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Scrittore, giornalista, bibliotecario, nonché apprezzato e versatile collaboratore di Lettere Meridiane, Maurizio De Tullio torna sulla vicenda della chiusura al pubblico, per mancanza di personale, della sede di viale Francia dell’Archivio di Stato di Foggia, lanciando l’idea (cui il nostro blog aderisce con entusiasmo) di una petizione on line al Ministro Franceschini, per restituire alla pubblica fruizione le carte e i documenti che vi sono custoditi.

L’appello di De Tullio è accompagnato da un’approfondita (ed anche questa del tutto condivisibile) riflessione sul malfermo stato di salute delle istituzioni culturali, sulla necessità di salvaguardarle. Sottoscrivo, in tutto e per tutto. Buona lettura. (g.i.)

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Da mercoledì 29 settembre 2021, uno dei luoghi storici della cultura a Foggia, cioè la sezione di viale Francia dell’Archivio di Stato, è chiusa al pubblico.

Non si tratta di una crisi dovuta a scarsa utenza, così come non c’è un proprietario che intende dismettere a Foggia per metter su radici all’estero, per prendere a prestito esempi che vengono dal settore imprenditoriale di cui le cronache, proprio in questi giorni, ci raccontano.

La sede di viale Francia del nostro prestigioso Archivio di Stato di Foggia – il terzo per importanza nel Sud Italia dopo quelli di Napoli e Palermo – da fine settembre non è più fruibile se non una volta sola a settimana, il giovedì mattina, e solo grazie alla disponibilità della direttrice, Grazia Battista, e di un funzionario, Luigi Di Martino. Disponibilità fra l’altro a termine, perché da febbraio prossimo per la dottoressa Battista si apriranno le porte della meritata pensione, come per molti altri dipendenti della struttura archivistica.

Dovremmo parlare di una crisi di sistema, di un cortocircuito che lede gli ambiti meno appariscenti dello scenario culturale italiano ma che è quello dove si documenta, da secoli, l’evoluzione storica, economica e culturale di un Paese, e di un grande territorio come quello dauno.

Altri comparti – come il cinema e i musei – godono di un interesse maggiore perché più facilmente incontrano l’attenzione di milioni di italiani e di stranieri. Languono invece altri settori come le Biblioteche, gli Archivi e le Soprintendenze, dove la mano pubblica – parlo dello Stato – da troppi anni è assente, complice il silenzio delle Istituzioni, come nel caso di Foggia.

Veniamo alla triste vicenda che, con Geppe Inserra, stiamo tentando di portare ai più alti livelli Istituzionali del Paese, e cioè il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, quest’ultimo non direttamente responsabile del problema, ma non per questo meno coinvolto.

L’Archivio di Stato di Foggia, che nella sede di viale Francia conserva ben 120 Fondi archivistici importantissimi (come i registri di Stato Civile, gli Archivi Notarili, Catasti, Prefettura, Commissariato di P.S., archivi di svariati Comuni ecc.), va potenziato e nel più breve tempo possibile, con energie adeguate – finanziarie, strutturali e umane – puntando sull’immissione in ruolo di personale competente e giovane.

Se il Ministro dei Beni Culturali Franceschini e il Governatore pugliese Emiliano ignorano la situazione del nostro Archivio di Stato, sarà bene raccontarla, seppure per sommi capi

Questa antica e prestigiosa Istituzione culturale foggiana consta di tre sedi nella città capoluogo e di una Sezione staccata a Lucera. La pianta organica prevede la presenza complessiva di 26 unità. Ve ne sono solo 11, molto meno della metà. Si consideri che negli anni ­– come per la Biblioteca (ex Provinciale) “La Magna Capitana” – la dotazione di materiale documentario si è ampliata, e le sedi sono quasi al collasso in termini di spazio e di attrezzature. Nel caso de “La Magna Capitana” va dato atto al Presidente Emiliano, non solo di aver salvato in extremis, a ottobre 2015, il personale della Provincia, regionalizzandolo dal 2016, ma di aver potenziata, ristrutturata e innovata la struttura stessa, pur restando essa di proprietà della Provincia di Foggia.

