Ho ricevuto (tanto, tanto tempo fa) questa preziosissima lettera-riflessione di Eustacchio Franco Antonucci, ingegnere ed urbanista che a Foggia ha svolto ruoli tecnici ed amministrativi di rilievo. Si è trasferito da qualche anno a Pescara, senza però mai recidere il forte legame che mantiene con Foggia, come potete capire leggendo quanto ha scritto: con il cuore e l’anima, più che con la testa. Ne ho ritardato la pubblicazione fino ad oggi, ritenendo meritasse una degna presentazione, che per una ragione o l’altra non sono riuscito a scrivere prima. Non casualmente, la sua pubblicazione coincide con l’avvio della nuova rubrica del nostro blog, La bellezza che abbiamo perduto. Ristabilire un giusto rapporto con il passato, in qualche modo ritrovarlo, è un antidoto a quel presentismo arrembante che recide identità e radici. La sensibilità di Antonucci è speciale: non è solo tecnico, ma anche poeta, persona attenta alla bellezza, protesa ad una progettualità che non bada solo ai calcoli ed al cemento, ma riesce a guardare oltre.
La sua riflessione – confessione trae lo spunto da una foto aerea della città che la mostra com’era agli inizi degli anni Sessanta, che ho pubblicato tempo fa sul blog, e che comunque potete vedere in apertura. Era accompagnata da una lettera. Potete leggere il tutto di seguito. Vi raccomando una lettura lenta ed attenta. I pensieri espressi dall’autore sono profondi, suscitano riflessioni. Siamo alla vigilia dell’adozione del nuovo PUG, e sarebbe il caso di evitare di ripetere gli errori che hanno mutilato la Foggia bella ed ordinata che viene rivelata dalla fotografia. (g.i.)
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Caro Geppe,
ho espresso queste mie impressioni ed emozioni assolutamente di getto, altrimenti non avrebbero avuto l’effetto che volevo: quello di suscitare analoghe o altre emozioni da parte di chi eventualmente legge. A volte le emozioni non devono confondersi con le analisi puntuali: devono precederle, sia pure in modo confuso o disordinato.
Devono librarsi nell’aria come prima espressione simil-poetica, venendo dopo ogni considerazione puntuale. Per questo ti prego di prendere questo mio scritto come una serie spontanea di concetti anche bislacchi, in effetti mossi dall’emozione della foto «passata» che tu hai recentemente proposta. Lasciami abbandonare al cuore.
Talvolta, pur essendo io un tecnico, preferisco mettere da una parte le conoscenze tecniche specifiche che confondono e rendono difficilmente comprensibili i veri concetti generali — anche perché ci sono tecnici in questo più bravi di me.
Per questo chiedo scusa per questa rappresentazione estemporanea, comunque sperando di averti stimolato un interesse, almeno intuitivo, e di spingere tutti a tentare le loro personali «letture del cuore», a favore della loro città — bella — che sta aspettando da tanto una carezza dai suoi cittadini.
Approfitto, comunque, per ringraziarti del grande sforzo che stai facendo, con intelligenza, per far «vedere», con gli occhi e con la fantasia, la vera Foggia dei Foggiani. Grazie.
Ciao,
Eustacchiofranco Antonucci
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La bellissima foto aerea di Foggia, di epoca ignota, che Geppe Inserra ha pubblicato sul blog Lettere Meridiane, mi ha riportato lontano, con la mente ad alcune mie romantiche fantasie sulla città di Foggia, che mi ha cresciuto ed affascinato per tutta la vita, soprattutto per la sua semplicità e per la generosità dei miei concittadini.
A questo aggiungo le altre foto storiche della Città di Foggia, pubblicate in precedenti articoli sul blog di Geppe Inserra, o mostrate in altro vario modo da altri autori, in libri, pubblicazioni o semplici post di FB o altri social. Sono tutte immagini che parlano, oltre che descrivere semplicemente una realtà che non c’è più e che suscita solo semplici e/o passeggere emozioni. Qualcuno dice che per comprendere meglio le Città sarebbe opportuno, se non necessario, riferirsi a foto, antiche o recenti, ad immagini, disegni, finanche alla letteratura, al cinema e quanto altro, talvolta superando le stesse specialistiche descrizioni tecniche degli urbanisti (me compreso).
