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Ancora una fumata grigia, in Consiglio regionale pugliese,
per il disegno di legge che riguarda le soppresse Comunità montane, con il
quale l’assessore Marida Dentamaro prevede le modifiche ”necessarie per
consentire il regolare svolgimento delle funzioni commissariali e per far
fronte alla corresponsione delle retribuzioni in favore del personale
dipendente delle stesse Comunità montane soppresse, nelle more del loro
trasferimento nei ruoli degli Enti destinatari delle funzioni e dei compiti”.
C’è da augurarsi che quanto prima il provvedimento – che ha già
ottenuto il voto unanime della settima Commissione consiliare – venga discusso
e licenziato dall’assise. Ma qualche considerazione s’impone. Quando qualche
anno fa, le Regioni dovevano pronunciarsi sulla sopravvivenza delle Comunità
Montane, la Puglia – così com’è successo qualche giorno fa per quanto riguarda
la riforma delle Province – decise di non decidere e fu dunque giocoforza
applicare al sistema degli enti montani pugliesi i rigidi paletti imposti dalla
legge nazionale.

Risultato, tutte le Comunità Montane furono soppresse, e le
loro competenze avrebbero dovuto essere trasferite ad Unioni di Comuni, che
però non sono sorte, anche perché nella stragrande maggioranza dei casi gli
enti disciolti versano in una situazione di grave crisi finanziari, e i piccoli
comuni non sono nelle condizioni di poter gestirli.
Ulteriore conseguenza: il commissariamento che doveva essere
un fatto episodico si è protratto nel tempo, tanto da richiedere una legge
regionale per poter svolgere le funzioni con un minimo di funzionalità. Nel
frattempo la situazione finanziaria si aggrava, e le politiche per la montagna
si sono del tutto rarefatte. Il trasferimento delle funzioni ai Comuni resta
una prospettiva a dir poco improbabile. La provincia di Foggia sta pagando un
prezzo molto salato a questa situazione: neanche la Comunità Montana di Bovino,
la sola a presentare un bilancio in regola, è riuscita a trasformarsi nell’Unione
di comuni vagheggiata dalla Regione, e questo la dice lunga sulla volontà dei
Comuni di prendersi la patata bollente.
La legge sembra a tutti gli effetti un pannicello caldo. E
rilancia il dilemma che accompagnò l’infruttuoso dibattito sulla mai partorita
legge regionale che avrebbe potuto salvare o quanto meno riconvertire in modo
più organico le Comunità Montane: non era il caso di decidere, quando era tempo
e caso? Per non inimicarsi nessuno, la Regione preferirà non decidere. Ma è
stato il caos. E speriamo non accada altrettanto per le Province.
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