Una medaglia per Foggia

Il reportage di Paolo Cattaneo che pubblichiamo oggi e domani su Lettere Meridiane è un documento davvero eccezionale, perché ci rivela come Foggia e la Capitanata venivano vissute e percepite dal resto d’Italia, all’inizio degli anni Sessanta. Venne pubblicato nel numero di giugno del 1962 della rivista del Touring Club d’Italia «Le vie d’Italia». Quando l’ho scoperto, durante una delle mie quotidiane peregrinazioni sul web, sono stato immediatamente attratto dal titolo, e pensavo che la medaglia si riferisse al riconoscimento al valore civile che la città aveva ottenuto tre anni prima, per i bombardamenti patiti nell’estate del 1943.

Pur parlando diffusamente l’autore di quella tragica pagina della storia cittadina, nell’articolo non c’è un espresso riferimento alla decorazione. La medaglia di cui si parla nel titolo va quindi interpretata in senso estensivo e letterale. Una medaglia per Foggia, per quello che la città ha saputo fare all’indomani di una guerra che l’aveva messa in ginocchio, per come ha saputo risollevarsi e ricostruirsi, per come riusciva a guardare con fiducia e speranza al suo futuro. Buona lettura. (g.i.)

Questa nostra Italia

UNA MEDAGLIA PER FOGGIA

Pressoché distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra, la ricostruzione della capitale del Tavoliere fu spettacolare, e ancora oggi il suo sviluppo fisico, la cadenza della sua trasformazione, la rapidità della corsa verso il progresso sono tutte cose che impressionano. Il suo aspetto è quello di una grande città in embrione che si va sovrapponendo in modo vistoso alla vecchia Foggia.

Per molti, non diciamo stranieri, ma per molti italiani, l’Italia al disotto del Po è ancora oggi un rebus geografico. Diciamo questo anche di gente colta, che ha viaggiato, che è stata all’estero, che magari conosce a menadito la topografia delle capitali europee, ma poi confonde Chieti con Rieti, o Pesaro con Perugia; oppure, come è capitato agli autori di un cortometraggio televisivo, fanno un discorso di mezz’ora sulle Isole Tremiti dimenticando di precisare che si trovano in provincia di Foggia e creando negli ascoltatori la falsa impressione che, per raggiungere quelle splendide oasi rocciose, si possa fare capo a qualsiasi porto adriatico.

D’accordo, si può andare alle Tremiti partendo da qualunque porto del litorale adriatico, a patto di disporre di un mezzo proprio con cui andar per mare. Ma, parlando in termini turistici, occorre essere precisi. Per le Tremiti c’è una linea marittima, gestita dalla Società Adriatica, che parte da Manfredonia, aggira il promontorio Garganico senza attraccarvi per mancanza di scali (Vieste, Peschici e Rodi Garganico), facendo infine capo a Termoli, in provincia di Campobasso. In estate la motonave adibita a questa linea, la Pola, dopo aver toccato Termoli raggiunge Ortona e Vasto. A questi porti ci si può imbarcare accostando la motonave con piccole imbarcazioni che la società di navigazione mette a disposizione dei viaggiatori.

Con il che, quasi senza volerlo, abbiamo chiarito uno degli aspetti più sorprendenti del turismo adriatico al disotto del quarantaduesimo parallelo: la sua precarietà, il suo carattere ancora embrionale, il suo essere e non essere. Il turista che supera questa linea, lungo la quale si può ragionevolmente fissare il tanto controverso confine tra Italia centrale e Italia meridionale, deve sapere che va incontro alle più splendide sorprese e ai più amari disinganni.

Oltre il quarantaduesimo parallelo è bene che il turista sappia che gli conviene rinunciare all’idea di trovare, a ogni passo, alberghi sul mare, spiagge attrezzate, ristoranti con cucina internazionale, e tante altre piccole e grandi comodità alle quali si era abituato mentre scendeva per quella interminabile e calamitosa serpentina stradale che è la statale Adriatica, specialmente da Pescara in giù.

Il passaggio dal centro al sud è quasi istantaneo. Improvvisamente ci si accorge che il paesaggio attorno è cambiato: i rilievi decrescono, scompaiono nel dolce saliscendi dell’altopiano. Ed ecco la pianura, il mare, percorsi da un soffio caldo. Il vento piega quasi con amorosa violenza i bassi cespi di vite che spuntano dalla terra sabbiosa. Dopo Termoli la strada si interna, il mare diviene gradatamente una lastra di piombo immobile sotto il sole a picco.

Il panorama si fa uniforme, i colori dominanti sono ora l’azzurro — quasi un grigio perlaceo — e il giallo: mare, cielo e grano. Siamo nel Tavoliere.

Di fronte al viaggiatore che spinge la sua automobile incontro alla solitudine sempre più vasta (ma il distributore di benzina o la casupola bianca con l’insegna “bar” sembrano rassicurarlo che è ancora nel mondo abitato), si apre la più estesa pianura dell’Italia meridionale: tremila chilometri quadrati di terra coltivata, il granaio nazionale.