Avevo già osservato alcune interessanti immagini 3D della mia Città, attraverso versioni recenti di Google Earth avanzato. Ma la foto proposta da Geppe Inserra è stata spiazzante, perché sembra molto più suggestiva, mettendo in evidenza più cose e sensazioni, nonostante sia datata.
Quello che oggi mi ha colpito della foto di Lettere Meridiane non è tanto il curiosare sui limiti della città di allora, più ristretta rispetto all’oggi. Colpisce, prima di tutto, il fatto che si tratti di una foto aerea «davvero» e non un’aerofoto di Google Earth/Map tridimensionale, freddamente derivata dalle nuove tecnologie satellitari. Poi sorprende il sapore «familiare» che traspare dalla immagine (vera) di una città, che sembra stringersi forte su se stessa, abbracciandosi in una catena circolare a vite, senza fine.

Cari tecnici urbanisti, architetti, ingegneri (me compreso! e non sono io che parlo, ma una irrefrenabile voglia di poesia, che va oltre la persona), tacete per pochi attimi! Lasciate che la fantasia di tutti noi voli, anche per brevi momenti, con il cuore libero, forse permettendoci, in questo soffio di tempo, di scantonare nella favola, giusto il tempo di una emozione. Al di là delle nostre specialistiche analisi meticolose di dati, indici, superfici e volumi, avverrà un miracolo: scopriremo, solo per qualche attimo, lo spirito vero/nudo della città di Foggia, timida e restia a manifestarsi. La magia del momento ci sorprenderà nell’ammirare la nostra città come è davvero, come non l’abbiamo mai vista. Oltre gli occhi misuratori vedremo la nostra città simile ad una persona, vicina e lontana. Noteremo che non è la maldicenza sulla presunta bruttezza di Foggia: la nostra città e bella!
La foto di Lettere Meridiane è uno stimolo alla memoria e alla passione, tra passato presente e futuro, che noi abbiamo accorciato, invece, su un presente troppo onnipresente.
LA CITTÀ COME ORGANISMO VIVO
Foggia mi ha cresciuto e mi ha dato i fondamentali della mia vita, coinvolgendomi sempre, con passione.
Per questo l’ho sempre immaginata come un organismo che mi è vissuto accanto, che si è trasformato, anche biologicamente, insieme a me — come uno specchio.
E invece è il contrario.
La mia città ha seguito meccanismi propri: è lei che ha modellato la mia crescita, anche intellettuale, secondo logiche e tempi a volte irregolari, senza un metabolismo parallelo al mio.
Me ne accorgo oggi, mentre ripercorro retrospettivamente la mia vita — cosa che solo adesso posso permettermi di fare — soprattutto osservando, con la lente d’ingrandimento o con il cannocchiale, la foto.
L’immagine pubblicata dal blog mette in secondo piano ogni concetto di bordo, piuttosto evidenziando il concetto di flusso vitale che già allora, anzi sempre per Foggia, supera ogni considerazione di limite. Il concetto è utile anche in riferimento all’epoca attuale, nella quale dappertutto perdiamo pezzi e qualità (forse Foggia è ancora parzialmente esente da tutto questo, proprio grazie ad una sua mentalità ancora originale, meno omologata). Foggia è ancora una città ingenua. Meglio così! Può ancora riprendere una sua strada originalissima!
Ho sempre pensato che il termine specifico di espansione, nel caso di Foggia, è improprio. La Foggia compatta, sia del passato, sia ancora nel presente, ha seguito prevalenti logiche circolari, per anelli concentrici aggiunti (che non significa espansione in termini tecnici e generali al tempo stesso), pur rispettando il suo essere contestualmente una città che si esprime in termini territoriali vasti, attraverso un modello anulare-radiale lungo omologo (inter-territoriale, grazie alla storia plurisecolare della transumanza, che coinvolgeva varie regioni limitrofe – Abruzzo, Molise, Campania-Irpinia, Basilicata -, quindi in continuità con la Puglia lineare).
