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Quando muore un poeta o un intellettuale che ama la poesia
(il confine tra i due stati è labilissimo) siamo tutti un po’ più poveri: è
come se un sogno, un’utopia si fossero spenti, e restassimo tutti ancora più
assediati da quella realtà nuda e cruda e grigia, che soltanto la poesia sa
trasfigurare e sublimare.
Sento così la morte di Peppino De Matteis, straordinaria
figura di intellettuale e uomo di lettere che se n’è andato assai prima del
dovuto, lasciandoci un vuoto che sarà difficile colmare. Il caso ha voluto che
Maurizio De Tullio mi abbia informato della ferale notizia mentre mi trovavo a
Pisa, davanti al Polo Fibonacci. E per un attimo ho immaginato l’anima
sorridente di Peppino che si aggirava tra gli austeri corridoi di questo tempio
della informatica e della matematica. Mi sembrava a suo agio, come tutti quanti
hanno bazzicato seriamente la scienza della lettere e sanno bene che tra parole e numeri non c’è poi tanta distanza: un
periodo ben composto, parole ben allineate hanno la stessa armonia profonda ed
inesprimibile di un’equazione algebrica.
In tutta la sua vita di docente (spesa tra l’università di Pescara-Chieti e quella di Foggia) e di saggista, Peppino ha
creduto profondamente in questa idea della letteratura come scienza. Ma
attenzione: scienza come armonia, mai come conoscenza fine a se stessa. 

I suoi
articoli, le sue “critiche” non sono mai stati un arido esercizio di
erudizione, come sovente succede in certi ambienti accademici. Amava piuttosto
raccontare la poesia e i poeti, la letteratura e gli scrittori. Quando parlava di
un autore che amava, lo faceva con tanto entusiasmo e tanta passione culturale che ti
lasciava immediatamente impressa la consapevolezza della necessità della poesia
e della letteratura come antidoto al grigiore del presente, come strumento di
elevazione verso il possibile sempre nascosto, sempre da scoprire dietro lo
stato delle cose.
Nella sua sterminata produzione critica e saggistica ha
praticamente raccontato la migliore letteratura italiana moderna, con un occhio
particolare per gli autori nati in provincia di Foggia e degni di considerazione
sulla ribalta nazionale: e non sono quelli noti come Pietro Giannone e Nino
Casiglio. Gli sarò grato per tutta la vita per avermi fatto conoscere ed
apprezzare Giacomo Strizzi, poeta dialettale di Alberona (stessa cittadina
natale di Peppino) di cui Pasolini disse: “il suo è un temperamento lirico di
alto valore: la sua produzione e forbitissima ed è piena di genialità ed
inventiva.”
E poi, Giuseppe De Matteis era un intellettuale che amava
mettersi in gioco, che  pensava che la
cultura sia un motore indispensabile per il riscatto e lo sviluppo del
Mezzogiorno. Ha organizzato memorabili convegni di studi, come quelli dedicati
a Giacomo Leopardi e a Pietro Giannone, dimostrando come si possa produrre
cultura di altissimo livello anche nelle periferie culturali, e implicitamente
additando che la strada per non essere più periferia culturale passa proprio
per la capacità di intessere reti, gettare ponti. Molti suoi studi e molte pubblicazioni sono state dedicate proprio alla valorizzazione della poesia pugliese e dauna.

Fu l’inventore di un bel premio di poesia che si svolgeva al
Alberona, proprio in ricordo di Giacomo Strizzi. Non sempre il suo impegno civile e la
sua tensione culturale furono assecondati dalle istituzioni locali: una sagra –
si sa – dà più visibilità di un reading poetico. Però Giuseppe De Matteis ce l’ha
messa sempre tutta: ed è questa la grande eredità ed il prezioso messaggio che
ci lascia.  
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