Il giorno de’ morti, racconto popolare di Michele Achille Bianchi

Come promesso ad amici e lettori di Lettere Meridiane, ecco il racconto di Michele Achille Bianchi, pubblicato ne I cipressi, strenna pel giorno dei morti compilata in Foggia, pubblicata nel 1837 per iniziativa dello stesso scrittore, e del gruppo di giovani poeti, artisti e letterati di cui era l’animatore (ne abbiamo parlato in una precedente lettera meridiana. Intitolato “Il giorno de’ Morti”, il brano reca quale sottotitolo “Racconto popolare” e, in effetti l’ambientazione anticipa temi e contesti che qualche decennio dopo ispireranno il Verismo.

La narrazione è serrata, intensa, così come le tinte drammatiche che accompagnano la narrazione. Pur se ambientato nel quartiere popolare Toledo di Napoli, si deve supporre che nel descrivere la povera famiglia protagonista del suo racconto, Bianchi avesse in mente la situazione sociale di quegli anni a Foggia, caratterizzata da una diffusa miseria. Ad accentuarne la drammaticità, vi sono i costanti riferimenti alla morte, e alla commemorazione dei defunti. Sembra quasi non esserci spazio per la vita e per la speranza. 

Alla valorizzazione di questo interessante (e purtroppo dimenticato) autore foggiano dell’800 sta lavorando Maurizio De Tullio, bibliotecario curatore della bella sezione La meravigliosa Capitanata del sito della Biblioteca Provinciale di Foggia, nonché apprezzato collaboratore di Lettere Meridiane. Maurizio dedicherà prossimamente una scheda a Michele Achille Bianchi. E non è tutto. Quando curava quella preziosa rivista che è stata Diomede, De Tullio parlò di Bianchi all’arch. Gianfranco Piemontese, che è tra i maggiori conoscitori e studiosi di Saverio Altamura, grande pittore foggiano che fece parte di quel gruppo di intellettuali. A Bianchi e al suo rapporto di amicizia con Altamura, Piemontese dedicò un bell’articolo su Diomede che nei prossimi giorni (grazie a Gianfranco e a Maurizio) vi farò leggere. (g.i.)

IL GIORNO DE’ MORTI

RACCONTO POPOLARE.

……..I vagolanti Spirti

Nella nostra pietà stan speranzosi.

A. DE LAUZIÉRES.

I.

Era la sera del primo giorno di Novembre: e l’acqua veniva giù a secchie a battere e risaltare con tal fragasso su’ ciottoloni delle strade, che a sentire quel diavoleto, avresti creduto volesse il cielo sciogliersi in acqua, e mandarne tanta da affogare un’altra volta (se ciò fosse potuto accadere contro il divieto del Signore) la misera umana schiatta. L’aria era fredda , ed un vento impetuoso avrebbe intirizzite le membra di chi avesse osato scostarsi un sol passo dal generoso calore d’un largo fuoco. Pure fra ’l rovinar della pioggia, e in mezzo a tanta rigidezza di stagione , avresti veduto (passando per uno, non so quale, de’ tanti vichi che alla bella e vasta Toledo conducono) fiocamente illuminate dalla parte interna le logore, e mal commesse invetriate d’una piccola finestra. Avresti veduto di tratto in tratto aprirsi quei vetri… affacciarvisi una testa di donna… avresti veduto far capolino… quindi inteso un profondo sospiro… ed una voce, che mormorava un disperato – E Masotto ancor non si vede! —

II.

Di tristissima scena sarebbe stato testimone colui, che levatosi sulla punta de’ piedi avesse, attraverso quei vetri , gettato uno sguardo nell’interno della stanza.

— Mamma, che hai?… perché piangi cosi dirottamente ?… tanta paura ti mette il cader della pioggia?… chiudi le imposte della finestra, e non sarà più nulla…. Vedi!… Io son più piccolo di te, e non sento paura…. È vero che sono uomo, e debbo aver più coraggio di chi è donna …. ma alla fine non ho che sei anni…. mentre tu ne hai…. Ah !… non so poi quanti anni hai tu , mia buona mamma…. ma certo ne dovrai contar tanti da avvanzare di molti i miei sei….