Equilibro ancora in piedi, grazie alla sua grande vocazione agricola essenziale. Quando si è intrufolato il fenomeno di una episodica (poco organica) industrializzazione territorializzata, Foggia e la Capitanata hanno purtroppo confuso i due modelli – urbano e territoriale-, introducendo, in parte e non del tutto propriamente, il vero modello canonico della espansione, radiale o a grappoli. La foto di allora di cui parliamo sembra non indicare ancora compiute del tutto queste distorsioni.
La stessa mobilità iper-territoriale, che ovunque è stato l’elemento distorcente predominante, non ha sconvolto di molto la città compatta, anche perché (purtroppo) sembra aver scansato/aggirato la città di Foggia, con funzioni di solo transito (!), lasciandola, anche per questo ai suoi posti bassi delle ricorrenti graduatorie nazionali. Ma questa è l’altra storia di un presente in un certo senso a rischio, per Foggia e per tutti gli altri contesti italiani.
Ma che c’entra tutto questo con la suggestione improvvisa della fotografia dall’alto di Lettere Meridiane? C’entra molto, soprattutto perché le sensazioni che derivano da questa romantica lettura di una foto passata, riportano alla modestia di una città semplice, bella proprio per questa sua semplicità, riaffermando un equilibrio identitario in qualche modo ancora perdurante. Ogni altro discorso più complesso si può estrarre comodamente dalla foto. È un compendio totale, che la dice tutta.
Voglio, allora, iniziare a ragionare in piccolo, per approdare anche al grande, che non deve necessariamente complicarsi, seppellendo le peculiarità urbane.
Partirò da quanto detto in un lontano reportage dal grande poeta Giuseppe Ungaretti, venuto a Foggia come inviato di eccellenza del suo giornale, nella prima metà del ‘900, per raccontare il magico momento della Capitanata, interessata in quegli anni dal progetto della Bonifica integrale. In un certo senso anche questo progetto aveva l’obiettivo di dilatare vieppiù il Tavoliere come un effetto ad anelli concentrici/radiali, tipo gli anelli formati dal sasso nello stagno.
COME UNGARETTI RACCONTÒ IL CUORE DI FOGGIA
Ungaretti concentrò in particolare l’attenzione sul «Piano delle Fosse», come un grande spazio (più di una piazza), capace di una grande “forza”, aprendo in modo sorprendente all’intera Città, allargandosi ad essa, anche qui con l’effetto sasso nello stagno.
Uno spazio con una funzione profonda e dilagante come un fiume astratto. La «città del grano» totale, che tutto coinvolgeva, anche il territorio rurale, lontano-vicino, aprendo cannocchiali lunghi lungo le strade urbane che qui convergevano, e dipartivano, rendendo manifesti i «luoghi urbani» più remoti. Una città scoperta che stava allora tutta in un solo luogo, ma moltiplicava al tempo stesso i luoghi. I cittadini di allora erano ancora più stretti di oggi (mi sorprendono e commuovono, a proposito, i ragazzi che la sera popolano ancora, come una grande folla in un concerto, i luoghi storici della città, stringendosi e stringendola).
È stato un danno enorme l’aver eliminato il Piano delle Fosse, anche se, purtroppo, la tecnologia dei grandi silos avanzava, travolgendo tutto. Solo Cerignola ha resistito.
La foto non nasconde anzi mette in evidenza la periferia, che fila facilmente verso il Centro e viceversa, dimostrando rapporti ancora stretti, non divaricati del tutto. Una città che è come un pugno stretto, che trova proprio in questo il suo effetto città identitario, ad anelli serrati; quindi una realtà urbana per sua natura antica introspettiva: potrebbe di nuovo oggi (come l’effetto Ungaretti/Piano delle Fosse) ritrovare una forza analoga, per potersi riconoscere e misurare in un solo colpo d’occhio. Dovunque, dalle sue piazze principali e secondarie, dalle sue strade lunghe, dai suoi verdi urbani (un po’ radi, per la verità), con un giro assolutamente continuo.
