Guardare le mappe del passato di una città è sempre istruttivo. Perché raccontano come la città è cresciuta, come è cambiata, per effetto delle scelte di quanti l’hanno governata dal punto di vista urbanistico.
Le tre cartine che pubblichiamo oggi si riferiscono ad un arco di tempo considerevole. La più vecchia risale al 1926, la più recente al 1962. Tra l’una e l’altra ci sono dunque 36 anni, la guerra, la successiva ricostruzione.

Nel 1926, Foggia era ancora un grande paese, dominato dal Piano della Croce che attraversava le fosse granarie. Via Capozzi era già estrema periferia. La «strada di circonvallazione» (più o meno l’attuale via Conte Appiano) si snodava lungo la zona orientale per congiungersi con via Sant’Antonio. L’attuale quartiere Ferrovia era aperta campagna.
Non erano ancora cominciate le opere di quella «grande Foggia» voluta dal regime fascista, che innescò la prima, profonda trasformazione dell’abitato.
Foggia era però una città che voleva crescere, come testimoniano i grandi «magazzini generali» in alto sulla cartina, collegati alla stazione da due binari, e le Officine del Gas, che per quei tempi erano qualcosa di molto innovativo.
Sono tanti i palazzi e le aree che oggi non esistono più: a cominciare dal Borgo Sant’Angelo, che sarebbe stato bonificato per costruire il Palazzo del Podestà (l’attuale Municipio). E poi la Chiesa di Santa Maria della Neve, l’Orfanotrofio Maria Cristina, demoliti per fare posto al Palazzo degli Uffici, Borgo Scopari, bonificato per via Dante.
Il tempo o i bombardamenti si sono portati via altre testimonianze importanti del passato: la Pianara, la chiesa di San Ciro che allora sorgeva a fianco a quella di Gesù e Maria, le Carceri Giudiziarie.
L’attuale via Galliani si chiamava allora via Galiano, confermando che si tratta di un toponimo pervicacemente sbagliato, riferendosi molto probabilmente a Celestino o a Ferdinando Galiani.
A nord e a sud si vedono, rispettivamente, Cas. Valentini e Cas. Cavour, abbreviazione che sta probabilmente per Casale, o più semplicemente Casa.

La seconda mappa si riferisce al 1940, e ci mostra proprio la «grande Foggia», con lo scempio urbanistico provocato dall’urbanizzazione del Piano delle Fosse, avviata con la costruzione del Palazzo dei Contadini (l’attuale Camera del Lavoro) e dei Palazzi Incis.
Nella cartina non è raffigurata, sorgendo allora fuori dal perimetro dell’abitato, l’opera che aveva determinato l’abbandono delle fosse granaria: il grande silos di viale Fortore (tra i più grandi d’Europa all’epoca della sua costruzione) che aveva introdotto nell’economia cittadina una nuova tecnica di conservazione del grano.
I nuovi edifici pubblici sono evidenziati con un colore più carico: il Palazzo del Podestà, il Palazzo di Governo (l’attuale Prefettura, che nella mappa del 1926 era ubicata a Palazzo Dogana), il Palazzo degli Uffici e il Palazzo degli Studi. Via Galiano è diventata, nel frattempo, via Galliani.

Foggia ricostruita
Siamo alla vigilia dell’entrata in guerra che a Foggia provocherà effetti disastrosi, con i bombardamenti «strategici» dell’estate del 1943, che si accaniranno sulla popolazione e sui fabbricati civili, uccidendo migliaia di persone e distruggendo buona parte del patrimonio edilizio.
Tuttavia la «Foggia ricostruita» che viene svelata dalla mappa del 1962, è una città ordinata, seppure in piena espansione edilizia. C’è la nuova linea di confine è viale Ofanto, indicato sulla cartina come «circonvallazione». Persistono ampie aree verdi e non cementificate. Via Bari, viale Colombo, via Sant’Antonio sono ancora periferia. Ma non lo resteranno per molto perché tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta saranno oggetto di un vero e proprio assalto.
Restò del tutto inascoltato l’appello lanciato da Ugo Iarussi, architetto, una delle intelligenze più nitide e prorompenti che la città e la provincia di Foggia abbiano avuto vantare nel Novecento: Prepariamoci a costruire per bene, aveva scritto nel 1945, in un articolo apparso su Ricostruzione Dauna, organo provinciale del Partito Democratico del Lavoro.
Il compito della ricostruzione – si legge nell’articolo – compete quindi a noi foggiani; è un compito arduo difficile, anche pericoloso se non bene assolto. Né può procedersi senza prepararsi, unirsi, consigliarsi. Ha il suo lato urgente che non può essere abbandonato all’avventura e differito da studi che sono rimasti finora insoluti.
Avventure e differimento che invece dobbiamo lamentare perché ci siamo fatti vincere dall’abulia più odiosa essendo stati, finora, i tecnici assenti e, peggio, speculatori.
Foggia non ha ancora l’aspetto di una città; nessuno ha mai pensato a darglielo. Ognuno ha creato secondo propri concetti senza una guida direttrice; dalla costruzione più modesta al palazzo di rilevante interesse, niente che leghi in unità di stile, che riveli un volto: concezioni belle e cattive indipendenti e disordinate. Metri cubi di muratura, niente di più!
Ugo Iarussi si rivelerà, purtroppo, un buon profeta. Guardando la bella mappa del 1962, viene naturale riflettere – con un misto di nostalgia e amarezza – a ciò che Foggia avrebbe potuto diventare, se fosse cresciuta nella direzione indicata da Iarussi.
Geppe Inserra