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Apprezzo da sempre l’impegno civico del Gruppo Amici della
Domenica e, in particolare, la grande sensibilità di Cesare Rizzi, sempre
attento a rivendicare una città più bella e più vivibile.
Questa volta, però, mi permetto di non condividere alcuni
aspetti della battaglia che Cesare e il gruppo stanno conducendo contro le
affissioni selvagge. Sono assolutamente d’accordo quando rivolgono i loro strali verso
i manifestati elettorali dei candidati (fenomeno che mi pare tuttavia in
questa campagna elettorale più contenuto che in altre occasioni), ma non mi
associo alle critiche mosse – peraltro con garbo e civiltà – in alcuni commenti
ai post del gruppo, nei confronti dei manifesti funebri, che annunciano la
dipartita dei nostri concittadini.
C’è manifesto e manifesto. Ed una cosa è quello del
candidato sorridente e sornione che mira a carpirci il voto senza neanche
osservare le regole che disciplinano la propaganda elettorale, ben altra quello
che annuncia che qualcuno che abitava nel nostro stesso rione, nella nostra
stessa strada non c’è più. A quanti di noi è successo di apprendere che un
conoscente, o un lontano parente o anche un amici che non vedevamo da tempo è
passato a miglior vita, leggendone nome e cognome sui contestati manifesti? E
quante volte è successo che proprio grazie a quell’annuncio letto all’angolo
delle strada o sul muro del palazzo dirimpetto abbiamo potuto dare l’estremo
saluto al caro estinto?

L’annuncio funebre ha radici antichissime. È
esso stesso quintessenza di civiltà e condivisione. Ricordo i versi di una
bellissima e struggente poesia di John Donne, che ha dato il titolo anche ad un
celebre romanzo di Hemingway, Per chi suona la campana.  Dice il poeta:  “Nessun uomo è un’isola, /  intero in se stesso. / Ogni uomo è un pezzo
del Continente, / una parte della Terra. / Se una zolla viene portata via
dall’onda del mare, / la Terra ne è diminuita, /  come se un Promontorio fosse stato al suo
posto, / o una Magione amica o la tua stessa Casa. / Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
/ perché io partecipo all’Umanità. / E così non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana: / essa suona per te.”
Oggi si ode sempre meno la campana a morto. Una volta,
svolgeva una funzione rituale e civile profondissima. Era un annuncio che sottintendeva
condivisone. Quando i contadini sentivano i tristi rintocchi smettevano di
lavorare per qualche istante, e si facevano il segno della Croce, in segno di
partecipazione.
Non dico che i manifesti funebri assolvano alla stessa
funzione, ma hanno se non altro una innegabile utilità sociale, in un clima
culturale in cui la morte sta diventando una faccenda sempre più privata,
qualcosa da nascondere, e in cui sta perdendo sempre più senso la sua
dimensione collettiva (la campana che suona anche per noi…)
Sarebbe certamente il caso che all’affissione dei manifesti
funebri (che, per altro, a Foggia sono da ormai molti anni di dimensioni più
contenute rispetto alla maggior parte delle altre città) venissero riservati
spazi appositi (che però non esistono, soprattutto in periferia) in modo da
evitare che vengano affissi dappertutto e dovunque. Ma mi pare che il decoro
urbano sia – tutto sommato – un aspetto secondario, quando si parla della
partecipazione (profonda) al dolore di una comunità.
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