I LUOGHI URBANI DI FOGGIA SONO TUTTI LEGATI
I luoghi urbani di Foggia rimbalzano da uno all’altro, senza salti senza ritorno. Ogni luogo è un fulcro centrale, perché tutti legati da fili conduttori, senza grandi impedimenti.
La Piazza Cavour – Piazza della Fontana del Sele – è esemplare in tutto questo, con un ruolo in tal caso essenziale per il movimento del tutto. Potremmo definirla spazio principale, senza togliere molto alle altre piazze e luoghi urbani. Una funzione non sostitutiva, ma omologa all’antico Piano delle Fosse.
[Trovo difficoltà ad individuare i luoghi significativi della città attraverso la toponomastica urbana, con nomi usuali che stanno ovunque in ogni Città italiana, che annullano, in effetti una semiotica urbana più significativa rispetto ai simboli, le tradizioni, le identità locali. Alcuni luoghi particolari dovrebbero a mio riferirsi all’immaginario e alla memoria collettiva, per ricordare, riconoscersi nuovamente, pur mantenendo i sottotitoli originari. Per esempio: piazza della Fontana del Sele – sottotitolo piazza Cavour…., piazza Dogana – sottotitolo piazza XX settembre…]
La piazza della Fontana del Sele rappresenta la vera girandola urbana, ancora oggi motore principale. Da essa si dipartono i principali raggi urbani più attivi verso l’interno della città, regolandola e valorizzandola. Con le strade più rappresentative, i viali, i corsi, verso la città anulare esterna. E soprattutto viceversa. La piazza della Fontana del Sele è una calamita: spontaneamente siamo attratti da essa.
Uno di questi raggi è, però, diversamente solidificato e caratterizzato come direttrice verde lineare lunga: la Villa comunale che è, in effetti un’asta simbolica, una vera metafora della Città radiale. Il colonnato del pronao neoclassico della villa sembra allungare la sua dimensione reale e filtrare, come per proteggere la metafora stessa, amplificandola.
Il raggio del Viale della Stazione, a sua volta è esplicitamente bi-direzionato, forse grazie alla monumentalità del Palazzo dell’Acquedotto pugliese. Il verso contrario, dalla Stazione alla piazza, è quello che mette in netto risalto la foto. Tutto il «meccanismo» urbano, infatti, qui nella foto sembra avere origine dal piazzale della Stazione, come una volta. Anche se il modello ottocentesco aveva ribaltato il modello foggiano, re-impostando il tutto come Stazione «terminale», verso orizzonti infiniti. Oggi un nuovo contrario, dalla Stazione alla Città, per dimostrare ancora una volta la capacità di Foggia nello scambiare i suoi ruoli. Il concetto della girandola ritorna.
FOGGIA CITTÀ DENSA
Guardando dal basso la foto immagino, fantasticando ovviamente, la sagoma di una chiavetta che apre scatolette misteriose, per aprire, a ritroso questa volta, la Città, per scoprire che c’è dentro. La chiavetta viene proiettata dalla Stazione e spazio antistante, verso la Fontana del Sele (doveva essere provvisoria come la Torre Eiffel!), che, a sua volta e a giro con una sorta di effetto stella, volge verso l’alto della foto, dritta dritta in direzione del palazzo della Fondazione Maria Grazia Barone, altro luogo con antistante spazio urbano principale interno: non terminale, perché il giro continua!
Corso Giannone (quale altro simbolo semiotico per questa rappresentativa direttrice?), dalla parte superiore della piazza della Fontana del Sele si apre a “forchetta” aumentando l’effetto di irraggiamento diffuso verso il tessuto urbano soprastante. Le strade parallele della “forchetta” sono strade urbane ordinarie o alberate. Strade/viali da rivalutare, nel loro insieme o specializzandole differenziandole. Con particolare riguardo alla strada del Mercato Rosati, a questo punto da caratterizzare definitivamente come struttura/mercato vera e propria, con strutture fisse, semi-fisse copertura longitudinale trasparente, eccetera (visto che la struttura che doveva ospitarlo, in piazza Padre Pio ha ceduto ormai il posto ad uno dei tanti palazzoni.