— Ah ! figlio mio !

Queste parole si scambiavano un fanciullo bello quanto un puttino del Giotto, ed una donna sparuta come un cadavere dissotterrato. Il primo, seduto su una pietra che gli serviva da seggiolina, baloccava non so con qual diavolerìa da trastullo; l’altra gittata sopra un pagliericcio, o per dir meglio un canile, si levava di tratto in tratto per farsi a quella benedetta finestra, dalla quale si ritirava sempre facendo atti d’impazienza. Il fanciullo che per lungo tempo erasi serbato freddo spettatore dell’ambascia materna, si lasciò cader di mano i trastulli, quando all’ingenuo ragionamento da lui tenuto alla madre udì rispondere con quel malinconico (Ah! figlio mio! ) Benché tenero d’età, pure sennino (perché affinato dalla sventura) egli parve altamente tocco da quella esclamazione che rivelava un’intera iliade di dolori e di affanni.

— Mamma, egli disse, questa sera sei più malinconica delle altre volte!… perché?

— Vieni quà, Felice… vieni quà …

E il fanciullo correva a gittarsi nelle braccia della madre. Questa cominciò a baciarlo caldamente per gli occhi, per la bocca, e il tenerello rispondeva a tante cortesie co’ più teneri abbracci, colle carezze le più ingenue… E tanto dolci tornavan queste al cuore dilaniato di quella donna , che la misera pareva dimenticasse fra quelle gioie un pensiero , una cura, che di tanto affanno , e di tanta ambascia le era cagione. Ella sorrise finalmente , ed il fanciullo, ricreato da quel sorriso, dimenticò tosto ( come è costume di tutti quei beati che sono a sei anni ) tulle le malinconie , e saltò su con un curiosissimo molto.

— Mamma , egli disse, parliamo di cose liete. Domani, lo sai, è il giorno de’ morti… è vero?… me lo ha detto Cecco il figlio della nostra vicina… lo sai, mamma ?… quel ragazzo che ha i capelli biondi biondi come i miei…

— Sì… il giorno de’ Morti!.. Ebbene, Felice, nella sera della vigilia recitiamo uniti un Requiem aeternam

— Lo dirò domani.

— E perché non adesso ?… Tu sai che tuo padre è anche egli morto …

— È vero… e tu mi hai detto tante volte che morendo egli ti rimase gravida di me; e tu per memoria di lui mi volesti chiamare collo stesso suo nome!… Eh! io ricordo tutto… Ma via parliamo di cose più allegre per ora… Domani poi non trascurerò di raccomandare l’anima sua alla Madonna…

— Parla, angiolo mio !

— Cecco, il figlio della nostra vicina, mi ha consigliato a sospendere questa sera la mia piccola calza dietro l’uscio della nostra casa, acciò le anime de’ morti vengano questa notte a riempirla di frutta, e di ciambellette… Uh! è tanto tempo che non mangio di questa roba !… Senti , mamma, per mangiarne vorrei proprio far quanto mi ha consigliato quel mio compagno …

— Povero figlio mio !

Mormorò fra i denti la madre.

— Mamma, che hai detto?… parli così chetamente da non farmi sentire!… Ma senti, mamma… Cecco mi ha consigliato a corcarmi presto questa sera… più presto del solito!… perché i morti abbiano tempo a colmar la mia calza… Che ne dici tu, mamma?… Fò bene se mi corco adesso?…

La madre taceva , ed il fanciullo nudatosi de’ pochi cenci clic lo ricoprivano, andava all’uscio per ligarvi la calza — La pioggia continuava… e l’uscio venne fortemente picchiato.

