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Con un intervento articolato e ragionato, scende in campo per il no al referendum costituzionale di domenica prossima anche Gennaro Amodeo, fondatore ed animatore del movimento popolare che su batte per l’annessione della Capitanata al Molise, e per l’istituzionale della cosiddetta Moldaunia.
“Al referendum del 4 dicembre prossimo io consiglio di votare no – scrive Amodeo – oltre che per la permanenza in vita delle Province e quindi della possibilità di portare in porto il progetto Moldaunia, per tante altre ragioni” che il tenace propugnatore del progetto elenca dettagliatamente in un documento, e con il consueto rigore analitico. Pubblichiamo di seguito il documento.

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I sostenitori del NO non sono contrari all’ammodernamento della seconda parte della Costituzione, soltanto vogliono evitare che si ripetano i pesanti errori legati alla legge costituzionale n° 3 /2001, sul decentramento amministrativo e legislativo avviato già con la Legge n° 59 del 1997 (Legge Bassanini).
1) Se si voleva abolire il sistema bicamerale paritario, bastava abolire del tutto il Senato, e non inventare un Senato di secondo livello, disomogeneo per composizione (74 consiglieri regionali + 21 sindaci + 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni), per niente sincronizzato alla durata legislativa della Camera dei Deputati e, per giunta, nominato dalla classe politica regionale, che ha perso ogni credibilità, bypassando il voto e quindi la sovranità popolare.
Se ci sono da rappresentare gli interessi delle regioni nei confronti del potere centrale, perché questi non possono essere rappresentati dai parlamentari della Camera eletti nelle stesse regioni?

Basterebbe vincolare le loro candidature ad un solo collegio (di origine o di residenza abituale) e non 10 collegi, come è previsto dalla nuova riforma costituzionale, superando quindi la necessità della sopravvivenza del Senato (questa sì che sarebbe economia istituzionale).
Ma se proprio si volesse un organo di rappresentanza diretta regionale, non sarebbe più logico identificare quest’organo nell’Assemblea dei relativi presidenti, dotati di un voto ponderale rapportato alla propria popolazione regionale?
2) Se con la legge n° 3/2001 era stato concesso un decentramento amministrativo e legislativo esageratamente sbilanciato a favore delle regioni, non per questo con la nuova riforma costituzionale si deve arrivare al completo azzeramento delle loro funzioni e dei loro diritti, specie in tema di gestione territoriale e salvaguardia ambientale, non vi pare?
3) Perché poi non si è affrontata la sperequazione delle regioni a statuto speciale rispetto a quelle a statuto ordinario? Se, a distanza di 70 anni dalla promulgazione della Costituzione, è stata superata la necessità del bicameralismo paritario, ha ancora senso la sussistenza delle regioni a statuto speciale nell’ambito dell’Unione Europea?
4) E perché non è stato intaccato il numero dei Deputati, ragionevolmente riducibili a 510 unità, in ragione di 1/100.000 aventi diritto al voto, ammontanti complessivamente a 51 milioni ?
5) Il cerchio si chiude infine con la vituperata legge elettorale denominata: “ITALICUM” che prevede:

  •   suddivisione nazionale in 100 collegi elettorali;
  •   premio di maggioranza (340 seggi su 630) per il partito che supera il 40% dei voti;
  •   sbarramento al 3% per accedere al parlamento;
  •   liste con i capilista bloccati, che potranno candidarsi al massimo in 10 collegi elettorali;   si possono esprimere al massimo due preferenze, purché di diverso genere.

Conseguenze dell’Italicum, con riferimento ai dati delle Elezioni Politiche del 2013:
Con il 29% dei voti della base elettorale di diritto, pari al 40% del 72,50% dei voti validi, si assegna al partito che abbia raggiunto il 40% dei voti validi, il 54% = 340/630 della rappresentanza parlamentare.
Ovverosia il premio di maggioranza diventa il 25% che, onestamente, sembra eccessivo e, potenzialmente pericoloso per la stessa democrazia, specie se si concentrano nelle mani di un unico individuo le due cariche: di Segretario di partito e Presidente del Consiglio.
E se alla suddetta considerazione si aggiunge anche l’ elezione bloccata dei capilista di ciascun partito, in ciascuno dei 100 collegi previsti, che potrebbe dar luogo ad una Camera costituita interamente da Deputati di nomina partitica, potremmo trovarci di fronte ad una deriva autoritaria e verticistica che sarebbe l’ anticamera di un regime di stampo dittatoriale, a tutto danno della sovranità popolare garantita dall’ art. 1 – 2° comma della Costituzione.
Gennaro Amodeo

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