Ai lati di questa lunga asta Stazione/Barone, mediata dalla Fontana del Sele, si sviluppa una città densa, che “si apre come un fiore a primavera” diceva il poeta. Una piazza dopo l’altra (come un mantice che respira insieme a noi), ripetendo lo stornello della musica urbana foggiano, srotolando la vita stessa della Città e nostra.
Dalla parte destra della foto la piazza della Fontana del Sele dialoga, a filo diretto, con la piazza Giordano, oggi con una direttrice pedonale che poteva anche non ripetere l’immagine della strada rotabile. Quindi biforcandosi, da una parte, verso la piazza della Dogana e piazza della Cattedrale/nucleo principale del Centro antico. Dall’altra, verso il Centro antico della prima Dogana e piazza Federico, e, forse, verso l’ingresso ipotetico del Palazzo imperiale federiciano. Il Triangolo d’oro, quello che è sempre stato considerato il vero nucleo centrale della città moderna.
Il gruppo scultoreo di piazza Giordano è una sceneggiatura viva, che ha interpretato in modo assai originale la piazza e ha ripetuto il senso dinamico della stella a cinque punte della Fontana del Sele. Ripetere lo stesso concetto in altri luoghi urbani sembrerebbe banale, ma non tanto, se si riconsidera il protrarsi del movimento,urbano generale. I rimandi da uno spazio (piazza) all’altro, sarebbero, in tal caso, intesi non come coaguli spaziali, ma come “fluidi” che scorrono.
La città in questo modo resterebbe della magica situazione di apparire concentrata e dilatata al tempo. Una città che continua a restare vicina e sempre presente al nostro immaginario collettivo.
FOGGIA E LA TRANSUMANZA, UN UNICUM ITALICO
Dall’altra parte del Centro antico (fuori dalla foto, ma con una presenza comunque avvertita) c’è la sequenza del Cappellone della Chiesa delle Croci, a ricollegarci a quella parte di storia del nostro grande territorio rappresentata dalla Transumanza, che aveva una sua peculiarità unica: quella di guardare ed aprire ad una dimensione e scala di territorio inusitato, superiore a qualsiasi area vasta immaginabile. Unicum italico.
Dalla parte sinistra della foto di Geppe, sempre prendendo a riferimento l’asse Stazione/Barone, si nota la rotazione del contesto dell’ex-Tribunale, oggi Università (ottima scelta), rispetto alla maglia urbana principale. Parallela alla linea regolativa della Villa comunale, comprende l’intero quartiere di via Galliani fino al Palazzo degli Studi e all’Istituto Altamura, riportando l’elica della Città ad una ordinaria ortogonalità, che sembra un nostro sistema originalissimo cardo-decumano.
Appartiene a questa rotazione urbana, a sua volta con funzione di cerniera, la importante Piazza Italia, dove la vocazione prevalente potrebbe diventare prevalentemente “universitaria”, (la semiotica urbana richiederebbe, in tal caso, un doveroso nome aggiunto, che potrebbe essere quello di piazza dell’Università e sottotitolo «piazza Italia». Perfetto!).
Per me è una piazza anche romanticamente personale: è il grande spazio dove ho vissuto da ragazzo, abitando al Palazzo delle Statue, che troneggia sul lato strada principale, e con gli altri tre lati impegnati da altrettanti Edifici rappresentativi: il Palazzo degli Studi, la ex-Caserma Miale da Troia (prossimamente Sede dell’Università), l’ex-Tribunale (oggi già Sede dell’Università).
Dal balcone centrale in alto del Palazzo delle Statue, mia Madre ci guardava costantemente giocare con le biglie nella piazza alberata da pini densi, ed andare a scuola al Palazzo degli Studi, dalle medie al Liceo. Per me la sua voce che rimbalzava nella piazza vuota di traffico e persone rimarrà sempre come una musica che gira.
