La forza latente di Foggia e della Capitanata

Come avevamo promesso, ecco la seconda e ultima parte del reportage di Paolo Cattaneo, pubblicato sul numero di giugno 1962 della rivista del Touring Club Le vie d’Italia. Un documento importante, che sorprende ancora oggi per il suo acume. Analizza lo “stato dell’arte” di Foggia e della Capitanata all’inizio degli anni Sessanta, all’indomani della guerra che aveva lasciato profonde ferite. Ci mostra una città e una provincia in febbrile ricostruzione, che in un certo senso anticipano perfino quello che sarà, di lì a poco, il «boom economico».

L’Autore passa in rassegna le diverse opportunità che in quegli anni si presentavano al territorio per imboccare la strada di uno sviluppo possibile: il turismo, lo sfruttamento in loco dei giacimenti metaniferi appena scoperti nelle viscere del Subappennino Dauno, l’irrigazione, l’agroindustria che cominciava a muovere i suoi primi passi.

È amaro constatare come molte di quelle potenzialità siano rimaste inespresse o solo parzialmente realizzate. La “forza latente” della gente, di cui parla Cattaneo, effettivamente guidò il processo di crescita che in quegli anni cominciava a profilarsi, salvo poi arrestarsi bruscamente negli anni Ottanta, non a caso definiti come «il decennio debole» (titolo del libro che ho scritto su quel periodo, quando dirigevo il periodico Area, su intuizione di Franco Mastroluca).

L’articolo di Cattaneo offre ancora oggi molti spunti di riflessione. Sarebbe il caso che lo legga chi quegli anni non li ha vissuti, dai giovani, per capire cosa il nostro territorio avrebbe potuto essere e diventare. Non per rimpianto, ma per stimolare, semmai, il desiderio di riprovarci, ritrovando a riscoprendo la «forza latente» di Foggia e dei foggiani, della Capitanata e dei dauni (g.i.).

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Il passato è sepolto. Al foggiano dei nostri giorni sicuramente interessa assai poco sapere chi mai erano i Dauni, suoi mitici predecessori. Importa invece, e molto, che la casa nella quale andrà ad abitare abbia l’ascensore, il riscaldamento a pannelli, il garage, che sia comoda ed elegante, che gli dia la sensazione di essersi anche lui conquistato un posto nel paradiso della tecnica. Importa che la sua città sia vivace, brillante, che abbia strade e negozi animati, caffè bene illuminati, cinema moderni, circoli, locali notturni.

Foggia è forse, tra le città d’Italia, quella ancora oggi maggiormente battuta dal vento del dopoguerra, aperta al progresso, all’avventura, al futuro, all’amore del rischio, con uno slancio che si riscontra solo dopo le grandi catastrofi. Perciò ci è venuto spontaneo presentarla come una città reduce da due distruzioni. Nella volontà che il foggiano manifesta di farsi avanti, di imporsi, nel suo atteggiamento da “nouveau riche”, entrano anche motivi contingenti: la rivalità con la vicina Bari e la fretta di afferrare questo momento del “miracolo economico” che, seppure duri oramai da diversi anni, è sempre ritenuto un po’ l’attimo fuggente della nostra vita nazionale. Sia quel che sia, ci sono le cifre che documentano la rinascita di Foggia, e converrà tenersi a esse.

La città aveva sessantamila abitanti nel 1940. Ora ne ha il doppio, nonostante il grave contributo di vittime (circa ventimila) pagato alla guerra. Nel 1945 era distrutta nei due terzi dei suoi edifici. La ripresa è stata faticosa. Ma, dal 1950 in poi, Foggia ha preso a camminare a grandi passi sulla via della ricostruzione. E più di un decennio ormai che questa città coraggiosa e volitiva ha iniziato, quasi con furore, a ricuperare il tempo e il terreno perduti. Incremento edilizio e demografico sono i due aspetti di maggior rilievo della sua rinascita, quelli che colpiscono meglio l’immaginazione, anche se danno un’idea soltanto approssimativa dei motivi reali sui quali si è fondata l’effettiva, formidabile ripresa della città.

In undici anni sono state costruite più di 11 mila case, con 42 mila vani abitabili. L’area su cui sorge la città, da 150 ettari nel 1940, ha superato i 500 ettari nel 1958. La proporzione abitanti-abitazioni si è assestata su 1,4 (una persona e mezzo circa per ogni vano), che farebbe onore alle più progredite città industriali del nord.

