Domenico Romano, un socialista vero

L’ultima volta che ho incontrato l’on. Domenico Romano è stata alla sobria festa di compleanno per gli 80 anni di Michele Protano. Sono passati 13 anni. Ripensandoci con nostalgia, mi rendo conto che quella sera, al cospetto di quei due grandi protagonisti del socialismo di Capitanata, si stava chiudendo un grande capitolo della storia della Capitanata: quella via socialista alla programmazione dello sviluppo, che ha contribuito in modo importante alla crescita economica e sociale della terra dauna. Protano, primo e grande presidente socialista della Provincia di Foggia, si sarebbe spento di lì a poche settimane. Romano, che già da tempo non faceva più politica attiva, avrebbe ulteriormente diradato le sue presenze pubbliche.

Per uno degli strani scherzi che fa il destino, il mio primo incontro con Romano risaliva a una trentina d’anni prima, ed anche questo era legato a Protano. Lo conobbi nelle stanze della Prefettura, durante lo scrutinio delle elezioni provinciali del 1981, che io seguivo per conto della Gazzetta del Mezzogiorno. Protano, che il Psi intendeva sostenere per la Presidenza della Provincia, in ossequio alla teoria dell’alternanza tra democristiani e socialisti alla guida degli enti locali, era candidato nel collegio elettorale che comprendeva Peschici, Vieste e Rodi Garganico. Teodoro Moretti, vicepresidente della Giunta Provinciale, deluso per la mancata ricandidatura, aveva rotto col suo Partito e aveva annunciato che avrebbe fatto votare scheda bianca. E così fu. Romano era visibilmente irritato quando gli vennero comunicati i dati elettorali di Rodi, che giunsero prima degli altri comuni del collegio. Poi, la sorpresa: Protano riuscì a conquistare lo stesso il seggio, facendo il pieno dei voti sia a Peschici che a Vieste.

Domenico Romano con Francesco De Martino nel 1970. Nella foto d’apertura, Romano dopo la rielezione a consigliere regionale nel 1980.

Quando nella sala elettorale della Prefettura arrivarono i dati delle due cittadine garganiche, Domenico “Mimì” Romano proruppe in un’esultanza da stadio. “E adesso la Presidenza non ce la toglie più nessuno”, mi disse. Iniziò così un rapporto fatto di stima, e di reciproco rispetto, nonostante le nostre differenti idee politiche.
Di temperamento sanguigno, ma sempre molto razionale nelle sue scelte, Romano era stato, una decina d’anni prima, tra i padri Costituenti della Regione Puglia. Era stato il vicepresidente della giunta regionale guidata da Gennaro Trisorio Liuzzi e in questa veste aveva firmato il primo grande tentativo di promuovere una visione ed una programmazione organica del futuro della Puglia, il Piano di Sviluppo Regionale che riconosceva alla Capitanata un ruolo nevralgico delle strategie di futuro delle Puglie, chiamate alla delicata sfida di diventare “la” Puglia, ovvero una regione unita, coesa.

Romano e gli altri consiglieri regionali foggiani eletti in quella tornata costituente erano ben consapevoli del rischio che correva la Capitanata, in quanto area che aveva concentrato fino ad allora investimenti importanti soprattutto da parte della Cassa per il Mezzogiorno e delle partecipazioni statali. C’era il rischio che quegli investimenti venissero portati altrove, che il baricentro dello sviluppo si allontanasse verso altre zone. Il PSR, però,  riconosceva e sottolineava la vocazione agricola, agroalimentare e turistica della Capitanata.

Allora, l’importanza della provincia di Foggia veniva riconosciuta, e rispettata. Non è un caso che a una presidenza barese, democristiana, facesse riscontro una vicepresidenza foggiana, socialista.

Domenico Romano discute con Aldo Moro nel 1975.

