
Giornalista e animatore di associazioni che si occupano di accoglienza e di lotta alla povertà, Emiliano Moccia ha costantemente seguito le vicende di Palazzo Sant’Eligio e il progetto di trasformarlo in una struttura di accoglienza per senza fissa dimora. Con il compianto Roberto Papa, preparò un corposo memoriale inviandolo all’amministrazione comunale all’epoca per segnalare la situazione drammatica, che ricadeva anche sulla Confraternita, ma non accadde nulla…
Se ne è occupato ripetutamente sul periodico Foglio di Via e sulla testata on line FoggiaCittàAperta, «ma davvero questa vicenda non ha mai interessato nessuno», commenta amaramente nella nota di accompagnamento a questo articolo, che ricostruisce le vicende del progetto di riqualificazione varato dalla giunta regionale Vendola, ma arenatosi subito. Lo pubblichiamo come importante contributo alla riflessione che si è avviata dopo che Lettere Meridiane ha segnalato il crollo del tetto. (g.i.)
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Il 22 ottobre 2011, alla presenza dell’ex-presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, fu posta la prima pietra per quello che doveva diventare un Centro di Accoglienza per senza dimora, di cui la città di Foggia ne aveva un urgente bisogno. L’IPAB dell’Addolorata, proprietaria dell’immobile, ed il Comune di Foggia, attraverso un lavoro sinergico, avevano attinto ai finanziamenti promossi dalla Regione Puglia nell’ambito di interventi sulle infrastrutture sociali. Un milione di euro per ristrutturare e riqualificare l’edificio nel cuore di Borgo Croci. A bloccare per sempre i lavori, però, furono le difficoltà tecniche emerse una volta avviato il cantiere all’interno della struttura fatiscente a causa dell’abbandono. Di conseguenza, dopo aver posato la prima pietra, i lavori non sono mai proseguiti ed a poco sono valsi in questi anni il cambio di commissari dell’IPAB dell’Addolorata (oggi ASP) e dell’Amministrazione Comunale. L’edificio è ormai crollato, come documentato e denunciato da tempo anche da diverse realtà associative.
In questi anni, va ricordato, la Confraternita di Sant’Eligio, il Comitato per la Beatificazione del Servo di Dio don Antonio Silvestri, l’associazione dei Fratelli della Stazione, il giornale di strada “Foglio di Via” ed altre realtà solidali, hanno più volte interrogato le Amministrazioni Comunali che si sono alternate per conoscere il destino dell’edificio, con la speranza che potesse realmente trasformarsi in un Centro di Accoglienza per senza dimora come previsto dal vecchio progetto rimasto incompiuto. Perché il Centro era destinato ad ospitare 24 senzatetto, italiani e migranti, rispettando la parità di genere: 12 posti letto per gli uomini e 12 per le donne, e per diventare a tutti gli effetti un Centro Diurno funzionante anche durante la giornata, con mensa, docce ed indumenti. Ma nessuno è stato capace di dare risposte e soprattutto di intervenire concretamente.
Eppure, di occasioni per provare a salvare la memoria storia ce ne sono anche state. A partire dall’ASP dell’Addolorata, proprietaria dell’immobile, e del Comune di Foggia incapaci di programmare seri interventi di riqualificazione dell’importante struttura e di accedere a forme di finanziamento per fare dell’edificio un bene di utilità sociale. Gli Avvisi n. 1/2015 e n. 2/2015 della Regione Puglia per realizzare nuove strutture e servizi sociali e sociosanitari attraverso una domanda a ‘sportello’, per esempio, o tutti gli avvisi pubblicati a livello nazionale o regionale per generare nuovi servizi e strutture sociali, avrebbero potuto offrire spunti di riflessone per capire se ci fosse almeno la possibilità a poter intervenire per “salvare il salvabile”.
Intanto, l’ex-carcere di Sant’Eligio continua a morire a pochi giorni di distanza dalle celebrazioni in ricordo dei 188 anni dalla dipartita di don Antonio Silvestri, il sacerdote che nel 1827 ideò e fece erigere quella struttura per ospitare il Conservatorio del Buonconsiglio e per dare accoglienza alle suore Oblate, ad emarginati, poveri e donne in difficoltà della città di Foggia.
Una struttura così degradata e fatiscente, oltre che pericolosa, non serve a nessuno. Non serve alla comunità del quartiere e non serve alla città. Ma soprattutto non serve a tenere alta la memoria di don Antonio Silvestri su cui è in corso il processo della causa di Canonizzazione e Beatificazione. Sarebbe bello farsi trovare pronti se la memoria coltivata in questi anni da Roberto Papa, Savino Russo, Francesco Andretta, don Fausto Parisi, don Tonino Intiso e tanti altri, continuasse a vivere anche attraverso la conservazione dello storico edificio dedicato al Servo di Dio in odore di santità.
Emiliano Moccia
Giusto rispolverare la memoria di un passato di inadempienze ed abbandoni.
Speriamo che le sollecitazioni culturali trovino ascolto e possano tradursi nella concretezza della fattivita’.