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Infaticabile cercatore delle tracce lasciate da personaggi che, nati in provincia di Foggia,  hanno conosciuto altrove le loro fortune, questa volta Maurizio De Tullio si supera, riscoprendo una storia ed un protagonista la cui memoria si era completamente perduta. Si tratta di Antonio Amato, che ebbe i natali nel più piccolo comune dauno, le Isole Tremiti, da cui partì per una carriera in Marina e per gesta sportive che prima di oggi nessuno conosceva. La ricerca di Maurizio De Tullio corregge anche un dato che si riteneva acquisito nella storia dello sport in Capitanata, e cioè che il primo olimpionico sia stato il pugile Paolo Curcetti, a Roma, nel 1960. Fu invece proprio Antonio Amato, quattro anni prima a Melbourne, e per giunta in una disciplina in cui lo sport dauno non ha mai particolarmente brillato, quale il canottaggio.
Leggete il bell’articolo di De Tullio, che ringrazio affettuosamente per averne voluto far dono agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane. (g.i.)
* * *
Pochi lo
sanno, ma esiste anche una Associazione Nazionale degli Atleti Olimpici e
Azzurri d’Italia. È nata per celebrare i campioni di oggi e soprattutto quelli
di ieri, i tanti che ogni quattro anni (potremmo dire anche ogni due anni, se
consideriamo le Olimpiadi invernali) sono chiamati dalle rispettive federazioni
aderenti al CONI a partecipare ai Giochi Olimpici, dopo prove selettive.
Foggia ha
dedicato loro meritatamente un ampio Parco (adiacente Via Mons. Farina) e,
sempre nella nostra città, esiste naturalmente la Sezione provinciale, guidata
con merito da Vincenzo Veneziano, che alla pesistica ha dedicato una vita
intera e continua a farlo seguendo tante giovani promesse.

Non ho molte
speranze nel credere che il pallone sostituirà altri sport, non solo come
fenomeno di massa, sul quale come si sa ruota un business miliardario, ma nemmeno nel cosiddetto immaginario
collettivo.
Un tempo,
nemmeno tanto lontano, era consuetudine – sui giornali, in televisione, anche
nel classico Bar dello Sport o tra le pagine speciali di certi romanzieri –
lasciarsi andare a passioni e riflessioni extracalcistiche che avevano il pregio
di esser contrassegnate da un sapore vigoroso, sano. Nascevano miti, si
stagliavano pagine epiche che mettevano in secondo piano senza problemi il Dio
Pallone. Valeva per il ciclismo come per l’atletica, per la boxe come per i
motori. E il mio libro/biografia su Ralph De Palma, un campione grande come
l’Everest nato a Biccari e morto in California, trent’anni fa avrebbe venduto
centinaia di copie a Foggia e non le 20 che a mala pena sono andate… a ruba
nelle quattro librerie del capoluogo.
Oggi, che tutto
passa prima dalla stanza dei bottoni del business,
si ha l’impressione che il ‘gesto sportivo’ (di per sé già minato o sminuito
dalla pratica del doping) sia altra
cosa dalla pratica sportiva autentica, quasi un elemento inedito che lascia
perplessi quando capita di averci a che fare. E ben che ti vada dura solo
qualche giorno, per finire nuovamente nel calderone pallonaro, dalla Champions all’Eccellenza. Tutto il
resto, ovviamente, non conta niente: affanculo rugby, atletica, baseball,
basket, tennis, tiro, nuoto tutte buone pratiche sportive dove pure eccelliamo.
Vorrei allora
chiedere a ‘Lettere Meridiane’ il
permesso di far entrare una volta tanto dalla porta principale, stendendo pure
qualche metro di tappeto rosso, un campioncino ignoto e sempre della nostra
terra. Non veniva da Foggia e nemmeno da altre celebrate città della Capitanata
dove lo sport ha dato all’Italia e al mondo grandi campioni, come i pugili
sanseveresi, come il grande fondista Michele Fanelli da Orta Nova, come i vari
calciatori foggiani e dei dintorni, o il mitico Walter Magnifico ancora da San
Severo.
Questo
piccolo-grande campione veniva invece da un’isoletta sperduta, ai suoi tempi
non ancora aggredita dal turismo internazionale. Si chiamava Antonio Amato ed
era nato alle Tremiti l’11 novembre 1934.
Omonimo del
famoso pastaio napoletano – che, forse, nessuno sa ma il capostipite del grande
pastificio era anche lui originario di Foggia! –, l’Amato tremitese doveva
avere una necessaria confidenza con l’acqua se scelse di entrare in Marina e se
trascorse l’adolescenza nel meraviglioso arcipelago diomedeo, dove la pratica
sportiva era necessariamente limitata al nuoto e al canottaggio.
In attesa che
qualche barca a motore facesse la spola tra le isole, l’unica possibilità di
recarsi da San Nicola a San Domino era di utilizzare la propria barca, remando
forte. E deve aver cominciato così il giovane Amato, sudando e fortificando i
muscoli, quegli stessi che – non ancora 18enne – lo portarono di corsa in
Australia, per il tramite del Centro Sportivo della Marina Militare italiana.
Correva
l’anno 1956 e là, dall’altra parte del mondo, si disputavano le Olimpiadi di
Melbourne.
L’Italia si
presentò con vari armi. Quello nel quale era presente il nostro giovane
marinaio era il fatidico “Otto con”. La preposizione è abbinata alla parola
“timoniere”, una sorta di intruso tra quelle sedici braccia perfettamente
allineate in uno sforzo spasmodico, ma ruolo di delicata importanza.
L’armo
italiano era composto dai marinai Antonio Amato, Cosimo Campioto (altro
pugliese, ma di Brindisi), Giancarlo Casalini, Antonio Casoar, Arrigo
Menicocci, Salvatore Nuvoli, Sergio Tagliapietra, Livio Tesconi e dall’unico
civile dell’equipaggio, il timoniere Vincenzo Rubolotta.
Dopo le
eliminatorie ben superate, l’Italia arrivò alle semifinali. Il campo di gara
era quello di Ballarat ma le cose non si misero bene e finimmo settimi, fuori
dalla finale.
Resta, per lo
meno, il sapore buono di aver arricchito gli annali dello Sport di Capitanata
di una pagina inedita e con un nome nuovo e sconosciuto, figlio di uno sport
povero, faticoso e poco praticato, ma che all’Italia ha saputo dare in un
recente passato grandi glorie come i fratelli Abbagnale, imprevedibilmente
provenienti dal Sud come le milionarie ma bravissime Pennetta e Vinci, recenti
star agli Open US di tennis.
Nonostante
varie ricerche, non so cosa ne sia di Antonio Amato. E credo che nemmeno il
buon Vincenzo Veneziano sapesse della sua esistenza.
Cordialmente.
Maurizio De Tullio
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