Siamo, come si vede, in pieno “boom” edilizio. Purtroppo non tutto ciò che luccica è oro. Accade che, volendo fare troppo, si finisce per non fare tutto bene. Anche il “miracolo” di Foggia ha il suo momento negativo. Scoprirlo non è poi tanto difficile. Ma a che serve andare a dire oggi ai foggiani che, nella loro euforia ricostruttiva, hanno commesso parecchi errori? Forse che non se ne rendono conto essi stessi?

Non si fa nulla senza errori. Se iniziativa privata e iniziativa pubblica hanno fatto a gara, in questi anni, a tirare su una casa dopo l’altra, spesso male, affrettatamente e in mancanza di un piano regolatore cittadino, in offesa alle più elementari norme di sviluppo urbanistico, se tutto questo è stato fatto significa che esistevano le condizioni per farlo. La legge della domanda e dell’offerta non l’hanno inventata a Foggia. La richiesta di abitazioni è ancora altissima e non dà, per ora, cenni di flessione.

Dicevamo dei contadini e dei montanari inurbatisi. Molti di essi sono venuti in città attratti dalla istintiva percezione di un momento favorevole. Hanno venduto il gregge, il podere con la stalla, la vigna, e la prima cosa che hanno fatto è stato di presentarsi alla banca con la loro saccocciata di biglietti da diecimila. I poveri se ne sono andati dalla città in cerca di lavoro, i benestanti ci sono venuti in cerca di occasioni.

In questo giro sta la ragione principale del benessere di Foggia. Il denaro entrato nelle casse delle banche attraverso il risparmio dei privati ha permesso di allargare il credito. Sono sorte così nuove attività commerciali e industriali, sono stati aperti nuovi negozi, sono state costruite case per i nuovi arrivati.

La città ha cambiato volto. Chi ha conosciuto e ricorda la Foggia del passato, poco più di un grosso borgo contadino, stenterebbe a riconoscerla in questa sua nuova veste di città moderna, punta avanzata del progresso del Sud. Una volta, al viaggiatore che usciva dalla stazione, Foggia si presentava come una città arida, assolata. Il pittoresco si sposava all’arretratezza. File di carrozzelle stavano immobili sotto il sole, nell’aria ferma cadeva come un canto il tintinnare dei finimenti che i cavalli scuotevano incessantemente per scacciare le mosche. Addentrandosi nella città, si avvertiva un’atmosfera strana, sgradevole, come se improvvisamente si fosse capitati nel bel mezzo di gente assediata da un invisibile nemico. E veramente un nemico gravava sulla città, sulla sterminata pianura: la sete.

Nelle case, nei bar, negli alberghi mancava l’acqua per molte ore del giorno e della notte. La sete era visibile dovunque: nelle strade polverose, sugli alberi rinsecchiti, perfino nel modo di gestire e di camminare della gente. Le fontane, le poche belle fontane di Foggia, quella del “Pozzo rotondo” in piazza Federico II, quella delle “Tre fiammelle” in piazza del Lago, esprimevano la desolante inutilità dei marmi e delle pietre non ravvivati dal piacevole scorrere dell’acqua.

A questo punto viene naturale riallacciare il nuovo destino della città alla nascita dell’Acquedotto pugliese, che resta ancora una delle più grandi opere idrauliche del mondo. Le due ultime fontane che la città si è costruite, quella di piazza Cavour, mai completata dal 1924, e la più recente nel piazzale della Stazione, sono il simbolo della città finalmente riscattata dalla sete.

All’Acquedotto si deve anche la rinascita del Tavoliere. Qui la trasformazione delle strutture e l’avviamento a produzioni specializzate, specialmente di ortofrutticoli, hanno dato un decisivo impulso all’intera economia della provincia. Foggia, che fino a qualche tempo fa fungeva solo da centro di smistamento delle derrate, ora è diventata un centro di produzione. Le industrie di conservazione e di trasformazione dei prodotti ortofrutticoli hanno fatto scattare l’anello di congiunzione tra agricoltura e industria.

La strada che sale verso Monte Sant’Angelo

Basterà ricordare una delle produzioni tipiche del luogo, resa possibile dall’installazione di grandi centrali frigorifere: quella dell’uva pregiata da tavola. Dai 118 mila quintali del 1957 si è passati ai 544 mila quintali del 1961. Uguale progresso si è avuto nei settori delle conserve alimentari, dello zucchero e delle materie plastiche. Uscita dalla spirale secolare dell’economia agricola a basso reddito, Foggia si è vista spalancare di fronte, improvvisamente, la terra promessa della produzione industriale.

