
«Quindici anni fa, con Francesco Andretta presidente ed io nel Cda della Fondazione Monti Uniti, chiedemmo di riceverlo in comodato per risanarlo e ristrutturarlo. Non ricevemmo risposta.» La verità su palazzo Sant’Eligio viene fuori dai commenti al post di denuncia che abbiamo pubblicato l’altro ieri sul crollo del tetto. Questo luogo topico della memoria collettiva foggiana avrebbe potuto essere salvato. Ma così non è stato. È prevalsa, almeno fino ad oggi, l’inerzia.
Ad affermarlo è il prof. Saverio Russo. Il suo commento rende merito anche alla monumentale sensibilità dell’indimenticabile Andretta, che si spese in modo particolare per la ripresa del processo di canonizzazione di don Antonio Silvestri, il sacerdote morto in odore di santità che tra il 1820 e il 1824 eresse l’immobile, con il sostegno disinteressato della popolazione foggiana, per collocarvi il Conservatorio delle Pentite.
Il post di Lettere Meridiane ha suscitato numerose reazioni, di cui mi piace mettervi a parte, perché la sorte di palazzo Sant’Eligio merita una riflessione collettiva.
L’on.Nunzio Angiola, docente universitario e consigliere comunale ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook riprendendo la denuncia di Lettere Meridiane:
«𝐒𝐚𝐧𝐭‘𝐄𝐥𝐢𝐠𝐢𝐨 𝐞̀ 𝐜𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚𝐭𝐨. 𝐈𝐥 𝐭𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐜‘𝐞̀ 𝐩𝐢𝐮̀, 𝐥𝐞 𝐦𝐮𝐫𝐚 𝐜𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨, 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐦𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥‘𝐢𝐧𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚. Geppe Inserra lo ha scritto chiaramente nel suo articolo del 21 luglio: «Un pezzo della memoria collettiva della città sta morendo nell’indifferenza generale».
Ha ragione. È un grido di dolore che dovrebbe scuotere chi amministra la città e chi fa finta di non vedere.
Da anni si sa che l’ex Conservatorio è in condizioni critiche, ma nessuno ha fatto nulla. Promesse, fondi restituiti, prime pietre da cerimonia e poi più niente. Ora siamo al punto di non ritorno.
Sant’Eligio è la metafora di una città che lascia crollare tutto: i luoghi, la storia, i simboli di solidarietà e persino il rispetto per se stessa.
Non servono più passerelle o rievocazioni commosse: servono responsabilità e scelte immediate. O si interviene, o si abbia il coraggio di dire che a Foggia la memoria non interessa più a nessuno.»
Ancorché sconcertante, è particolarmente illuminante il commento alla nota di Angiola pubblicato da Patrizia Lusi, che minimizza: «L’ex carcere femminile di Sant’Eligio memoria storica della città? Sapete che non c’è neanche vincolo della soprintendenza?» L’autrice non è una qualsiasi, essendo stata dal 2017 al 2024 commissaria dell’Asp Istituto dell’Addolorata e quindi titolare sia del Conventino che di Palazzo Sant’Eligio.
Lusi derubrica a «ex carcere femminile» quello che è stato invece un luogo simbolico della solidarietà e della carità. Per la cronaca, palazzo Sant’Eligio (che è più antico dello stesso Conventino che risale al 1843, essendo stato aperto nel 1824) è diventato carcere femminile soltanto negli anni Settanta del secolo scorso, quando il carcere mandamentale venne sposato nella sede attuale di via delle Casermette. La struttura penitenziaria era stata trasferita a Sant’Eligio nel 1943 dopo che il carcere, in precedenza ubicato in via Fuiani (dove sorge attualmente l’assessorato ai servizi sociali) era stato distrutto dai bombardamenti alleati. Il palazzo era vuoto da qualche anno, essendo stato spostato il Conservatorio di don Antonio Silvestri presso la Maddalena.
Il commento di Patrizia Lusi è un autogol, un amaro indizio dell’approssimazione con cui l’Asp Conventino ha seguito le sorti di Sant’Eligio.
Circa la mancanza del vincolo della Sovrintendenza tornerò sulla questione, osservando per il momento che il problema non è della città, ma semmai della Sovrintendenza stessa, non nuova a dimenticanze del genere, e che, comunque, non è un vincolo burocratico a decretare l’importanza storica e culturale di un bene. In ogni caso, se l’Asp Conventino avesse avuto una maggiore consapevolezza dell’importanza del bene di cui è titolare, avrebbe dovuto farsi parte diligente e sollecitare motu proprio la Sovrintendenza ad apporre il vincolo.
Per fortuna, le reazioni dei lettori sono improntate a ben altra sensibilità.
Il consigliere comunale Antonio De Sabato, condivide il post sul suo profilo social e non nasconde la sua inquietudine:
«Il crollo di Sant’Eligio non è solo una questione edilizia. È un segnale politico.
Un altro edificio storico che si sgretola sotto i nostri occhi. Un altro pezzo della nostra identità che si perde tra incuria e promesse disattese.
Il crollo del tetto dell’ex Conservatorio di Sant’Eligio è l’ennesimo campanello d’allarme. Quanti altri luoghi simbolici stanno seguendo la stessa sorte? Abbiamo una mappatura aggiornata degli immobili storici in stato di abbandono? Esiste un piano concreto per il loro recupero?
Non possiamo più permetterci di lasciare le nostre radici senza un futuro.
Nel giorno in cui la città ricorda i bombardamenti del 1943, anche queste macerie parlano. Sono le rovine più recenti di una città che sembra smarrire la cura per la propria storia.
La rigenerazione urbana non è solo una scelta estetica o culturale: è una scelta politica, di giustizia e di visione. E la domanda, oggi, è semplice: cosa stiamo facendo per non perdere definitivamente questi luoghi?»
Vanessa Bianco si sofferma sulla fine prematura della iniziativa che venne portata avanti per qualche anno, ma all’esterno dell’immobile, anche questa con scarsa fortuna: «Il muro della gentilezza tutto sembrava fuorché un’opera gentile, perché chi ci metteva mano lasciava tutto al pari della monnezza per cui il minimo che si potesse fare è stato dismetterlo. Per il resto credo si vada verso le ruspe e un regalo ai costruttori.»
Enza Santoro affida ai ricordi la sua testimonianza: «Don Tonino Intiso trasformò i locali in centro di accoglienza per gli immigrati che svolgevano lavori stagionali in particolare la raccolta dei pomodori… Come volontarie “Caritas” io e una mia amica ci occupammo delle pulizie generali prima di aprire il suddetto centro. Anche questa iniziativa a ” qualcuno” non andò bene…»
Giacoma Desimio, intellettuale particolarmente attenta alla storia e alla cultura della città scrive: «È triste, ma questa città non ha mai avuto culto ed amore per la sua storia. Ha sempre preferito la speculazione edilizia al restauro. È per tale motivo che da Inclita sedes imperialis federiciana, da sede della Dohana Apuliae di Aragonese memoria, da Città dei Tratturi, da Capitale economica del Regno delle Due Sicilie è andata sempre più indietro ed ha ignorato il progresso dei tempi.»
Concludo con Nicola Liberatore, artista impareggiabile, che mi confida di essere rimasto molto colpito dalla lettura dell’articolo. «Voglio farne un acquerello, per esprimere la preoccupazione per Sant’Eligio, e ricorda la sua intrinseca bellezza, anche adesso che è così degradato.» Potete ammirarlo in apertura dell’articolo.
Grazie, Nicola, per questa boccata d’ossigeno, per questo lume di speranza: un luogo che sprigiona ancora arte ed emozione, non può morire.
Geppe Inserra
Grazie, caro Geppe, x il tuo interesse su “beni” che ricordano il “bene” che, nonostante tutto, è stato presente e vivo nella storia di qsa povera città.
Penso sia un dovere civile.
I continui richiami di Geppe Inserra sui danni che l’inerzia politico-amministrativa causa al patrimonio storico e architettonico di Foggia, invece che fare da stimolo autentico servono ai due ex candidati-sindaco per ricordarci che esistono.
Vorrei sapere dove stavano prima, visto che uno è un ex consigliere comunale e l’altro docente universitario di lungo corso. So dove stanno ora: sempre pronti a inveire sulla Giunta Episcopo pur di godere di 5 minuti di visibilità.
Ma tornando sul tema, ricordo che quando era Presidente di Regione Nichi Vendola, furono stanziati dei fondi. Nell’ottobre 2011 l’allora Commissario dell’IPAB, Alfonso De Pellegrino, assicurò che i lavori sarebbero partiti subito per concludersi nel giro di un anno, lavorando in sinergia col Comune di Foggia. Un milione di euro il finanziamento, assegnato dall’assessorato regionale al Lavoro e Welfare a valere sul P.O. FESR PUGLIA 2007-2013. E i lavori iniziarono pure! Dopodichè? Il nulla. Aspettiamo atti seri ora, non proclami nè la fuffa angioladesabatiana.
Articoli del genere sono sempre utili per aprire dei dibattiti. È vero che sono motivo di ulteriore depressione e sconforto, ma è anche vero che sono necessari per far “aprire gli occhi” e magari far montare quella sana protesta sociale.
Foggia è abituata a situazioni come questa denunciata dal sempre attento Inserra. La sua storia è piena di esempi di storia e di cultura buttata per sempre alle ortiche.
Il terribile è che questa condizione è ancora ben viva. Basti vedere Via Arpi e i bei palazzi storici e fatiscenti che vi si affacciano. E poi il grande silos di Viale Fortore al quale nessuno frega niente, che invece potrebbe diventare uno straordinario contenitore culturale, sociale, museale, di aggregazione. I più informati diranno “non ci sono soldi”, io aggiungo che non c’è soprattutto volontà politica e amministrativa per elaborare almeno uno straccio di progetto e di intenti di riutilizzo.
Così da una parte si lascia all’incuria e all’insipienza degli uomini e dall’altra si continuano a costruire deprimenti e squallidi quartieri, o bellissime piste ciclabili senza che nessuno le percorra, a parte i pedoni e i passeggini.
Chissà se Foggia avrà mai il coraggio di risollevarsi davvero.
Buona fortuna.
Rispondo all’amico e ottimo collaboratore della nostra rivista DIOMEDE (come lo è Geppe Inserra, del resto).
Condividendo il senso del tuo commento, devo purtroppo aggiornarti: l’area dell’ex Consorzio Agrario (dove ho vissuto con la mia famiglia dal 1971 al 1987), che include anche il mega silos granario, se ricordo bene credo sia stata acquistata da una grande società, con le consegienze che si possono facilmente immaginare, circa lo sviluppo futuro…
Ciao caro Maurizio. Qualcosa malamente ricordo; la distanza non aiuta.
Non vorrei peccare di ingenuità, però credo si possa chiedere conto dell’immobilismo al riguardo, se non altro per esigenze di sicurezza e di decoro.
Ciao caro Maurizio. Qualcosa malamente ricordo; la distanza non aiuta.
Non vorrei peccare di ingenuità, però credo si possa chiedere conto dell’immobilismo al riguardo, se non altro per esigenze di sicurezza e di decoro.