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Si può produrre storia pubblica restando svegli la notte e mettendo mano alla tasca, per contendersi in un’asta on line l’esemplare originale del giornale o della fotografia che parla della tua città, così come fa Marco Scarpiello. Oppure perdere ore con la lente d’ingrandimento per decifrare i dettagli di un’immagine e incrociarla con Google Maps, e scoprire dove venne scattata, così come fa Tommaso Palermo. O, ancora, riconoscersi in una vecchia foto e investigarla, fino a dare un nome a tutte le persone che vi sono ritratte, così come ha fatto Alessio Di Battista.

Lucera ha offerto una palpabile ed efficace testimonianza di cosa sia la public history, quali possibilità schiuda questa nuova disciplina la cui essenza può essere sintetizzata come segue: storia prodotta dalla comunità, sulla base di materiali e documenti non convenzionali, come possono essere, appunto, le fotografie.
L’occasione è stata offerta dalla serata promossa dal Circolo Unione sugli scatti lucerini del fotografo Albert Chance, in collaborazione e con il patrocinio del comitato provinciale dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. E il risultato è stato di quelli difficili da dimenticare, per la partecipazione del pubblico, per l’intensità della narrazione affidata a Palermo, a Scarpiello e al commissario dell’Istituto per il Risorgimento, Massimiliano Monaco, che ha fatto gli onori di casa assieme al presidente del Circolo Unione, Vincenzo Bizzarri
Una gran bella serata davvero per me chiamato a moderarla, e ricca di sorprese inaspettate. Tanto per dirne una, Giuseppe Clemente che è stato per anni deus ex machina dell’Istituto per la Storia del Risorgimento (fino a cedere il testimone a Monaco), chiamato a svolgere le conclusioni, ha dato un bel saggio di storiografia “militante”, presentando egli stesso diverse immagini, anche inedite, acquistate a Londra.
D’altra parte, se c’è un posto dove fare storia pubblica è più bello ed intrigante che altrove, questo è Lucera. 
Sarà per lo speciale legame con la loro identità ed il loro antico blasone che hanno i discendenti dell’imperatore svevo, o per la struggente bellezza della cittadina che sembra abbracciarti ed avvolgerti col suo passato, ma qui la storia è veramente di casa, appassiona, fa discutere, consolida l’orgoglio di un’appartenenza civica che è decisamente più difficile da trovare, già spostandosi nel capoluogo, a neanche venti chilometri. 
Non a caso, a Lucera opera uno dei gruppi di Facebook più attivi nella storiografia affidata alle immagini: è Foto di Lucera com’era una volta, fondato da Sergio Bruno. Il gruppo vede tra i più attivi degli oltre tremila membri i fratelli Ascanio ed Antonio Iliceto. Ascanio è stato il primo a pubblicare, sulla bacheca del gruppo,  le fotografie scattate a Lucera dal militare americano Albert Chanche.
Funzionario di banca e appassionato di fotografia, Chanche  fece parte delle truppe d’occupazione che all’indomani dell’armistizio e della presa di Foggia insediarono nell’area del complesso aeroportuale da cui partirono le più importanti missioni aeree in Italia e in Europa. 
La serie di immagini è stata scovata da Tommaso Palermo nell’archivio digitale del Gettysburg College. Lettere Meridiane ne ha parlato diffusamente, dedicando diversi post (al termine dell’articolo la linkografia completa) alla ricca collezione, di grande qualità non soltanto dal punto di vista storico, ma anche da quello artistico: alcuni scatti hanno fatto (giustamente) parlare di una ispirazione neorealista, tesi che in qualche modo conferma il ruolo che la guerra, la povertà e l’infelicità che essa provocò hanno avuto nell’ispirare quello che si sarebbe rivelato come il più grande movimento prodotto dal cinema e dalla cultura italiana.
Tommaso Palermo e Marco Scarpiello, autentici Indiana Jones della ricerca storiografica, hanno illustrato con una serie di slide contenenti materiali molto ricchi il contesto dell’occupazione militare americana. Massimiliano Monaco ha invece illustrato gli scatti di Chanche, e la sua relazione è stata spesso corroborata da interventi al volo del pubblico, che aggiungeva ricordi ed emozioni a quanto immortalato dal fotografo americano.
Bella testimonianza di Alessio Di Battista, che coinvolge direttamente Lettere Meridiane. Quando ho pubblicato il post riguardando gli scatti lucerini ho ricevuto un commento particolarmente interessante, firmato da Patrizia Di Battista, che scriveva: “È stato emozionante riconoscere in questa foto mio zio e mio padre Donnino e Alessio Di Battista (a sinistra nella foto), i bambini ritratti abitavano in campagna alle spalle di villa Curato (la villa incendiata dai tedeschi) vicino ai campi alleati.” La foto è quella che ripropongo, all’inizio dell’articolo che state leggendo.
Il commento mi colpì molto, e mi offrì lo spunto per altre riflessioni sul senso e sulla importanza della pubiic history. Non potevo però sapere che Patrizia Di Battista, pur se di evidenti origini lucerine, vive all’estero, e molto lontano dall’Italia. La rete è per lei uno strumento per mantenere saldi i legami con la sua terra d’origine. Alessio Di Battista è il papà di Patrizia, e letto il commento della figlia si è messo all’opera per identificare i diversi ragazzi che Albert Chanche immortalò. All’uditorio del Circolo Unione ha regalato il suo personale ricordo del momento in cui assieme agli altri ragazzi si piazzò davanti all’obiettivo di Chanche, e uno per uno i nomi degli altri, ormai tutti di una certa età, ma in gran patte ancora viventi.
Memoria recuperata, nel più perfetto spirito della public history

Linkografia:
  1. Tommaso Palermo ritrova un’antica collezione di foto dei bombardamenti. Che raccontano tante cose.
  2. La Capitanata, Lucera e la guerra: le struggenti immagini di Albert Chanche
  3. Manfredonia, Cerignola e la guerra nelle fotografie di Albert Chanche
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