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La cultura come rete e come sistema. Ovvero la sola, possibile dimensione che può trasformare la cultura stessa in impresa, in motore dell’economia. Ma, mentre il resto della Puglia galoppa verso questo orizzonte, la Capitanata annaspa.
Se n’era parlato già l’estate scorsa, a proposito del calendario estivo degli eventi pubblicato da Pugliapromozione, e che sostanzialmente fotografava le manifestazioni comprese nel portale Puglia Events
Il problema si è riproposto in occasione del lancio di Discovering Puglia, la bella iniziativa dell’assessorato regionale al Mediterraneo per favorire la destagionalizzazione del turismo. Anche in questo caso, la presenza della Capitanata tra le attività e gli eventi compresi nel “pacchetto” regionale è piuttosto leggera, con alcune clamorose assenze come Vieste, San Marco in Lamis, Lucera e la stessa Foggia.
Ogni volta che si deve rispondere ad un bando o a un avviso pubblico, ogni volta che si tratta di progettare la cultura, e si devono sistematizzare le idee, pianificare gli obiettivi, elaborare programmi di qualità, la nostra terra balbetta.

Un esempio forse ancora più amaro giunge da un settore cardine dell’impresa culturale, qual è quello dell’editoria. Da qualche anno è stata costituita l’Ape, l’associazione pugliese degli editori, che si sta segnalando per la frequente e qualificata partecipazione alle fiere specializzate. 
All’inizio di dicembre, gli editori pugliesi aderenti all’Ape hanno partecipato con molto successo alla fiera di Roma Più libri più liberi, con la Regione Puglia. Le vendite sono state così interessanti da spingere qualcuno degli editori partecipanti ad affermare che la crisi nera che ha colpito le grandi case editrici, sembra non non avere neanchelambito i piccoli editori, grazie anche alla solerzia con cui hanno afferrato le opportunità connesse all’innovazione tecnologica. Con la stampa on demand, si riduce il magazzino (e i suoi costi), si riducono le tirature, si può dire quasi che si stampi su ordinazione. 
L’attività dell’Ape nell’ultimo anno è addirittura impressionante: prima della fiera di Roma, gli editori pugliesi avevano partecipato al Salone del Libro di Torino e avevano presenziato con una delegazione alla Buchmesse di Francoforte. Quindi, a novembre, hanno quasi monopolizzato con un intero padiglione (un quarto dell’area) la Città del libro, la Fiera di Campi Salentina, giunta alla sua XVIII edizione.
L’Ape si sta insomma rivelando un affare. Ma, per tornare al discorso iniziale, come e quanto è presente l’editoria della provincia di Foggia nel circuito virtuoso azionato dall’associazione di categoria degli editori pugliesi?
Guardando la composizione del cartello di imprese che fanno parte dell’associazione (Adda, Bastogi, Besa, Capone, Dal Sud, Et Et, Fal Vision, Florestano, Gelsorosso, Kurumuny , Il Grillo, Giuseppe Laterza , Lupo, Mamme on Line, Pensa Multimedia, Progedit, Rotas, Schena, Secop, Stilo, Tirsomedia), basta fare un po’ di conti per concludere che anche per quanto riguarda l’editoria la presenza della Capitanata è leggera. Su 23 case editrici aderenti, solo due hanno la loro sede nella Puglia Settentrionale.
Per uno strano caso del destino, si tratta di una delle più antiche e di quella che è forse la più giovane delle case editrici pugliesi: Bastogi, che l’intellettuale e poeta foggiano, Angelo Manuali rilevò da Ugo Bastogi di Livorno negli anni Settanta, e Mamme On Line, uno dei pochi casi italiani di attività editoriali orientata alla stampa nate da un’esperienza digitale, il fortunatissimo forum delle Mamme On Line, ideato dall’informatica foggiana Donatella Caione.
Poi più niente. Come accade per i servizi e per gli eventi organizzati, la maggiore concentrazione di imprese editoriali si registra nella Puglia centro-meridionale, mentre è assolutamente rarefatta la presenza di case editrici nella Puglia settentrionale. Va detto in provincia di Foggia esistono molte altre case editrici, che però non hanno ritenuto opportuno, fino ad oggi, aderire all’Ape. E siamo alle solite: alla solita difficoltà di fare rete, sistema.
Il “gap” è ancora più impressionante se si tien conto che soltanto poco più di un anno fa l’Ateneo di Foggia, capoluogo della Puglia settentrionale, ha festeggiato il suo primo decennio di vita. Da qualsiasi parte, l’istituzione di un polo universitario potenzia sensibilmente la produzione di libri, essendo il libro la materia prima della formazione universitaria e della comunicazione tra chi insegna e chi apprende. Questo non è accaduto a Foggia, dove le quote di valore aggiunto create dalla maggiore domanda di libri che l’attività universitaria ha naturalmente implicato, sono toccate più alle copisterie che sfornano fotocopie del libri di testo, che non agli editori. Né mancano, nel territorio di Capitanata, strutture di eccellenza che si dedicano alla promozione della lettura e del consumo di libri, come la biblioteca provinciale Magna Capitana e perfino fondazioni, come quella della Banca del Monte guidata da Francesco Andretta, che non lesinano impegno quando si tratta di sostenere la produzione editoriale e la lettura. 
La leggerezza dell’editoria in provincia di Foggia è speculare alla crisi delle librerie: con il radicamento dell’ateneo avrebbero dovuto crescere, per numero e per qualità, ma le cose sono andate diversamente. Più che aprire con le sole e positive eccezione di Ubik e di Stile Libero) le librerie hanno chiuso i battenti.
Eppure, la cultura figura in cima agli impegni programmatici degli enti locali. Ma, come ha argutamente scritto tempo fa nel blog dell’Ape un navigato editore pugliese come Gianfranco Cosma (Palomar), la promozione della cultura è oggi soverchiata dalla logica dell’evento che – scrive Cosma – “dura lo spazio di qualche ora o di mezza giornata. “ Se “per la band o il quintet di turno c’è quasi sempre spazio – e denari – anche in tempo di magra” l’intervento pubblico difetta quando si parla di libri.
“Abituare con sacrificio – parola desueta per il vocabolario comune – a leggere – scrive ancora Cosma – è compito arduo, ancora più arduo oggi, dove il termine “cultura” esiste solo nella comune accezione di immagine, visione, presenzialismo, superficialità, orizzontalità e purtroppo, quasi mai, di verticalità del pensiero. Facciamo un esempio: il teatro è gran cosa, ed è giusto e doveroso supportarne qualsivoglia forma che abbia dignità di essere definita tale. Dal melodramma alla prosa, al vernacolo che rappresenta la memoria storica o la lettura della contemporaneità di un luogo, di un territorio, di un tema, è fondamentale il supporto delle istituzioni. Ma chiedo: se non si è mai letto Shakespeare mi si vuol dire come si fa a mettere in scena Re Lear?”
La “cultura dell’evento” – ma anche un certo mecenatismo di bassa lega – può nella migliore delle ipotesi incentivare il consumo di spettacoli, ma, come dimostra il “caso Capitanata” non produce neanche un grammo di sviluppo economico.

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