
Tra le cronache più vive e più autentiche di quel terribile 22 luglio del 1943, che segnò un salto di qualità nella strategia del terrore perpetrata dagli Alleati verso Foggia e i foggiani, meritano una particolare menzione i manoscritti della cronistoria del Convento e della Parrocchia di Sant’Anna che nel 1993 vennero recuperati e pubblicati dal Cenacolo Culturale Contardo Ferrini a cura dell’indimenticabile Savino Russo. Come ha scritto padre Giancarlo Giannasso nella Introduzione, «l’umile cappuccino del convento-parrocchia di Sant’Anna, incaricato di scrivere la cronistoria, асcompagna giorno per giorno Foggia nella sua salita al calvario. Nessuna pomposità nello stile. Nessuna invettiva contro gli uomini. Gli sbagli tragici della storia degli uomini si commentano da sé.»
Lettere Meridiane fa memoria dell’ottantaduesimo anniversario di quell’infausta giornata pubblicando la postfazione (non firmata, ma di cui è autore Savino Russo) che accompagna il volumetto dato alle stampe dal Cenacolo Culturale con il titolo La guerra dal Convento – La tragica estate del 1943 nelle Cronistorie della Parrocchia e del Convento dei Cappuccini di Sant’Anna di Foggia, e il paragrafo che si riferisce al 22 luglio. Le sigle CC e CP, seguite dal numero di pagina, rimandano – rispettivamente – ai manoscritti della cronistoria del Convento e della Parrocchia.
Lo facciamo associandoci all’auspicio con cui padre Giannasso concluse la sua nota introduttiva: «Si ripropongono oggi queste pagine scritte più con lacrime che con inchiostro; e questo, non per riaprire una ferita dolorosa, ma proprio perché la ferita non più si riapra! Riproporre la lettura di eventi dolorosissimi può essere veramente un atto di amore per l’uomo, un augurio sincero per i suoi giorni da vivere nella giustizia e nella pace.» Purtroppo, le drammatiche notizie che ci giungono in questi giorni da Gaza e dagli altri fronti di guerra ci ricordano, che – come ebbe a dire Bertolt Brecht, «Il ventre che ha partorito la bestia immonda è ancora fecondo.»
A margine
Nelle cronistorie del convento e della parrocchia di Sant’Anna di Foggia non si fa storia per la storia ma, piuttosto, si scrive un diario di famiglia; un diario scritto dai frati per i frati che verranno. Una storia di casa intima e discreta che, attraverso la scrittura del cronista di turno (che, pure, per quanto si sforzi di non farlo, qua e là lascia affiorare personali pensieri e valutazioni), tende sempre e comunque a presentare vere e continue prove che la Pace e il Bene – il Regno di Dio – vanno diffondendosi e progrediscono con il sacrificio di ciascun frate della comunità. A coloro che verranno – a coloro per cui le cronistorie sono scritte – è chiesto di portare “oltre” il testimone. Un po’ a disagio, dunque, sentendoci in qualche modo degli… intrusi, ci siamo sforzati di cercare in quelle pagine quanto ci interessava: giorno dopo giorno, a volte ora dopo ora, abbiamo ritrovato la cronaca puntuale dei terribili giorni dell’estate ’43. Cronaca quasi decantata, filtrata – anche quando il fatto è accaduto un attimo fa – attraverso le finestre del convento. E, tuttavia, niente viene taciuto: neppure l’umana, fisica paura dei frati. Troppo facile e molto stupido non provare paura in circostanze come quelle narrate. I frati di Sant’Anna, nonostante tutto, restano invece al loro posto fin quando è possibile e utile. Tutti hanno svolto la loro missione nella semplice normalità: straordinariamente eroica – come quella di tutti i foggiani – se si tiene conto dell’invivibile contesto nel quale si manifestava. Del resto, alla motivazione dell’eroica normalità, oltre che al terrificante e inerme tributo di vite e di sangue, farà chiaro riferimento il generale Arturo Schettini, comandante del IX Territorio Militare, proponendo la città di Foggia per la decorazione della medaglia d’oro al valor militare, poi mutata in riconoscimento al valor civile. Questa modesta testimonianza è dedicata a tutti gli eroi per caso e per sventura, morti e vivi, di quei terribili giorni in cui “la morte venne dal cielo”.