I pini di piazza Italia sono stati piantati quando avevo circa 4 anni, sono cresciuti più velocemente di me, e sono stati tagliati prima di me. La cosa mi addolora. A quando una legge di piantare e tagliare alla pari? (Foggia infuocata ha bisogno di alberi su alberi. Possibilmente a grande chioma!).
Nella foto è evidente la macchia nera (foto in bianco e nero) dei pini folti e fitti dei famosi Giardinetti di piazza Italia, dove i giovani foggiani si raggruppavano festosamente tutte le sere. Erano più numerosi i pini o i ragazzi? Non lo saprò mai.
Quando la piazza è stata modificata in chiave moderna (pavimentazione disegnata e prevalente, alberelli radi e timidi, anche il gruppo scultoreo del Monumento ai Caduti si sente solo e triste), i ragazzi sono emigrati in toto nella piazza della Cattedrale, ristabilendo una relazione con il Centro antico (la testa del cavallo). Meno male, salvo la fuga di molti residenti, perché i giovani esprimono la loro gioia vociando.
Che novità porterà la nuova piazza dell’Università (piazza Italia)? Le sue direttrici sono aperte ad altre connessioni altrettanto importanti. Salvo la interconnessione con la Città centrale dietro il Palazzo delle Statue (la forchetta), dalla parte opposta la piazza guarda agli Edifici dell’ex-Istituto ippico (ancora Università), e poi al nuovo Parco verde (archeologico) delle Diomedee, e poi alla Fiera rimodulata (non più, purtroppo, quello che era stata a scala nazionale), e poi la Cittadella dell’Economia…e poi…
Tutto a portata di mano, con vocazioni multiple integrate, con balzelli di vicinanza reciproca, come detto.
A guardare bene l’intero sistema urbano trasversale, da sinistra a destra come scorre nella foto, sembra riconoscere un segno urbano diverso, riconoscibile alla grande scala, che emerge dalla massa irregolare ma continuo nel tessuto generale della Città, che corre, a zig zag, come una rottura sapiente di ritmo trasversale, per mettere in risalto i mutamenti della trama dinamica. Forse segna la discontinuità nata dalla vecchia Strada statale n.16-Adriatica passante che ha facilitato, il percorso dorsale costiero Adriatico, poi seguito dai canali della mobilità nord sud e viceversa.
Attorno al Centro antico, come la storia di Foggia tramanda, si erano formate le zone di emergenza dopo il terremoto del 1731: i quartieri settecenteschi, con forma irregolare, comunque congruente con la flessuosità delle linee esterne allo stesso centro antico. Soprattutto determinate dalla rete tratturale interna, ed immediatamente esterna allo stesso centro antico.
QUELLE PERIFERIE NEL CUORE DI FOGGIA ANDREBBERO RECUPERATE
Sono aree che creano oggi il cruccio dell’attuale degrado urbano. Forse non a piena ragione, perché abbandonate a loro stesse da tempo immemorabile. Qualcuno ha evidenziato l’assurdo concetto che la periferia di Foggia sta proprio nel cuore della città, con vere periferie peri-urbane relativamente decorose e non del tutto staccate dal centro.
Nella foto, una di queste aree settecentesche (la più grande) sembra quasi una grande bolla informe, un tessuto molle indifferenziato, che sembra lasciare libere le linee urbane di epoca più recente, senza spingere, o deformare. Con rispetto, in attesa anche loro, di una giusta considerazione generale. Non per essere tagliate come rami secchi.
Sono aree fitte, con maglie strettissime, comunque non senza una logica. Del loro tempo, ma anche, probabilmente, disponibili a nuova fantasia. Sono un retaggio storico della città, di cui non vergognarsi, ma, al contrario, un segno che non deve essere scambiato con i palazzoni o i grattacieli (assurdi, per il territorio piano in cui sorge Foggia) di una modernità omologata a scala planetaria. Anche questo è un senso di ambientalismo urbano.
