Il Castello del Diavolo, gigante dimenticato del Tavoliere

L’amara «damnatio memoriae» che ha colpito Foggia Imperiale non ha risparmiato nemmeno il Castello di Ponte Albanito, che costituisce la tappa odierna del nostro «tour della nostalgia» alla riscoperta della bellezza che abbiamo perduto.

Le foto che regaliamo agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane (le trovate in galleria alla fine dell’articolo) sono quelle pubblicate da Romolo Caggese nel suo Foggia e la Capitanata, edito nel 1910 dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo.

Il tono con cui lo scrittore e insigne storico originario di Ascoli Satriano accompagna la sua fugace visita ai resti del castello, mentre è in viaggio verso Troia, è come sempre evocativo e accorato:

«Ecco là, verso la strada ferrata, il castello di Ponte Albanito, immenso scheletro abbandonato alla campagna brulla, testimone delle stragi saracene, dell’imperio di Federigo e del guelfismo bigotto e feroce dei primi Angioini. I suoi archi richiamano stranamente al pensiero i frammenti delle vecchie mura di Roma e degli acquedotti onde i Romani scavarono le viscere della terra. Come la fortezza di Lucera, essa serve oggi alle mandre ed ai pastori!»

Osservando più di un secolo dopo, le cose per il castello lucerino sono andate decisamente meglio rispetto a quello foggiano, oggi classificato dalla Carta dei Beni Culturali della Puglia come un imponente rudere, che non ha però perduto la sua antica, misteriosa bellezza.

«La parte superiore del castello è completamente in rovina – vi si legge. – Lungo le cortine murarie, in alcune parti, sopravvive una modanatura a toro. All’interno, nelle zone ancora accessibili, è possibile vedere soffitti a botte e archi a tutto sesto che sormontano le aperture di porte e finestre.»

All’epoca di Federico II il castello era una domus, cioè una residenza fortificata destinata – anche per la sua posizione nevralgica – a garantire la mobilità e il controllo federiciano sul Tavoliere.

Gli storici lo definiscono un vero e proprio palinsesto, capace di documentare la stratificazione storica e funzionale del potere statale in Capitanata attraverso tre distinte epoche. Dopo la fase sveva (XIII secolo), il castello subisce le devastazioni dei conflitti post-svevi durante la transizione angioina (XIII-XIV secolo), ma viene almeno in parte recuperato, come testimonia la data MCCCXXXX (1340) incisa sul torrione. Nella successiva età aragonese (XV-XVIII secolo) viene invece integrato nel cuore del sistema economico statale, diventando una locazione della Dogana della Mena delle Pecore.

Un pezzo importante della storia del Tavoliere che avrebbe meritato — e merita tuttora — interventi di tutela e valorizzazione. Il castello resta infatti una testimonianza materiale e documentale fondamentale della centralità della Capitanata nella storia politica, militare ed economica del Regno di Sicilia e poi di Napoli.

Le fotografie pubblicate da Caggese, che già nel 1910 ritraevano un immenso scheletro, sono senza dubbio suggestive. E forse si farebbe ancora in tempo — non certo a salvare il castello — ma almeno a restituire ai suoi resti la dignità storica e culturale che meritano.

Nella tradizione popolare è conosciuto anche come Castello del Diavolo o dei Diavoli, ma nessuno ne conosce con precisione la ragione. Torneremo sull’argomento.

Come sempre, offriamo agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane le immagini in tre versioni distinte: l’originale in bianco e nero restaurato digitalmente, la versione colorizzata con gli algoritmi dell’intelligenza artificiale e una versione artistica.

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La facciata del Castello, b/n restaurato. In apertura la versione colorizzata
La facciata del Castello, in versione artistica
Castello di Ponte Albanito con le torri angolari, versione colorizzata
Castello di Ponte Albanito con le torri angolari, versione b/n originale
Castello di Ponte Albanito con le torri angolari, versione artistica
Castello di Ponte Albanito, particolare ( versione colorizzata)
Castello di Ponte Albanito, particolare ( versione in bianco/nero)
Castello di Ponte Albanito, particolare ( versione artistica)
Castello di Ponte Albanito, particolare ( versione colorizzata)
Castello di Ponte Albanito, particolare ( versione in bianco/nero)
Castello di Ponte Albanito, particolare ( versione artistica)

Le precedenti puntate del «tour della nostalgia»:

 

Author: Geppe Inserra

3 thoughts on “Il Castello del Diavolo, gigante dimenticato del Tavoliere

  1. Leggere questo articolo mi ha colpito in modo particolare. Per anni sono passato a poche centinaia di metri dal castello durante i miei frequenti allenamenti in bicicletta verso Montecalvello, senza mai accorgermi davvero della sua presenza. Da lontano credevo fosse una grande masseria. Le foto del passato mostrano già i ruderi di un castello, e oggi la situazione sarà sicuramente peggiorata. Un peccato, perché con la lenta scomparsa delle sue tracce si perde anche un frammento importante della storia della nostra Capitanata.
    Il suo valore non è solo architettonico, ma anche simbolico: un luogo che racconta secoli di potere, economia, vita quotidiana e trasformazioni del Tavoliere. Un “palinsesto”, come ricordato nell’articolo, che avrebbe meritato e merita ancora interventi di tutela e valorizzazione.
    Alla prima occasione cercherò di visitarlo: vedere da vicino ciò che resta è un modo per rendere omaggio a una memoria che rischiamo di perdere.
    Un grazie sincero a Geppe Inserra per riportare alla luce questi pezzi di storia, ricordandoci quanto la Capitanata sia ricca di testimonianze che spesso ignoriamo, ma che meritano di essere conosciute, raccontate e custodite.

  2. Mio figlio Vincenzo Baratta ha fatto uno studio importante sul sito in oggetto. Si è documentato e studiato varie scritture storiche. Ha realizzato un disegno a mano, e uno al computer, di come poteva essere il castello quando fu costruito. Ha anche un vasto repertorio di foto scattate negli anni, finanche per tutta l’area storica che riguarda Albanito. Ovviamente il tutto attenendosi scrupolosamente alle fonti storiche.

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