Ma è dell’Archivio di Stato che dobbiamo parlare, ed ecco i numeri che dipingono l’anticamera di un fallimento sempre più difficile da scongiurare. In dettaglio: se si esclude la direttrice Grazia Battista (che a febbraio sarà pensionata), non vi sono altri archivisti: ne occorrerebbero complessivamente 5. Servirebbero 2 funzionari amministrativi e non ve ne è alcuno. Occorrerebbe un bibliotecario che non c’è. Servirebbero 5 amministrativisti gestionali e ve ne sono 3, e dal prossimo aprile andranno via, desertificando il settore. Servirebbe un assistente informatico, e manca. Di assistenti tecnici ne occorrerebbero 2 e a fine settembre andrà in pensione l’unico presente. Servirebbero 7 custodi (per le 4 sedi, 3 di Foggia e quella di Lucera), ve ne sono solo 3 e a febbraio ne resterà uno solo. Infine di uscieri ne occorrerebbero 3 ma ve ne sono 2.

Si consideri che la sezione staccata di Archivio di Stato di Lucera è preclusa al pubblico ormai da anni ed è impensabile il trasferimento dei documenti nelle sedi di Foggia (Palazzo Dogana, Palazzo Filiasi e viale Francia).

Sappiamo che in questi mesi è stato trasferito un architetto dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e Paesaggistici all’AdS di Foggia – non si sa bene in base a quali logiche –, e immessa una contrattista a tempo determinato, che non è nemmeno tenuta a rispettare i normali orari di lavoro. Ma si tratta di una goccia nell’oceano, che certamente non potrà risolvere un problema diventato macroscopico negli anni.

Perché abbiamo titolato “Liberiamo la cultura!”? È forse schiavizzata? Se volessi polemizzare direi che lo è, dai cannibali chiamati Social Network. Ma non voglio sconfinare.

C’è un problema di sistema, si è detto. L’Italia può contare – per rinascere e affermarsi anche a scapito di altri Paesi meno dotati – su qualità durevoli nei secoli: turismo, patrimonio culturale e biodiversità, legate all’ambiente e alla nutrizione. Peccato che alla voce “patrimonio culturale” le cenerentole siano proprio biblioteche e archivi: chiuse sia le une che gli altri, o con orari impossibili, senza personale e in sedi inadeguate.

Occorre liberare, quindi, la Cultura dalla burocrazia, da una visione miope che non considera queste voci quel che sono in realtà da sempre: “Cattedrali laiche”, come ebbe opportunamente a definirle la collega Roberta Iarussi.

Se solo cominciassimo a considerarle Cattedrali al pari di Notre Dame, al primo accenno di fumo – inteso come grido d’allarme – sapremmo come combattere il possibile incendio. Invece in Italia, e a Foggia, si preferisce prima vedere eufemisticamente in fumo la Cattedrale (assurdamente stava per succedere anche al nostro Duomo, qualche anno fa!) per poi intervenire.

Sono passati troppi anni da quando l’Archivio di Stato di Foggia (con la Sezione di Lucera) ha cominciato ad annaspare. Nessuno vedeva? Nessuno capiva l’antifona? Così come da un decennio non sono più fruibili l’Archivio Storico Provinciale di Foggia (relegato nei locali a rischio crollo in via Manfredonia) e l’Archivio Storico Comunale di Foggia di via Telesforo. Così come il Museo Provinciale Interattivo delle Scienze, uno dei gioielli nati al tempo del Presidente Antonio Pellegrino – artefice di un indimenticato rinascimento culturale a Foggia –, da 10 anni è chiuso alla fruibilità delle scuole e delle famiglie, per un problema strutturale.

A causa della pandemia, lo scorso anno, si rimpinguarono le strutture ospedaliere con l’immissione di nuovi medici, addirittura anche con semplici neolaureati; sarebbe ora il caso – in una fase del tutto emergenziale – di riempire i mille buchi presenti nelle strutture archivistiche e nelle biblioteche, attraverso l’immissione, con modalità più snelle, del personale mancante.

Ministro Dario Franceschini: siamo ancora in pandemia, a causa dell’emergenza Covid, ma da troppi anni è in atto qui a Foggia una pandemia che penalizza la Cultura privandola di sedi, attrezzature e soprattutto di personale.

È dunque a Lei che disperatamente ci rivolgiamo, indirizzandoLe a giorni una Petizione On Line.

(Maurizio De Tullio)

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