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Cristanziano Serricchio è stato un poeta, uno scrittore, un drammaturgo, un intellettuale di un calibro e d’uno spessore così notevoli che per comprenderne fino in fondo la grandezza ci vorrà del tempo. Ci vorrà, soprattutto, qualcuno che ne raccolga la straordinaria eredità culturale, e la tramandi.
Le parole di Serricchio, siano esse versi, o prosa, o teatro hanno quella capacità di durare nel tempo che s’addice ai classici. E lo prova questo splendido racconto che ho trovato sfogliando le annate de Il Gargano, periodico che si definiva Organo di rinascita garganica, particolarmente attivo negli anni Cinquanta.
Intitolato Il cucciolo di lana, il racconto offre un bell’esempio della scrittura di Serricchio. Ancorché avente come tema gli affetti familiari, e dal sapore quasi intimista, l’autore prorompe in alcuni passaggi che rendono il messaggio del tutto universale: in quell’alternanza tra il microcoscmo della quotidianeità e la vertigine della poesia, che accompagna buona parte della produzione letteraria di Serricchio.
Avendo avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, e di Cristanziano ho sempre ammirato, assieme alla sua grandezza umana e poetica, la modestia, la ritrosia verso un certo modo di intendere la cultura e la politica (è stato, per altro un fine ed illiminato amministratore comunale, in quel di Manfredonia).
In vita è stato proposto per la nomina a Senatore a vita. Dopo la sua scomparsa, venne creato un Comitato per insignirlo del Premio Nobel. Non so se il Nostro avrebbe gradito cotante manifestazioni, so invece, per certo, che avrebbe tanto desiderato che venissero messi in scena alcuni suoi drammi teatrali.
Ci provammo qualche anno fa, assieme a Billa Consiglio e a Gabriele Mazzone, purtroppo senza fortuna. E bisognerebbe fare qualcosa: la grande eredità che Serricchio ci ha lasciato può essere valorizzata solo continuando a leggere, e ad amare, le sue parole. (g.i.)

* * *

Il cucciolo di lana
Quando mi vidi dinanzi, nel vano della porta, il postino con
un pacco, pensai subito a mio fratello. Firmai in fretta la ricevuta e con inspiegabile
agitazione, guardando da ogni parte la scatola, rifeci il corridoio per
tornarmene nello studio.
Una carta lucida avvolgeva lo scatolo su cui appariva chiara
la calligrafia un po’ nervosa ed elegante con cui era vergato il mio indirizzo.