— Madonna mia… i morti già picchiano per entrare …

Gridò il fanciullo scostandosi dalla porta , c correndo a nascondere il volto fra le vesti della madre. Questa corse ad aprire, ed un giovinetto con un volto livido dal freddo, con la persona rattrappita e tremante, con i capelli molli dalla pioggia, entrò, e, come trafelato, si lasciò cadere sur una sedia.

— Uh!.. Masotto il fratello mio!.. Ah!.. Ah!.. Ah !.. ed io credeva che fossero i morti!.. Ah !.. Ah!.. Ah!..

Diceva il fanciullo e correva a gittarsi sul letticciuolo.

—. Figlio mio!., che hai ?.. che ti avvenne ?..

Proruppe la sventurata donna vedendo la trista condizione del malarrivato.

III.

Il giovine pareva non si curasse delle tenere sollecitudini, e delle dolci domande della madre; e lo avresti detto di salso se un respiro avvenuto che faceva a mo’ di mantice alzare ed abbassare il di lui petto, se una tosse convulsa, che veniva di tratto in tratto a scatenargli le costole, non ti avesse assicurato, che in quelle membra rimaneva ancora una forza vitale.

— Masotto mio!., figlio mio!., parla… che ti avvenne ?..

Insisteva forse per la decima volta la sventurata.

— Dannazione ed inferno!…

Le fu risposto con un grido lacerante del giovinetto, che levandosi, si fece a scorrere per diritto e per traverso quella miserabile stanza battendosi lo tempia con ambedue i pugni. La povera donna fece un atto d’orrore nel veder giunta a tal segno la disperazione del figlio, ce oramai le pareva confinasse colla follia. Laonde pensate un poco che tenere parole di conforto, quante preghiere, quali cose tenere sfuggirono al suo labro … quanti modi c quante vie furono da lei tentate per mettere la calma nell’anima esacerbata del giovinetto!

— Ma via, Masotto… figliuolo mio !.. (gli andava ripetendo)… dimmi che fu?… che ti avvenne di sinistro?… Non rispondi?… Così ubbidisci alla tenera tua madre?… Le mie preghiere non hanno più forza sul tuo cuore ?.. Eppure in mezzo alle nostre miserie tu eri sempre di buono umore!.. Mi vedevi piangere, e venivi a consolarmi con tante belle e dolci parole!… Ma tu fin da questa mattina sei cambiato!.. Dimmi, perchè sei tristo a tal segno?.. Perché ritornasti così tardi?… Ti ho atteso tanto tempo a quella finestra !… Ma tu segui a tacere ?… Ah ! per quanto ti è cara la memoria del tuo padre , del mio marito … Masotto mio, levami da questo inferno !…

— Il tuo marito?… il padre mio ?… Brontolò sinistramente Masotto.

— Sì, per quanto può tornarti gradita la memoria di lui, rivelami la tua tristezza!..

— Lo vuoi?… Ebbene sia così… Ma no… affliggerei troppo il tuo cuore.

— No, t’assicuro … io sarò forte contro ogni scossa … Io voglio ad ogni costo essere a parte della tua disgrazia.

— Vuoi dunque per forza ?.. Ebbene sappi che nella scorsa notte mi apparve in sogno il mio padre…

—- Tuo padre!.. e che diceva egli?…

— Pareva che di dietro a una nera cortina mi si appalesasse il suo volto livido… sbattuto… Io voleva gridare… ma mi sentiva come stretto nella gola da una mano di ferro … Voleva correre; ma mi sentiva come incatenato … Mi parve di udire la sua voce … e restai cheto al mio posto — Figlio mio, mi disse, ho bisogno d’un suffragio! — E sparve nascondendosi dietro la maledetta cortina.

Qui il giovinetto mandò un sospiro — Che credi ?.. poi ripigliò , sono andato di porta in porta accattando l’intera giornata … e non ho potuto lucrar tanto da poter dare una messa all’ anima di mio padre !.. Domani è il giorno de’ morti… e mio padre mancherà anche d’un suffragio !..