A rileggere i nomi dei padri costituenti che rappresentarono Foggia agli albori della Regione Puglia tremano i polsi, tanta è la caratura politica di quella classe dirigente: per la Democrazia Cristiana, Aurelio Andretta, Raffaele Augelli, Pasquale Ciuffreda, Gabriele Consiglio; per il Partito Comunista Italiano, Nicola Di Stefano, Pasquale Panico, Giuseppe Papa, Angelo Rossi; per il Movimento Sociale Italiano, Antonio Piacquadio e Giuseppe Tatarella (di Cerignola, ma eletto a Bari); Domenico Romano per il Partito Socialista Italiano e Antonio Grosso, per il Partito Socialdemocratico Italiano. Con Romano entrarono in giunta altri due foggiani: Aurelio Andretta Pasquale Ciuffreda.

La rappresentanza dauna era caratterizzata da una larga rappresentanza subappenninica (di cui faceva parte lo stesso Romano, nato a Orsara di Puglia) che fece sentire le sue ragioni: ancor prima che il Consiglio Regionale approvasse il Piano di Sviluppo Regionale, venne presentata una piattaforma per lo sviluppo delle aree interne dei Monti Dauni. Da quelle colline, grazie e assieme a Romano, si era sprigionata una classe dirigente socialista giovane che avrebbe scritto pagine importanti della vicenda politica regionale e provinciale: Roberto Paolucci, lucerino, che sarebbe diventato segretario provinciale del Psi, e poi consigliere e assessore regionale, Mario Bove, vicesindaco di Foggia e Leonardo De Luca, assessore provinciale e sindaco di Panni.

L’esperienza barese – che lo vide eletto sia nelle elezioni del 1970 che in quelle del 1980 –  rappresentò per Romano il trampolino di lancio per una brillante carriera politica che lo portò a Montecitorio nella IX e nell’XI legislatura. In entrambe le esperienze parlamentari, fu segretario e componente della Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa, e componente della IV commissione consiliare giustizia. Nella sua attività parlamentare si occupò specificamente dei problemi riguardanti l’amministrazione della giustizia, e fu tra i firmatari della proposta di legge per l’istituzione dell’Università di Foggia.

Domenico Romano al Congresso provinciale del Psi alla presenza del Segretario nazionale, Bettino Craxi , nel 1978.

I nostri rapporti si consolidarono quando divenne consigliere provinciale e capogruppo del Psi a Palazzo Dogana. Mi volle come segretario della Conferenza dei Capigruppo, che doveva occuparsi della revisione dello Statuto Provinciale. Fu un’esperienza positiva, che ricordo con piacere: ebbi modo di apprezzare l’approccio molto concreto ed operativo che Romano metteva in campo quando affrontava le questioni amministrative.

È stato un uomo di sinistra, socialista fino in fondo, geloso custode dell’idea di autonomia socialista. Una delle sue ultime uscite pubbliche coincise con la bella serie di interviste promosse dalla Biblioteca Provinciale a protagonisti della scena politica provinciale del secolo scorso, e coordinate da Salvatore Speranza, che le ha successivamente raccolte e pubblicate in interessanti volumi (le foto che illustrano il post sono tratte proprio da uno di questi: Domenico Romano. La Capitanata dal 1948 al 1958, Edizioni Sudest, Manfredonia, 2009. Si ringrazia Franco Mastroluca per averle messe a disposizione).

Mimì partecipava a quelle serate accompagnandosi con un suo vecchio amico e compagno, di comprovata fede comunista, Angelo Rossi. Una sera i due furono protagonisti di una vivace discussione. A Rossi, che gli rimproverava di essere un viscerale anticomunista, replicò sostenendo di non aver mai perdonato ai “compagni comunisti” la scissione di Livorno.

Forse non è un caso che Romano si sia spento il 19 gennaio, lo stesso giorno di Bettino Craxi, e due giorni prima della celebrazione del centesimo anniversario della nascita del Pci.

Geppe Inserra

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Autore: Geppe Inserra

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