sua fonte diretta anche in un quadro che magari esiste ancora in qualche raccolta pubblica o privata.”
La mail è accompagnata da una serie di fotografie dell’opera, molto suggestiva e di notevole fattura artistica. Potete vederle nello slideshow al termine dell’articolo.
La stampa raffigura l’Iconavetere che si erge sulla città distrutta dal sisma. I santi al suo fianco sono i compatroni della città, san Guglielmo e Pellegrino.
Il terremoto è rappresentato con una figura metaforica: un diavolo che emerge dal sottosuolo.
L’immagine ricorda quella, anonima, di cui Lettere Meridiane ha già scritto, recuperata da un rigattiere dallo studioso foggiano Giuseppe De Troia, che ha però ha un tratto più popolare, quasi naïf. L’immagine proposta da Marc O. Manser appare decisamente classicista, rivela la mano di un artista vero e importante.
Si può datarne con sufficiente approssimazione la data di creazione: essendo la Madonna dei Sette Veli incoronata, la stampa dev’essere stata realizzata dopo il 24 maggio 1782, data in cui avvenne appunto l’Incoronazione.
Ho mostrato l’immagine agli amici Renzo Infante, docente di Storia del Cristianesimo presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia e autore del bel libro La Madonna Velata di Foggia e a Michele Paglia, cultore di storia e di iconografia locale.
L’ipotesi, suggestiva e a mio modesto avviso fondata, è che autore possa esserne Girolamo Starace Franchis, pittore settecentesco napoletano (1730-1794) che collaborò con Vanvitelli nelle decorazioni della Reggia di Caserta.
“Tutta la sua produzione – si legge di lui su Wikipedia – è caratterizzata da una sostanziale adesione ai modi classicisti di derivazione romana che si erano venuti diffondendo a Napoli soprattutto attraverso le recenti rielaborazioni di Giuseppe Bonito.”
Una descrizione assolutamente coerente con la cifra stilistica che emerge dalla stampa di cui stiamo parlando.
Ma a rendere ancora più verosimile l’ipotesi c’è la notevole somiglianza tra l’opera fotografa da Marc O. Manser e L’Incoronazione dell’Iconavetere dipinta proprio da Starace.
Secondo Rosanna Bianco (La Madonna celata di Foggia. Culto e diffusione dell’iconografia della Madonna dei Sette Veli), l’opera di Starace Franchis, “pittore napoletano vicino alla corte borbonica” costituisce “un momento centrale nella diffusione dell’iconografia della Madonna dei Sette Veli”.
Anche in questo caso, c’è un evidente legame tra l’Iconavetere e il tragico evento che distrusse Foggia nel 1731.


Il dipinto (che potete guardare qui sopra), scrive Rosanna Bianco, “raffigura il Sacro Tavolo incoronato dagli angeli e adorato dai SS. Guglielmo e Pellegrino. In basso la città di Foggia scossa dalla figura allegorica del terremoto e un cartiglio: “Imago Mariae in Coelum Assumtae, vulgo dictae Iconis Veteris, a Divo Luca ut traditio/ est, in tabula cedrina depicta. Colitur in civitate Fogiae proprieque in Ecclesia Collegiata/ ejusdem. Ab illustrissimo ac reverendissimo Capitolo S. Petri in Vaticano/ coronata die 24 mensis Maii A.D. 1782”.
Il dipinto, di ambito devozionale, attraverso la regolarizzazione delle forme, l’evidenziazione dei nessi strutturali, la monumentalità compositiva, presenta in
modo chiaro e serrato il collegamento tra il terremoto, la città di Foggia e il Sacro Tavolo.”
L’autrice adombra una committenza importante: essa – scrive – “può plausibilmente ricondursi nell’ambito della corte borbonica sensibile al culto dell’Iconavetere: Maria Carolina d’Asburgo Lorena, figlia di Maria.”
Fin qui le ipotesi e le immagini. E voi, cari amici e lettori di Lettere Meridiane, avete qualcosa da dire o da aggiungere? Commentate il post e, se siete interessati a contattare Marc O. Manser, scrivete a Lettere Meridiane (redazione@letteremeridiane.org).

 

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Autore: Geppe Inserra

  1. Sono stato io ad individuare il soggetto della stampa, rispondendo ad un quesito del signor Manser, col quale sono in contatto. L’attribuzione a Starace non mi convince, sebbene suo dipinto ne sia stato sicuramente un importante punto di partenza. A dissuadermi soprattutto la definizione dei volti, comparabilmente più rozzi, e la scarsa qualità dello sfumato, che ne fanno un’opera inferiore per qualità a quelle che ho avuto modo di vedere di persona dello Starace. Soprattutto però è proprio il cambiamento radicale dello sfondo architettonico che allontana la stampa dal dipinto con una variazione che non è solo di dettaglio ma è in fondo profondamente stilistica. Entrambe le opere propongono caratteristiche che la cattedrale di Foggia non ha mai avuto, ma mentre il dipinto la associa a modelli romani con l’accenno di una cupola piuttosto romana, la stampa invece propone un prospetto schiettamente palladiano, immediatamente riconducibile al modello di San Giorgio Maggiore a Venezia, attingendo dunque ad un repertorio culturale estraneo allo Starace, e per giunta con una definizione architettonica inconsueta allo stesso autore.

  2. Sono stato io ad individuare il soggetto della stampa, rispondendo ad un quesito del signor Manser, col quale sono in contatto. L’attribuzione a Starace non mi convince, sebbene il suo dipinto ne sia stato sicuramente un importante punto di partenza. A dissuadermi soprattutto la definizione dei volti, comparabilmente più rozzi, e la scarsa qualità dello sfumato, che ne fanno un’opera inferiore per qualità a quelle che ho avuto modo di vedere di persona dello Starace. Soprattutto però è proprio il cambiamento radicale dello sfondo architettonico che allontana la stampa dal dipinto con una variazione che non è solo di dettaglio ma è in fondo profondamente stilistica. Entrambe le opere propongono caratteristiche che la cattedrale di Foggia non ha mai avuto, ma mentre il dipinto la associa a modelli centro italiani con l’accenno di una cupola piuttosto romana, la stampa invece propone un prospetto schiettamente palladiano, immediatamente riconducibile al modello di San Giorgio Maggiore a Venezia, attingendo dunque ad un repertorio culturale estraneo allo Starace, e per giunta con una definizione architettonica inconsueta allo stesso autore.

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