Gerarchia sapiente di tracciati non intrecciati, a pettine delle stradine, ciascuna con una sua funzione di stare all’esterno per vivere all’esterno. Con relazioni sociali (i vani-soggiorno residenziali spostati fuori, nelle stradine protette da traffici impertinenti) che oggi non esistono più, visto che la nostra socialità è solo sul ballatoio delle scale, negli androni, e negli spazi di incontro condominiali per litigare.
Alle discussioni di qualche decennio fa sul loro recupero, si sono accesi vari dibattiti e ipotesi demolitrici e in gran parte sostitutivi, per amore di un decoro spesso solo convenzionale.
Sono sommessamente convinto che andrebbe perseguito un loro più intelligente recupero, come edilizia identitaria da valorizzare. Ricomponendo i cubetti-moduli con una loro ri-aggregazione consapevole in nuovi contesti urbani collettivi. Come nel tempo gli stessi originari, non abbandonati a loro stessi ovviamente, avrebbero comunque potuto fare.
Con le dovute proporzioni anche la città di Matera aveva deciso di eliminare i Sassi come elementi disdicevoli…e poi…
La foto non mostra la Città per intero, ma quello che si vede e già sufficiente a capire l’intero, sia intuendo quello che sarebbe stato lo sviluppo urbano successivo (forse anche perché scontato, con minore fantasia dell’originario), sia lasciando presagire come la stessa città si sviluppa al sito immediato esterno, ed anche riguardo al territorio profondo.
La città compatta ad anelli concentrici e radiali, lunghi inter-territoriali, all’esterno continua a riprodursi allo stesso modo. Questa è una peculiarità foggiana che non va sottovalutata, che anzi rappresenta l’assoluta originalità della città-territorio Foggia, in risorsa identitaria, che non dovremmo mai scambiare con valori globali falsi.
Anche l’anello della circonvallazione anulare (ANAS) a media distanza (peri-urbana), realizzata non molti decenni fa, ha confermato l’aggregazione storica anulare della Città, salvo modesti fenomeni di diffusione radiale tutta interna, tra il circuito ANAS e la Città stessa.
Il vero e proprio inceppo alla storica morfologia anulare-radiale della Città di Foggia è stata la realizzazione, al tempo imposta da logiche generali nazionali, di un quartiere eccentrico a sud della stessa città: il CEP, in termini intenzionalmente «autosufficiente», secondo modelli allora in voga, ripetuti in varie città medie.
Un modello, oggi diremmo «espulso», sfociato in un’edilizia economica e popolare segregata, dotata solo dei servizi essenziali. Forse per evitare che altri servizi di integrazione superiore, potessero intaccare la presunta polarità autonoma, contagiando quasi la falsa urbanità di allora.
Ed invece, la città di Foggia, attraverso un proprio organico PRG del tempo (Rutelli), ha integrato e ricongiunto la Città compatta originaria alla sua propaggine verso sud. E questo ci ha spinto a ci spinge a guardare sempre con maggiore attenzione verso sud con modelli lineari, per noi non del tutto naturali.
Chissà perché noi meridionali, tutti, siamo tentati a privilegiare ogni sviluppo prevalente verso tutti i sud del nostro Sud. Un istinto quasi psicologico. Forse una rincorsa perenne verso il sole. O forse, ancora un retaggio culturale più antico, della cosiddetta città mediterranea.
Comunque sia, a mio avviso, l’atto di ricongiungimento/Rutelli ribadisce e conferma la sensazione che Foggia resti una città essenzialmente compatta, ora prettamente anulare-radiale. La città e il Quartiere CEP sono, in effetti, due anelli che si sovrappongono in parte, attorno al Rione San Pio X, il nuovo Parco delle Diomedee, la Fiera, la Cittadella della Economia. Occorre un rafforzamento di questa opportuna sovrapposizione, evitando ulteriori tentazioni di fughe verso sud.
Più esplicitamente evitando, come accennato, di farci omologare ai modelli urbani della globalizzazione imperante. Quella delle città medie che si stanno somigliando tutte, profittando della loro vanità a crescere, ad espandersi. Anche in questo la foto svela peculiarità, identità che andrebbero consolidate.