Chi sa qualcosa di storia ricorda che qui, nei secoli di mezzo, svernavano milioni di pecore, vigilate dai pastori, mantello nero e cappello a pan di zucchero, immobili sulle selle degli asini. Sterminate maree di animali lanosi scendevano per i “tratturi” al piano per l’annuale “transumanza”.

Due civiltà si sono avvicendate da allora: una pastorale e una agricola. Ora se ne affaccia una terza, ed è la civiltà industriale, verso la quale tutta la Puglia è protesa con uno sforzo, con una tensione che fanno di questa regione il banco di prova della volontà di rinnovamento che anima il Mezzogiorno.

Alla Puglia non manca nulla per entrare, a vele spiegate, nella terza fase della sua civiltà, che del resto già si annuncia per chiari segni. Le industrie di trasformazione dei prodotti agricoli e ortofrutticoli sono in fase di sviluppo già da qualche anno. La rivoluzione dell’assetto fondiario, iniziata a tutto vantaggio della media proprietà trent’anni fa con la creazione del Consorzio di bonifica, si è saldata nel dopoguerra al Piano decennale della Cassa per il Mezzogiorno ed ha già dato discreti frutti.

Ma l’altopiano è tuttora un vastissimo teatro aperto al progresso. Le grandi strade percorse dal turismo (questo moderno veicolo di civiltà), d’estate si animano come fiumi in disgelo. Dal nord giungono gli echi di un mondo dove attività, denaro, benessere sembrano, anche se non sempre sono, beni alla portata di tutti.

Il vecchio mito che spinge il meridionale verso le zone nebbiose e fredde, in cerca di qualcosa che la sua terra non gli può dare, ha tuttora presa. Ancora oggi la Puglia, nonostante tutti i passi in avanti compiuti, è il più grande centro di raccolta della manodopera per le città del nord e per l’estero. Migliaia di pugliesi lasciano ogni anno la regione per andare a sistemarsi nel triangolo industriale Milano–Torino–Genova.

Questa è gente che non sta mai ferma. Il pugliese è in un certo senso l’opposto del meridionale quale lo dipingono la tradizione e la letteratura. È difficile trovare un pugliese seduto sulla soglia di casa nel rituale atteggiamento fatalistico dell’uomo dei paesi caldi. Se proprio gli va male, lo troverete più facilmente su uno scompartimento di terza classe, addormentato, con il polso legato alla valigia di fibra, mentre sogna di essere il nuovo cittadino di una metropoli industriale.

Le grandi pianure, come il Tavoliere, hanno sempre offerto un campo ideale ai movimenti, alle migrazioni, ai mutamenti delle civiltà. Il montanaro del Subappennino e del Gargano scende carico di speranze verso le pingui pianure, mentre il contadino lascia la terra attratto dal fascino della città. I centri abitati crescono e si sviluppano. In mezzo a questo confluire di fermenti sta Foggia, epicentro amministrativo e geografico della prima provincia che si incontra entrando nella Puglia.

Eccola apparire di lontano, nella pianura, alla luce di un declinante pomeriggio estivo: un incontro carico di emozioni per il viaggiatore che viene dalla solitudine del Tavoliere.

Distrutta quasi totalmente dal terremoto del 1731 e in gran parte dai bombardamenti dell’ultima guerra, Foggia sembra aver ereditato dal suo passato l’incentivo verso un’affermazione di vitalità che si manifesta essenzialmente nella smania edilizia.

Le società umane hanno di queste impennate, quasi il gusto di contrastare quello che appare come il loro più evidente destino storico e geografico. Floride civiltà marinare sono sorte là dove il mare era solo una forza distruttiva. Vulcani e scuotimenti terrestri non hanno mai respinto l’uomo dai luoghi dove aveva scelto di vivere. Così Foggia.

La prima impressione che se ne ritrae è di una città che si sta rapidamente rifacendo dalle sue stesse macerie: l’immagine di una città nuova, deliberatamente nuova.

In una terra disseminata di testimonianze secolari, quale è questa che si stende tra il massiccio del Gargano, il golfo di Manfredonia e i contrafforti dell’Appennino; in questa terra che gli storici hanno chiamato Daunia, segnata dappertutto dai passi delle grandi civiltà che la percorsero — greca, romana, sveva, normanna, angioina — delizia di archeologi e storici dell’arte, la città capoluogo inalbera orgogliosamente il vessillo di una spregiudicata modernità: vetro, calcestruzzo, alluminio, automobili, negozi e case, case, case.

Paolo Cattaneo

(1. Continua)

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2 commenti su “Una medaglia per Foggia”

  1. Sono pienamente d accordo
    Inoltre a Foggia ci sono molti scesi dai paesi limitrofi che non L amano per cui non la curano e allora le piante al centro muoiono i cassettioni dei rifiuti straripano i muri scritti vanno fuori e la denigrano ecc…..

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