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Ragazzi distratti dai social e dai cellulari, poco sensibili, incapaci di innamorarsi della loro città e dei suoi personaggi? Ma no. Stamattina, assieme a Roberto Papa e ad Emiliano Moccia, ho vissuto alcune ore intense e belle all’istituto Pascal di Foggia. Eravamo stati invitati (Roberto come autore, Emiliano come editore, io come amico di entrambi) dal prof. Giuseppe Palumbo a presentare il libro Don Antonio Silvestri. Il prete dei poveri. L’elogio delle virtù, che racconta la vita del sacerdote foggiano vissuto a cavallo tra il 1700 e il 1800, vissuto e morto in odore di santità.

Il libro di Roberto Papa (nella foto che illustra il post un particolare della copertina) è agile, snello, accattivante e soprattutto attuale: si limita a raccontare i fatti così come si trovano scritti nella “positio”, ovvero il fascicolo che raccoglie le testimonianze rese da quanti presero parte alla prima fase del processo di canonizzazione e che furono testimoni diretti ed oculari delle mirabili gesta del prete, che faceva parte dell’attività comunità dell’ordine che si ispirava a San Filippo Neri.

Parlare a giovani di miracoli, di santità, di carità, di eventi che si sono verificati due secoli fa poteva sembrare un’impresa improba, ma non è stato così. Gli studenti hanno ascoltato con attenzione, hanno fatto domande, si sono affezionati seduta stante a questo grande foggiano che ha speso tutta la sua vita per il bene del prossimo, della comunità.

Don Antonio Silvestri è stato il prete degli ultimi, degli invisibili, degli emarginati, di chi viveva in sofferenza. Assisteva vecchiette abbandonate, infermi, poveri, derelitti, prostitute. Riuscì a costruire il primo ospedale di Foggia e il Conservatorio del Buon Consiglio dove trovarono accoglienza le suore Oblate del Buon Consiglio, ordine religioso da lui fondato.

Il sacerdote nato e cresciuto in via Arpi si è dato sempre da fare per aiutare soprattutto i più bisognosi, fino a morire di colera, come gli ammalati che curava nonostante il pericolo di contagio, che puntualmente lo colse, nell’estate del 1837.

Emiliano Moccia, che attraverso la coraggiosa casa editrice Foglio di Via ha curato la pubblicazione del volume, ha chiesto ai ragazzi del Pascal se ritenessero ancora attuale la figura di don Antonio Silvestri: hanno risposto senza esitazione di sì, indicando negli immigrati i nuovi poveri di cui il pio sacerdote si prenderebbe cura oggi, se fosse ancora in vita.

Una bella prova di sensibilità che lascia bene sperare anche per il processo di beatificazione di don Silvestri che dopo una pausa durata decenni potrebbe riprendere a breve.

L’arcivescovo di Foggia ha preso a cuore la causa, e la Conferenza Episcopale pugliese, così come prevede il codice canonico, ha espresso parere favorevole alla ripresa del processo. Il sentire della città verso il suo pio sacerdote è destinato a svolgere un ruolo importante, che potrà diventare decisivo se sarà corroborato dalla sensibilità e dall’impegno dei giovani.

Geppe Inserra

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