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In questi mesi ho parlato solo marginalmente della vicenda della Biblioteca Provinciale di Foggia, perché perché la rabbia,  l’amarezza e il dolore che provano riuscivano a comporsi soltanto nel silenzio.
È finita in un modo che neanche Kafka avrebbe potuto immaginare: la Regione Puglia ha acquisito la funzione, il patrimonio e il personale della Magna Capitanata. I dipendenti tutti, fuorché il dirigente, quel Franco Mercurio che della biblioteca provinciale foggiana negli ultimi anni è stato l’anima, il cuore e la mente e che l’aveva fatto diventare quel che è oggi: non soltanto un luogo di pubblica lettura, ma un presidio culturale, in grado di erogare servizi di qualità, che vanno bel oltre la consultazione e il prestito bibliotecario.
A Bari ha prevalso un approccio del tutto ragionieristico: un dirigente costa quanto quattro, cinque dipendenti. Meglio prendere più persone, dunque… Alla Ragione va comunque dato il merito di aver scongiurato la chiusura di una delle più antiche, radicate e gloriose istituzioni culturali pugliesi. Forse si sarebbe dovuto verificare più attentamente la disponibilità prospettata dal Ministero dei Beni Culturali a prendersi carico della struttura o compartecipare ai costi di gestione.
E non si può comunque fare a meno di chiedersi cosa resterà adesso della Biblioteca come funzione, come garantirà i suoi servizi senza un direttore che la governi e ne promuovere iniziative e attività.
In realtà, le responsabilità di questo pasticcio sono tutte di Renzi e di chi ha immaginato per le Province una riforma così pasticciata, poco attenta ai territori su cui le province operavano, alla qualità dei servizi che esse erogavano ai cittadini, attenta solo ad appuntarsi al petto la patacca di una riforma purchessia.

Riformare vuol dire dare una forma nuova (possibilmente migliore) alle cose. Il riformista Renzi non dà nuova forma alle cose, piuttosto le deforma o le sforma. È piuttosto un disformista. Senza contare le profonde contraddizioni delle sue politiche: il presidente del consiglio ha detto di voler fare del Mezzogiorno e della cultura le sue bandiere. Che senso ha non muovere un dito per difendere i presidi culturali del Sud?
Le svolte epocali quotidianamente cinguettate dal premier stanno peggiorando il paese. Lo stanno soltanto incattivendo. 
Meno male che c’è un modo per fermarlo. Votando no al referendum di ottobre, sperando che poi mantenga la promessa di andarsene a casa.  
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