Masotto tacque — Il volto della donna si annuvolò … la sua fronte si fece rugosa … poi si spianò di bel nuovo … La sventurata donna sorrise amaramente … guardò un’anello che aveva alla mano… si corrugò un’altra volta in fronte…ed una lagrima cocente, come di chi ha la febbre, le scese per le gote.

— Masotto — disse finalmente, calmati, tuo padre avrà anch’egli un suffragio.

— E come mai ?… e sarà possibile ?

— Si… si … prendi quest’anello … Tu sai che fu da me risparmiato ne’ giorni di carestia e di fame, che finora hanno travagliata questa nostra patria… Ma via… prendilo… corri a venderlo, e col prezzo che ne riceverai fa il tuo bisogno!.,

— L’anello ?.. e non è quello che ti donava il padre prima di morire?..

— Sì quello appunto… il solo che mi teneva ligata a questa terra ! Ella disse ( — Ora mi vien tolto , ed io morirò del dolore ! — ) Soggiunse fra sé ; e andò semiviva a gittarsi sul pagliercccio. Masotto si fece a contemplare l’anello ricevuto, al pallido barlume, che mandava una povera lucerna. Quando questa fu estinta , egli si scosse dalle sue triste meditazioni, e gittandosi per terra, aspettò che fosse giunto il giorno.

IV.

La pioggia era cessata — Le campane suonavano a lenti e misurati rintocchi, accompagnandosi alle rauche voci de’ mille che andavan percorrendo i borghi e le strade gridando ad ogni svolta, ad ogni uscio con una voce stentorea e prolungata — L’anime del Purgatorio — Era il giorno de’ morti! — Ed il piccolo Felice destandosi dal sonno si beava nella speranza di ritrovar zeppa la sua piccola calza. Egli intese le campane a mortorio … intese lo voci de’ paltonieri [accattoni, n.d.r.] , e si consumava dalla voglia di veder pe’ fessi della finestra un poco di luce. E quando credette di vederne uno scarsissimo raggio, si senti trasecolato dalla gioia, lasciò il suo misero giaciglio, e prese a tentone la via dell’uscio… Ma quale fu il suo cuore quando, razzolando colla mano, trovò affatto vuota quella calza, che aveva formato l’oggetto de’ dorati sogni, e de’ desideri d’una lunghissima notte?… Ma il tapino, avvezzo (benché ancora in età tenerissima) al doloroso disinganno, tacque, e ritornò muto presso il letto della madre, che cominciò pianamente a destare. Ma dopo averne lungamente (e sempre in vano) scossa la persona, la misera donna mise un cupo sospiro , si voltò nell’altro lato , e mormorò queste parole — Dite un Requiem aeternam per la vedova che va a congiungersi al suo compagno ! —

Il fanciullo restò mollemente chinato sul corpo della madre, e non ebbe più forza ad articolar parola. In quella l’uscio venne aperto , ed entrò Masotto. Era egli uscito assai per tempo per vendere l’anello.

— Masotto, gli disse il fanciullo andandogli incontro, Masotto, vieni a vedere la mamma… Ella non mi risponde, è un bel pezzo che le sto vicino, e le parlo !…

— Che dici, Felice?..

— Non mi credi ?… vieni a vedere, e mi crederai !

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— Madre mia !!!… madre mia!!!… E morta!!!… Gridò Masotto nel trovar fredde e intirizzite dal gelo di morte le membra della madre — Abbracciò il fratello, e con lui si gittò sul cadavere amato, restando quivi nel più cupo e terribile silenzio.

Un uomo tutto vestito a bianco, con un bianco cappuccio tirato sul viso, con una borsa fra le mani apparve sulla soglia di quella povera stanza, facendo sentire la sua voce, che con uno sguaiato strascico di sillabe diceva— L’anime del Pur…ga… to…o..o…rio !

Masotto si levò, frugò nella tasca, e trattone il prezzo dell’anello teste venduto, lo le sdrucciolare nella borsa dell’uomo bianco, e disse — In suffragio delle anime de’ miei genitori!!!…

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Michele Achille Bianchi.

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Autore: Geppe Inserra

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