FOGGIA TANTE CITTÀ IN UNA
Nel caso di Foggia, occorre difendere il congeniale rapporto poliurbano equilibrato (la grande Capitanata policentrica), impostato a maglia urbana larga poli-urbana, non competitiva, privilegiando, invece, una essenziale vocazione di nodalità pluri-reticolare, piuttosto che di puntuale gerarchica. È del resto un pregio potenziale della città di Foggia «vicina» anche a scala territoriale vasta, differentemente da tante altre città «diffuse», che hanno inflazionato la risorsa territorio, fino al punto di avvertirle lontane. Foggia tante città in una. Spesso vado in altre Città di pari dimensione demografica alla Città di Foggia, nelle quali mi disperdo.
Gli storici Piani urbanistici di ampliamento e quello, in particolare, dell’ing.Cesare Albertini (Concorso 1931) avevano ipotizzato ed immaginato la città in uno scontato schema razionalizzante «a scacchiera», ma (scusate se volo di fantasia) Foggia ha reagito in modo indisciplinato, sia pure dentro una figura compatta, ma dinamica, al tempo stesso, continuando a «girare» e non stare ferma.
La dinamica di Foggia portata a muoversi è probabilmente l’effetto principale della antica Transumanza tratturale, che non solo ha lambito tangenzialmente la Città, ma la ha anche attraversata, vivificando il suo DNA, legato indissolubilmente ai valori della terra.
Non è una complicazione bloccante, ma, anzi, una conferma della antica forma della Città e della sua mobilità nervosa. Peccato che in alcuni punti la maglia ortogonale dei Piani urbanistici sopravvenuti, ha interrotto le sue linee flessuose interne. Senza comunque ancora perdere la logica complessiva dei tempi passati.
La resilienza di Foggia è allora un valore antico: la sua forza sta anche nella sua resistenza agli assalti della modernità globalizzante!
Il disegno fluttuante della città, in tutte le sue configurazioni, nonostante le ortogonalità imposte (quasi sempre trasformate in linearità a pettine), sembra che sia stata la vera salvaguardia della intera storia della città, della sua identità. Che, per quanto detto, potrebbe essere sempre recuperata, non distrutta, né sostituita.
Foggia ha tante possibilità e risorse ancora intatte, sia pure degradate, ma recuperabili per essere riportate a nuovi concetti di modernità originale. Per confermare, e ri-costruire senza snaturare, una sua identità aggiornata ma sincera, particolare, singolare, unica. Evitando di scimmiottare le città globali tutte eguali.
Questo mio modo, semplificato ma reinterpretativo, di leggere la trama spaziale identitaria di sempre della città di Foggia — al tempo stesso concentrata e dilatata — mette in risalto le sue lunghe braccia e i suoi movimenti rotatori.
Mi fa pensare, forse impropriamente, all’urbanistica barocca, non troppo distante da quella neoclassica o ottocentesca, per l’analoga tendenza a stabilire rapporti brevi e lunghi tra i diversi episodi edilizi più rappresentativi, collegandoli attraverso viali alberati o direttrici di immediata connessione visiva.
Tali trame hanno poi, in un certo senso, subìto la logica razionalista del Novecento che, soprattutto in campo urbanistico, ha ridotto la fantasia localistica, sostituendola con modelli universali: il contrario, dunque, dell’originalità della città e dei suoi territori.
Nel caso della vasta fascia periurbana di Foggia, pur immaginando nel tempo alcuni allargamenti territoriali — i sobborghi e i borghi rurali disposti ad anello — si è finito per privilegiare modelli di inurbamento che, pur senza voler negare i loro meriti, non hanno saputo guardare alla logica di una città capace di realizzare i propri presupposti identitari in autentica simbiosi con il territorio.
Il mancato riconoscimento di questa visione generale, così profondamente pertinente alla città di Foggia, ha prodotto un’attesa infinita: quella dei borghi, ancora oggi abbandonati a se stessi.
Eustacchio Antonucci


