
Se non fosse una storia vera, potrebbe sembrare uscita da una pagina di Borges o da un racconto di Calvino, sospesa com’è tra verità e finzione. Gli ingredienti ci sono tutti. Arti magiche e divinatorie, poteri taumaturgici, pozioni per indurre la donna amata a tornare sui propri passi, amuleti miracolosi per guarire dalle malattie.
Accadde a Foggia, nel 1926. Protagonista il fachiro egiziano Hassan Mohamed. Giunse in città da Bari, in treno, il 21 giugno preceduto da una robusta fama: si diceva di lui che in India fosse rimasto sepolto vivo per quattro anni, riemergendo sano e salvo quando aveva deciso di mettere i suoi poteri a disposizione dell’umanità. Un filantropo o un ciarlatano? Chissà.
La storia non ci dice se questo giovane di bell’aspetto – aveva solo 28 anni – fosse effettivamente dotato di poteri taumaturgici come voleva far credere. Però di marketing se ne intendeva. Prese alloggio alla stanza n.33 dell’Hotel Dauno, in una zona centralissima, a due passi dal Teatro Comunale. Fece tappezzare le strade di manifesti e fece distribuire volantini che propagandavano i suoi poteri. La risposta della città fu entusiasta. L’albergo fu quasi preso d’assedio.
All’inizio il successo fu clamoroso. La stanza dell’accorsato albergo divenne una sorta di Kaaba, il luogo più sacro dell’Islam, come scrisse perspicacemente il cronista della Gazzetta del Mezzogiorno: gente che entrava e usciva, storpi, ciechi e muti, madri che portavano bambini malati, uomini e donne che chiedevano amuleti, filtri, formule per guarire o per riconquistare un amore perduto.
Il buon Hassan ascoltava tutti e per tutti aveva un rimedio: una pozione magica, una polverina miracolosa, o più semplicemente la lettura delle carte, della mano, l’oroscopo.

Gli affari prosperavano, perché per farsi «visitare» dal fachiro si pagava, e non poco. Un ricco signore per riconquistare il cuore della donna amata sborsò 3.500 lire (più o meno 13.000 euro di oggi), un altro lauto compenso venne elargito da una giovane signora che si era rivolta al giovane mago per assicurarsi la fedeltà incondizionata di suo marito, che il fachiro gli aveva promesso si sarebbe concretizzata entro 41 giorni.
Però i malati non guarivano, gli amori perduti non tornavano, le promesse non venivano mantenute. E cominciarono a fioccare le denunce.
Da quella presentata dal ricco possidente Giovanni Dimola si apprende che il fachiro gli aveva chiesto 500 lire per fargli dimenticare una donna con cui aveva avuto una relazione ormai finita, ma che continuava a tormentarlo. L’uomo era tornato il giorno dopo, e Hassan Mohamed gli aveva detto di essersi sbagliato nei conteggi. Per ottenere il fine sperato non bastava la somma inizialmente richiesta, ma erano necessarie altre 3.000 lire. Senza battere ciglio, Dimola aveva versato l’onorario richiesto staccando un assegno del Banco di Napoli. In cambio, il mago gli aveva garantito che 41 giorni dopo avrebbe dimenticato la donna che lo faceva soffrire.
Sul tavolo del Questore, comm. Stracca, si erano accumulate altre denunce per truffa: Lucia Garamella (300 lire), Assunta Saponara, Giuseppe Natrella (250 lire), Pietro Colonnino (600 lire).
A questo punto l’autorità di Pubblica Sicurezza aveva deciso di intervenire, e aveva spedito sul luogo dei misfatti il commissario Lo Piano, comandante della Squadra Mobile.
La sera del 25 giugno aveva fatto irruzione nella stanza 33 dell’Hotel Dauno.
All’ingresso dell’ufficiale di Polizia, il fachiro, che stava «esercitando» le sue arti magiche, si era dimostrato sorpreso, «trasognato», come annota il cronista della Gazzetta del Mezzogiorno.
Il commissario mise sotto sequestro, oltre a una corposa raccolta di lettere provenienti da diverse città italiane, numerosi pacchetti contenenti ciocche di capelli femminili, accuratamente avvolte in foglietti di carta profumata. Furono trovati anche diversi mazzi di carte da gioco, sia egiziane che francesi, una mitra e una collana di perle rosse e nere.

La maggior parte della corrispondenza era costituita da missive di donne che si erano rivolte al mago nella speranza di ottenere formule o rimedi miracolosi. Nelle lettere ricorre il numero che abbiamo già visto: 41, che erano i giorni da attendere perché la promessa si avverasse o, chissà, perché il fachiro facesse perdere le proprie tracce.
Ad Hassan furono inoltre sequestrate trentamila lire (poco più di 100.000 euro di oggi). Dopo l’interrogatorio venne arrestato e tradotto nelle carceri giudiziarie.
Ai poliziotti che lo interrogarono rispose che stava semplicemente facendo il suo lavoro, e chiese di essere lasciato in pace.
Al cronista della Gazzetta, che riuscì a scambiare con lui qualche parola mentre aspettava di essere accompagnato in carcere, disse di confidare nella potenza di Allah.
E la città, come reagì? «Il suo arresto ha destato enorme delusione nel mondo del creduloni, non disgiunta da innumerevoli… invettive contro l’ormai fallito distributore di salute e di felicità. Alla Questura continuano ad affluire denunzie e cresce vivissima l’indignazione tra i fedeli scornati», scrisse La Gazzetta del Mezzogiorno.
Finisce così l’avventura di Hassan Mohamed? Neanche per sogno. Anzi, siamo solo agli inizi.
(1.continua)
Geppe Inserra
[Le immagini che illustrano l’articolo sono state generale con l’intelligenza artificiale, partendo da immagini d’epoca. La fisionomia di Hassan Mohamed è, pertanto, verosimile. Mentre le scene dell’arresto sono ricostruzioni di fantasia.]

Sono ansioso di leggere il seguito di questa bella avventura