La resistibile ascesa del fachiro Hassan Mohamed (2)

RIASSUNTO DELLA PUNTATA PRECEDENTE – Il 21 giugno 1926, il giovane fachiro egiziano, Hassan Mohamed arriva a Foggia, accompagnato da una campagna pubblicitaria che ne decanta le doti di guaritore e taumaturgo. La sua stanza all’Hotel Dauno viene letteralmente assediata da uomini e donne desiderosi di sperimentarne i presunti poteri. Ben presto, però, Hassan colleziona un’impressionante serie di denunce per truffa. Il 26 giugno viene tratto in arresto.

* * *

Mentre Hassan è in carcere, sulla scrivania del Procuratore del Re affluiscono denunce da ogni parte d’Italia. La sua storia ha attirato l’attenzione della cronaca nazionale. E le vittime sparse in tutt’Italia chiedono giustizia. Quella che all’inizio sembrava soltanto una curiosità di cronaca locale, in pochi giorni assume i contorni di uno scandalo nazionale.
Il Corriere della Sera pubblica una corrispondenza da Genova, datata 29 giugno, nella quale si legge: «Il fachiro egiziano arrestato per truffa a Foggia, era assai noto nella nostra città, dove era comparso circa un anno fa sotto il nome di Hassan Hussin. Egli che aveva aperto un gabinetto per consultazioni di chiromanzia in un elegante appartamento di via XX Settembre, faceva girare per le vie della città dei poveri diavoli mascherati da turco e col volto impiastricciato di nerofumo che recavano dei cartelloni sesquipedali in cui erano vantate le sue virtù divinatorie; faceva inoltre molta pubblicità sui giornali procurandosi, in breve, una numerosissima clientela. Appena informata dell’arresto, la polizia ha inviato un funzionario nell’appartamento di via XX Settembre che il fachiro tiene tuttora in affitto e dove sono stati sequestrati oggetti di poco conto.»
Le tracce di Hassan non si fermavano a Foggia: i giornali cominciarono a ricostruire i suoi spostamenti lungo la penisola, svelando un passato fatto di alias e di nuove città conquistate.
Pur utilizzando nomi diversi, il fachiro era noto in tutta Italia. Le denunce presentate alla magistratura foggiana arrivano da Ferrara, Cosenza, Taranto e Rutigliano, e raccontano, come si legge sulla Gazzetta del Mezzogiorno, «una quantità di episodi piccanti e tragici». Il mosaico che emergeva dalle testimonianze delineava un personaggio ambiguo, capace di reinventarsi e di ammaliare platee molto diverse tra loro. Sono quattordici le «parti lese» citate dal Procuratore nel decreto di rinvio a giudizio «per truffe continuate, per aver vantato presso numerosi creduloni poteri occulti straordinari, promesse guarigioni di mali insanabili e raggiungimento d’impossibili intenti, mediante lauti compensi.»
Il verbale dell’interrogatorio cui viene sottoposto dal magistrato inquirente consente di chiarire qualche aspetto della controversa personalità dell’imputato, a cominciare dalle sue vere generalità. Hassan Hossin – questo il suo vero nome – era nato ad Huss in Egitto, il 1° ottobre 1895, figlio di Mohamed Alì e di Fatma Gina. Rispondendo al Procuratore non nega gli addebiti o le somme ricevute. «Ha dichiarato anzi con grande ostentazione, che egli da anni ha liberamente e con successo esercitato in Italia la professione di chiromante, perché dotato di eccezionali poteri occulti per essere figlio di fachiri», scrive il cronista della Gazzetta, che aggiunge un altro, interessante particolare.
Durante l’interrogatorio, il fachiro sostiene che «molte promesse fatte ai numerosi clienti che a lui erano rivolti non si sono avverate perché la potenza taumaturgica di cui è dotato svanisce nei periodi di malattia. E purtroppo da due mesi egli è ammalato.»
Ma Hassan Mohamed Hossin era soltanto un ciarlatano o un astuto imprenditore che cercava di mettere a frutto le sue discutibili qualità? Per rispondere bisogna calarsi nello «spirito dell’epoca», che non solo tollerava quanti si proclamavano fachiri e taumaturgi, ma in qualche modo li accettava.