La forza latente di questa gente è esplosa di colpo. C’è stata allora quella corsa all’investimento, al credito, all’occupazione del suolo urbano, al consumo, che alcuni giudicano, a torto, una specie di abbaglio collettivo. Può darsi che le aspettative vadano oltre la realtà, che le speranze abbiano toccato vertici della chimera, ma è certo, d’altronde, che senza uno sforzo pionieristico, senza una riserva di fiducia elementare, Foggia non si sarebbe scossa dal suo annoso assopimento. Non si crea nulla senza qualche sconfinamento nell’utopia. Molte cose sono ancora nell’aria. Una grande industria di Stato cerca il petrolio nella provincia. Sul Gargano le sonde metanifere segnano ovunque il sentiero ancora nascosto di una ricchezza che potrebbe sprigionarsi dal sottosuolo in qualsiasi momento. L’elettricità è ancora a costi troppo alti per consentire la concorrenza con il Nord. La bauxite, che tutta la Puglia produce, viene ancora portata al Settentrione per essere lavorata.

Sono queste aspettative che alimentano la fiducia di Foggia, che le danno il coraggio di insistere perché sia approvato un suo progetto per un’area di sviluppo industriale con terreni a basso prezzo da offrire agli imprenditori. Poi c’è il turismo, una ricchezza enorme, ancora tutta da sfruttare. Il Gargano, sotto questo aspetto, è una terra che attende i suoi colonizzatori. Qui manca ancora tutto: dalle pensioni agli alberghi, agli stabilimenti balneari, alle strade. Ma ogni anno cresce il numero dei turisti che, uscendo dalla statale adriatica a San Severo, si avventurano per la fascinosa statale Garganica. Tra Rodi e Manfredonia si aprono stupende visioni sulla costa marina. Ma guai a fermarsi in uno dei paesi che s’incontrano se non si è attrezzati per bastare a se stessi, se non si ama la natura al punto da accettarne anche i disagi. A Vieste, che è forse il più progredito tra i paesi del litorale garganico, non c’è un albergo. L’educazione collettiva, sotto il profilo turistico, è a un livello disarmante. Sarà un lavoro lungo, per i prossimi anni, riscattare le località più belle della provincia, come già è stato fatto per San Menaio, al primitivismo che può piacere ai raffinati ma non serve alla collettività.

Peschici

Il nuovo volto di Foggia è presente infine nella prospettiva urbanistica del suo centro. Dalla torre civica si può cogliere in una sola visione la sintesi dell’origine e dell’attuale progresso della città: la piccola, intima piazza del Lago e il grattacielo di piazza Oberdan. Il vecchio rione dei caprai non è più che la superstite insegna di un mondo sorpassato in mezzo ai palazzi residenziali di dieci e dodici piani sorti ai lati della via Napoli. Anche attorno alla cattedrale e al suo campanile barocco si alternano vecchi palazzi ed edifici modernissimi.

Ma l’aspetto più moderno della città è nel suo attuale centro: piazza Cavour, con alle spalle il suggestivo fondale della Villa Comunale dal bianco colonnato marmoreo, il grande Palazzo dell’Acquedotto nella sua imponente architettura da grand hôtel viennese, il bel viale XXIV Maggio che, partendo dal piazzale della Stazione, introduce subito in un clima schiettamente cittadino, animato e lieto, dove alberghi e negozi, caffè affollati e movimento stradale destano la piacevole sensazione di una città in movimento. Le auto parcheggiate portano targhe di tutta Italia. Per le vie ci si imbatte in una varietà di tipi: il commerciante settentrionale, lo studente, il professionista, il contadino. Spira un’aria di serena e attiva provincia, di un Sud nuovo, aperto, ricco di speranza.

PAOLO CATTANEO

(2. Fine)

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1 commento su “La forza latente di Foggia e della Capitanata”

  1. Articolo di grande interesse.
    Alla luce del presente, apre il ❤ ai ricordi del tempo andato.
    Un passato recente che, tuttavia, oggi appare molto lontano.
    Sono appena tornata da Vieste e riflettevo con le cugine che ogni antica casa è ormai una pensione. Il Corpo della Forestale non esiste più ed è stato trasformato in un bell’albergo…All’epoca di Cattaneo non c’era un albergo. Oggi sono più gli alberghi delle case private…🤔

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