Non ricevevo da più mesi notizie di mio fratello. Varie mie
lettere erano rimaste senza risposte. Questo fatto fece accrescere la mia agitazione.
Tentai inutilmente di sciogliere il nodo intricato dello spago. Mi decisi
infine a prendere le forbici. Svolsi l’involucro e ne estrassi qualcosa che a
prima vista mi sembrò un mucchio di lana. Lo sollevai e rigirandolo m’accorsi che
era un cucciolo, proprio un cucciolo di lana.
Non era certo ciò che mi aspettavo. Frugai all’interno della
scatola per trovarvi qualche lettera. Nulla. Spiegai  la carta d’imballaggio, la girai  dall’una e dall’altra parte per leggervi
qualche notizia, qualche parola. Nulla. Solo il mio nome e l’indirizzo con quei
caratteri che, per quanto cercassi di interpretarli, rimanevamo muti. Sullo
scatolo neppure un segno.
Tornai al cane. Cominciai ad esaminarlo minutamente con la
speranza di scoprire qualcosa, un indizio forse che  venisse ad illuminarmi. Ammirai il suo colore
di un celeste tenue. Il pelo era ricavato da grossi fili di lana lavorati
sapientemente. Il musetto era nero. Le orecchie larghe e pendenti. Mi sarebbe
sembrato un giocattolo mal fatto se non avessi scorto sopra il muso, da cui
usciva una lingua rossa, due occhi vivi e misteriosi, anch’essi di lana. Ficcai
lo sguardo dappertutto. Tastai profondamente con le dita il ventre ripieno.
Nulla. Neppure il più piccolo rumore di carta.
Ricorsi di nuovo alle forbici. Forse dando uno sguardo lì
dentro qualcosa certamente avrei potuto e dovuto scoprire. Stavo già per
affondare le forbici proprio sotto la coda quando mi fermarono i due occhietti
di lana nera che mi fissavano in atteggiamento pietoso, implorante.
Lasciai andare anche perché mia moglie  avrebbe saputo fare meglio di me il lavoro di
scucitura. Così mi alzai dalla poltrona e posi sull’armadietto il povero
cucciolo.
Quel pomeriggio decisi di passarlo nello studio a leggere.
Non avevo sonno benché avvertissi un senso di stanchezza. D’altra parte mia
moglie e la  bambina dormivano e se fossi
entrato nella loro camera per sdraiarmi sul letto le avrei certamente svegliate.
La piccina si era appena rimessa da una preoccupante
indisposizione e noi si cercava di facilitarle con ogni mezzo la difficile
convalescenza.
Sentivo nel silenzio di quel pomeriggio il suo respiro tenue
ma regolare, misto a quello un po’ stanco di mia moglie.
Mi accomodai meglio che potei nella poltrona deciso a non
farmi sfuggire un breve pisolino, qualora fosse venuto. Nel frattempo spiegai
il giornale del mattino per conciliarmi il sonno. Non ci riuscivo. Mi girai
dall’altra parte sempre col giornale davanti. Socchiusi allora le imposte regolando
la luce.
Quando poggiai la testa alla spalliera gli occhi si fermarono
di nuovo sul cane. Per una meta era investito dalla fascia luminosa che entrava
dal balcone, l’altra era immersa nell’ombra. Il cucciolo era adagiato tutto da
un lato sulle quattro zampette in una posizione naturale, come se qualcuno lo
avesse accomodato in quel modo. Reclinava la testina come per dormire, ma gli
occhi continuavano a fissarmi. La lingua era sempre di fuori. Quella immobilità
cominciò ad irritarmi. Non potevo fare a meno di guardarlo. Mi fissava con
occhi pietosi. Lo so che era una mia suggestione o l’effetto della sua
posizione nell’ombra e nella luce. Ma io lo vedevo guardarmi fissamente. Avrei
voluto scorgervi almeno un movimento delle orecchie. Pendevano stanche di qua e
di là sul muso appena appoggiato sulle zampette. La lingua non riusciva ad
ingoiarla: sempre là in un ansito continuo di cui non giungeva a me il benché
minimo soffio. Sembrava a volte che il suo ventre si sollevasse per il respiro;
ma subito ne coglievo l’immobilità.
Ma quegli occhi, sì, erano vivi. Passavano da un
atteggiamento pietoso ad uno implorante, diventavano umili. Successivamente
rivelavano un segreto dolore, come se il padrone lontano fosse morto ed egli si
affidava a me con la innocenza del suo passato di cane fedele.
So che era impossibile tutto quello che pensavo e vedevo; ma
a volte le cose che ci circondano partecipano più di quanto non crediamo alla
nostra vita, tanto da intuire e farci intuire i nostri stessi stati d’animo e
sarei per dire anche le cose che non comprendiamo ora, ma che si riveleranno
domani.
Qualche significato, quale segreto nascondeva quel cucciolo?
Fu una illuminazione. Oggi non riesco a spiegarmi perché non
pensai subito che esso poteva essere, anzi era senz’altro, un dono per la mia
bambina; un dono che mio fratello, rimasto in silenzio per più tempo, le inviava
per farsi ricordare dalla nipotina lontana che neppure conosceva, o forse col
segreto proposito di calmare la mia irritazione.
E perché non aveva scritto nemmeno un rigo?
Per pigrizia, o per celia forse, pensai allora, e l’indomani
o quel giorno stesso mi avrebbe fatto tenere una lettera con i rituali abbracci
e scuse. Mi sentii tranquillizzato. Apersi le imposte. La luce del sole sull’orizzonte
mi fece bene.
Mi sembrò quello uno dei pomeriggi interminabili in cui la
chiarezza e lo stupore del cielo non fanno pensare al tramonto e lo spirito  s’abbandona, senza più travagli ed ansie, in
una zona serena, dove non siamo che noi, le nostre vene che pulsano, il respiro
dei nostri cari, le cose che vivono con noi.
Egoismo? Non so. Forse fuga dall’angoscia, forse ripresa di
vitalità, amore alla vita.
Il cucciolo era tornato inerte, senza più anima, svuotato d’ogni
significato che me lo facesse apparire ancora così pieno di mistero come prima.
 Era come un ricordo a cui ci siamo
assuefatti, una memoria che non ha più linguaggio; come un giocattolo che il
bimbo, sazio di esso, rifiuta.
La mia figliuola accolse con grida di gioia il dono dello zio
lontano. Ne fui contento. Se lo stringeva al petto con effusione; gli faceva
muovere le zampette in tutti i sensi; lo tendeva con le manine contro il mio
viso accompagnando, per impaurirmi, il gesto col verso del cane. Era una vocina
dolce di piccola convalescente.
Il cucciolo stava bene con lei ora, anche se gli tormentava
con le dite le orecchie, o tentava di strappargli la lingua rossa sotto il
musetto nero.
L’indomani un telegramma a firma di mio fratello diceva
laconicamente: Vieni. Partii in fretta, ma si sa come vanno queste cose. Era
già tardi.
Ora intorno al collo del cucciolo c’è ancora in segno di
lutto una striscia nera.
Cristanziano Serricchio

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