L’immagine “pubblicitaria” pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno

L’arrivo del fachiro a Bari era stato annunciato con grande evidenza del quotidiano regionale, con tanto di fotografia e reboante annuncio: «Il fachiro Hassan Mohamed di passaggio da Bari», è il titolo del trafiletto, che dà notizia dell’arrivo nel capoluogo regionale dell’uomo, precisando che «per dieci anni ha studiato in India, a Bombay, scienze occulte e fachirismo. Nato ad Luxor, città di Tutankhamen, ha seguito le orme dei suoi antenati che da sette generazioni si sono occupati di scienze occulte. A Bombay egli compì felicemente l’esperimento di rimanere sepolto vivo per ben quattro anni e sei mesi.»
La Gazzetta del Mezzogiorno torna sulla questione qualche giorno dopo pubblicando, con grande evidenza, il testo di una conversazione con il fachiro firmata dall’autore con la sola sigla (l.d.s.) e un titolo che è tutto un programma: «Oltre il mistero della vita e della morte / Gli esperimenti fachirici di Hassan Mohamed».
Davanti al giornalista della Gazzetta, Hassan sciorina con indubbia abilità scenica tutto il suo repertorio.
Gli parla della sua iniziazione fachirica in quel di Bombay: «Non mangiai se non pane nero e non bevvi che piccole quantità di acqua fino ad abolire questo cibo… Dopo qualche giorno fui totalmente sepolto e ivi rimasi per quattro anni e mezzo».
Si perfora le guance con un ago, senza perdere sangue: «La realtà vinceva la mia fantasia. L’ago aveva forato la guancia da parte a parte, l’esperimento era riuscito», commenta il giornalista.


Legge la mano e indovina il passato del suo interlocutore: «rifà la storia della mia vita come se fossimo stati sempre insieme, parla di me, dei miei affetti, della mia famiglia».
Il giornalista esce dalla conversazione con il fachiro del tutto convinto della sue facoltà. Gli crede.
La sottile linea di confine tra inganno e finzione diventerà il leit motiv della storia di Hassan, ed anche della vicenda giudiziaria che lo vedrà coinvolto.
Hassan potrà aver esagerato, mentito, ma c’è chi gli ha creduto, e si è fatto abbindolare. Ma non tutti sono disposti a condannarlo senza appello: qualcuno, con penna arguta, ribalta la prospettiva, come il delizioso elzeviro che alla storia del mago egiziano dedica il Corriere della Sera (Il cuore e la polverina, 29 giugno 1926), a conferma della risonanza nazionale che il caso si era guadagnato.

Quando ci si affida, ammalati, al medico, lo mandiamo in prigione se non ci guarisce? Egli tenta in tutti i modi di ridarci la divina salute; ma anche la scienza ha le sue colonne d’Ercole. Così la magia.
Nel portafogli del fachiro – scrive l’anonimo ed arguto corsivista – non furono trovate che trentamila lire. Questa è la prova lampante che egli ha promesso le sue prestazioni senza garantire risultati miracolosi; altrimenti avrebbe avuto in cassa dei milioni. I denunziatori hanno speso poco, e non han diritto di lamentarsi se poco hanno ottenuto. Se uno si mette in testa di comperare la luna, deve esser disposto a pagarla quello che vale. Se invece versa una somma irrisoria, è chiaro che questa somma serve solo a compensare le ricerche che il venditore farà, per trovare una luna d’occasione.

La conclusione è particolarmente caustica.

E poi che cosa ha fatto l’egiziano che non sia nelle tradizioni della sua professione? S’è proclamato fachiro, ha operato da fachiro e ha cercato legittimi lucri da fachiro. I denunziatori, invece, si sono presentati come imbecilli, hanno chiesto, a pagamento, di essere trattati da imbecilli, e poi hanno mandato in prigione un disgraziato che li ha accontentati in tutto e per tutto!

Paradossalmente, proprio su questa linea, a metà tra provocazione e difesa, si sarebbe giocata gran parte della vicenda giudiziaria di Hassan. Ma questo ve lo racconterò nella prossima puntata.
Geppe Inserra
(2. Continua)

[La foto del fachiro, elaborata con l’intelligenza artificiale a partire da quella pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno, è da considerarsi verosimile. Le altre immagini, invece, sono ricostruzioni di fantasia pensate per aiutare i lettori a immaginare le situazioni narrate.]

Author: Geppe Inserra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *