
Questa sera, Domenico La Bella, sindaco di Troia dal 1993 al 1999, verrà insignito del Rosone d’Argento nella importante manifestazione annualmente promossa dal Circolo Salandra e da Aria di Troia e del Subappennino (ore 20.30, piazza Episcopio). Mai riconoscimento è stato tanto meritato.
Uomo di studi, non solo d’azione, ambientalista della prim’ora, convinto sostenitore della causa delle aree interne e della necessità del loro riscatto, Domenico si lasciò tentare dall’avventura amministrativa più per coincidenza che per calcolo.
Un giorno dell’autunno del 1993, Domenico fece irruzione nella mia stanza alla Provincia. Il blocco di potere a trazione democristiana che aveva governato Troia si era sfaldato, si apprestavano a scendere in campo diverse liste: «Ge’, che dici, mi candido? Se vinciamo, abbiamo la possibilità di tradurre in realtà tutti i sogni che La Refola ha raccontato in questi anni. Mi fido di te: faccio come dici.»
La Refola era la rivista che con un gruppo di amici avevamo fondato dopo la chiusura di Radio Studio 98. Ero stato direttore dell’una e dell’altra. Per anni avevamo fatto le pulci alle amministrazioni che si erano avvicendate al governo di Palazzo D’Avalos. Adesso c’era la possibilità di impegnarsi in prima persona.
Mi colpirono il sorriso, lo sguardo intenso e visionario con cui Domenico fece balenare quella nuova prospettiva:
«E perché no?!», gli risposi.
La neonata coalizione vinse di stretta misura, con il 29,02% dei voti, 1.475 in tutto, appena 52 in più della lista eterogenea guidata da Leonardo Lioce.
Si aprì così uno dei più interessanti e proficui laboratori politici di quella «primavera pugliese» che in Capitanata ha prodotto fior di sindaci: da Michele Galante a Franco Parisi, da Matteo Marolla a Peppino Totaro, da Gianfranco Piemontese a Ernesto Cicchetti, ad Antonio Trombetta, per citare quelli che furono più vicini all’esperienza troiana. (Detto per inciso e a mo’ di provocazione: sarebbe il caso che questo grande patrimonio politico e culturale andasse in qualche modo ricordato e tramandato..)

Ho avuto il piacere e l’onore di fare parte di quella squadra perché, qualche tempo dopo l’insediamento della nuova amministrazione, Domenico tornò a «fare irruzione», sconvolgendo il mio ménage quotidiano di dirigente di Palazzo Dogana:
«Ge’, ho bisogno di te nella mia amministrazione. Dobbiamo consolidare la maggioranza. Vieni a fare l’assessore esterno alla cultura. Dobbiamo ricomporre la squadra della Refola.»
Non ci pensai su due volte, perché ancora prima della Refola, Troia aveva scandito tanti momenti significativi della mia vita, e tanti amici fraterni: Vincenzo Bambacigno che mi aveva fatto scoprire ed amare la storia millenaria della città, don Tonino Intiso che mi aveva insegnato ad «osare più solidarietà», Mariano Loiacono e il suo Centro di Medicina Sociale, Giacomo Curato, illuminato pioniere di quelle che allora si chiamavano radio libere, Edoardo Beccia, mio compagno di banco al liceo, ed ex sindaco, che avrei ritrovato in consiglio comunale, quale «oppositore».
Mi affascinava tornarci e così ritrovai gli amici e i compagni della Refola: l’indimenticabile Lillino Altobelli, Paolo De Santis che faceva l’assessore al bilancio, e, pur non direttamente impegnati nell’amministrazione, Giovanni Aquilino, regista illuminato e nello stesso tempo coscienza critica di quella maggioranza che voleva crescere, Antonio Gelormini, Leon Marino.
Sono stati anni che hanno lasciato un’impronta indelebile nella mia vita e da cui ho imparato tanto. La Bella mi ha insegnato un valore fondamentale: il potere può (e deve) essere “buono”.
«Se non hai il potere non puoi fare niente – amava ripetere a me e alla giunta – puoi lamentarti, protestare, la cosa finisce lì. Adesso che il potere ce l’abbiamo, vediamo di esercitarlo per fare cose buone, per risolvere i problemi della gente.»
La nostra amministrazione fu fortemente e consapevolmente partecipata: assemblee popolari, consultazioni, il bilancio partecipato, campagne di informazione, il riconoscimento del valore strategico dell’ufficio relazioni con il pubblico, affidato a Michele Di Domenico, che in un piccolo comune era una novità assoluta.
Le politiche culturali diventarono l’asse portante delle strategie di governo cittadino, anche in funzione di promozione turistica. Creammo l’ufficio cultura, che il sindaco pensò bene di affidare a una persona che prima d’allora non conoscevo: Secondino Lattorre, funzionario comunale esperto che aveva militato in praticamente tutti i settori comunali e che sulle prime ritenne il trasferimento alla cultura quasi una diminutio.