(Savino Russo)

22 LUGLIO
Alle 9,30, allarme; subito dopo, incursione, la più tremenda avuta finora. Nelle altre quattro il nemico aveva preso di mira solamente obiettivi militari; ma questa volta non ha rispettato che un principio barbaro: seminare strage e rovina. Quanto a Foggia, si debbono registrare morti e feriti a centinaia e centinaia e un migliaio di famiglie senza tetto. È il non plus ultra. Danni ai vetri si sono avuti anche in Chiesa ed in Convento. Fra le abitazioni colpite vi è una casa antica della nostra Parrocchia. Dopo la prima ondata, il Parroco – M.R.P. Emilio da Matrice – è uscito per la Parrocchia per recare una parola di conforto; ma ha dovuto rifugiarsi in una casa. Tra i feriti vi è un nostro figliano, De Filippo Antonio, dimorante in Via Sant’Antonio. (CP 54).
***
(…) La zona edilizia moderna è stata devastata. Sono rimaste senza tetto un migliaio di famiglie. Di più, anziché di meno. Nei pressi dei palazzi INCIS le vie erano disseminate di cadaveri. Il nemico ha agito, senza distinzione, su tutto e tutti, con bombe, mitragliatrici e cannoncini. Di un battaglione di soldati, rifugiatosi nella Villa, con a capo un maggiore, non ne è rimasto uno vivo. E i morti che stanno sotto le macerie? A distanza di 12 giorni, scavando in una delle zone colpite, sono stati ritrovati 24 cadaveri. I bombardieri nemici sono piombati sulla città in modo fulmineo ed improvviso e troppa gente non ha potuto raggiungere i rifugi. Alla stazione poi si sono avuti danni incalcolabili. Ogni binario era occupato da un treno. Vi erano due treni pieni di tedeschi e contro di essi si è sfogata l’ira del nemico. Ma si capisce che hanno pagato anche quelli che comunque si trovavano alla stazione, come – per esempio – un treno viaggiatori, proveniente da Roma, pieno di gente che sfollava in seguito all’incursione del 19 luglio sulla Capitale. I binari e i treni sono saltati in aria, formando poi una montagna di ferro contorto. Per un calcolo approssimativo, riferiamo che di carri merci ne sono stati distrutti o messi fuori uso circa cinquecento.
Molta gente si era rifugiata nei sottopassaggi, dove trovarono la salvezza quelli che vi si rifugiarono il 31 maggio. Ma il 22 luglio si è verificato un caso straziante, raccapricciante, per cui verrebbe voglia di piangere piuttosto che di scrivere. Le sei uscite di uno dei sottopassaggi sono rimaste ostruite, parte dal crollo del lato destro della stazione, parte dal crollo di muri di tufo eretti a protezione delle uscite. Quindi, tutta la gente che si trovava lì, si è presto trovata alle prese con la mancanza di aria. Ma ecco sopravvenire un tormento indescrivibile. In stazione si trovava anche un treno carico di benzina. Colpito il treno, la benzina si è riversata dalle enormi botti in fiotti di fiamma ed è penetrata nel sottopassaggio. Quale morte atroce hanno fatto quei poverini!… Dopo quattro giorni si voleva liberare le uscite, ma bisognò desistere, perché vi erano ancora fiamme. Solo il 7 agosto – ossia dopo 16 giorni – è stato possibile penetrarvi e non vi si è trovato altro che cenere. Quei poverini, dunque, sono morti cremati. (CC 78)
Si sono divertiti a massacrare gente inerme
Siate maledetti ovunque siate
Si sono divertiti a massacrare gente inerme
Siate maledetti ovunque siate. I liberatori . Gli assassini
di quel giorno, una testimonianza positiva la portò un mio collega, Lorenzo Scimenes, conduttore, residente a San Severo, che mi raccontò una storia : un suo cugino, figlio di fratelli del padre, era emigrato e si trovava su uno di quei bombardieri inviati su Foggia, ebbene quel 22 di Luglio anziché sganciare quel carico mortale sulla nostra città fece vincere il suo cuore ed il suo sangue che gli ricordavano la sua appartenenza a questa nostra terra. le bombe le sgancio, ma non su Foggia…..più avanti nelle campagne dove non fecero danni.