Invece si entusiasmò come un ragazzino. Imparò ad usare il personal computer per produrre le locandine e i manifesti delle iniziative, meritandosi un encomio da parte della Giunta.
Le iniziative che promuovemmo furono davvero innumerevoli, e ci vorrebbe un libro per ricordarle tutte.
Mi limiterò a ricordarne una, la più significativa.
Una politica culturale fine a se stessa corre il rischio di restare effimera. Ci dicemmo che occorreva intrecciarla con l’identità profonda di Troia, con il suo genius loci, che non poteva che essere quel Medioevo che la vide primeggiare in Capitanata e non solo.
Domenico conservava ottimi rapporti con l’Università di Bari presso cui era stato ricercatore, e così cercammo un personaggio scientificamente autorevole disposto a «sporcarsi le mani», valorizzando la tradizione e la vocazione medievistica della città.
Lo trovammo in Raffaele Licinio. Ricordo come fosse ieri quando con Domenico bussammo alla sua porta per illustrargli il nostro progetto e chiedergli se fosse disposto a darci una mano. Fu amore a prima vista.
Raffaele si «sporcò le mani», eccome. L’esperienza troiana sarebbe essa stessa divenuta un momento fondamentale del suo percorso didattico e culturale.
Ecco quanto scrivono Victor Rivera Magos e Francesco Violante nel volume Apprendere ciò che vive: studi offerti a Raffaele Licinio pubblicato in occasione del pensionamento di Licinio:
«Fu con i Grandi processi alla storia e la Scuola laboratorio di Medievistica, realizzati a Troia con la collaborazione di Geppe Inserra, Domenico La Bella e dell’Anonima GR di Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli, che l’attività di didatta e ricostruttore di Raffaele trovò pienezza di coinvolgimento e primi risultati strutturali. Furono inaugurati nel 1995 e rappresentarono forse il momento più intrigante di un impegno che Raffaele avrebbe implementato nel corso degli anni successivi, facendone vera e propria battaglia culturale e, per questo, politica. La scommessa di Troia era quella di recuperare le tracce dell’identità medievale della cittadina, attraverso iniziative che potessero coinvolgere gli strati più ampi della popolazione. Raffaele vinse alla grande quella sfida, tenacemente sostenuto da quel sindaco visionario che fu La Bella: disegnando e cucendo vestiti medievali, bandiere e stendardi, imparando danze e suonando melodie, o cucinando e rielaborando le antiche ricette del Medioevo, i ragazzi di Troia impararono a capire qualcosa di più delle loro radici.»
Commenta lo stesso Licinio:
«Riuscimmo davvero a coinvolgere profondamente – grazie a una amministrazione lungimirante e attenta al ruolo della cultura – l’intera popolazione sui temi di una storia locale diventata memoria, patrimonio e vita di un’intera cittadina.»
Il rapporto tra Licinio, il sindaco e la città divenne così stretto che fu proprio La Bella a celebrare le nozze civili tra Licinio e Lina Mancini. Una storia d’amore a tutti gli effetti…

Il 16 novembre 1997 la cittadinanza troiana fu chiamata alle urne per il rinnovo del consiglio comunale. La lista capeggiata da Domenico La Bella trionfò con 2.936 voti pari al 58,51%.
Un autentico balzo in avanti: il 29,49% e 1.461 voti in più rispetto al 1993, più del doppio.
Per il centrosinistra fu una delle performance più significative a livello nazionale.
Per merito di questo sindaco, stakanovista e visionario (la giornata iniziava alle 6:30 del mattino, quando immancabilmente mi telefonava per concordare l’agenda), la primavera pugliese, a Troia, è stata più calda e più colorata.
Geppe Inserra
Ciao Domenico non so se hai memoria di me. Provo lo stesso
Prima di tutto non cado nella banalità dei soliti Auguri per il tuo essere che sei sempre stato: generosità, intelligenza, stare dalla parte dei deboli ed altro(sarebbe un lungo elenco)
C’è una cosa che tutti dimenticate: il passato che ci ha dato la forma mentale che ci permette di essere quelli che siamo: parafrasando una canzone e un libro “dimmi chi erano i Missionari Comboniani ” Alla prossima .
non ci vediamo dai tempi di ” qui foggia” ma di te conservo un ottimo ricordo, il ricordo di un ottimo professionista e di una persona giusta che ho il piacere di ritrovare nell’articolo, bellissimo, per domenico la bella, sicuramente un mio avversario politico visto che per anni sono stato il segretario cittadino dell’ MSI , ma indubbiamente un grande sindaco per la mia cittadina
Ti ringrazio per le cortesi espressioni, anche io ti ricordo con piacere. E grazie anche per le belle parole che hai usato per Domenico.