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Sei lavoratori pugliesi su dieci hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Lo denuncia un’indagine dell’Osservatorio Futura e della Fondazione Di Vittorio per conto di Cgil Puglia, che l’ha presentata a Cerignola, in occasione delle celebrazioni del 68° anniversario della morte di Giuseppe Di Vittorio.
Sono stati raccolti 853 questionari on line, da cui è emerso un campione sufficientemente rappresentativo ed indicativo della sempre più critica questione salariale pugliese.
Lavoro povero e lavoro precario rappresentano le due facce d’una medaglia che lascia poco spazio all’ottimismo.
Solo il 52% degli intervistati può contare su un lavoro a tempo pieno e su un contratto a tempo indeterminato: il resto è sparso nella galassia della precarietà: tempo indeterminato part-time (6%), tempo determinato full-time (18%), tempo determinato part-time (8%), contratto a progetto (1%), collaborazioni (3%), rapporto interinale (4%), altro (5%).
Non ci sono sostanziali differenze tra lavoratrici e lavoratori. Tra quanti dichiarano un lavoro full time con contratto a tempo indeterminato le donne sono in misura leggermente maggiore rispetto agli uomini (52% contro il 48%). Così pure non emergono differenze particolari per quanto riguarda le fasce d’età, che si sovrappongono alla composizione del campione. Per quanto riguarda gli occupati full time a tempo indeterminato, il 47% ha più di 55 anni, il 32% è compreso nella fascia d’età 35-55 anni, il 21% ha un’età inferiore ai 35 anni. Più o meno lo stesso rapporto è mantenuto per gli altri tipi di contratto.
Anche la composizione merceologica dei settori in cui sono occupati gli intervistati conferma l’attendibilità del campione: il 10% è occupato in agricoltura, il 17% nell’industria manifatturiera, l’8% nelle costruzioni, il 15% nel commercio, il 26% nei servizi, l’8% nella sanità e nell’assistenza sociale, il 5% nell’istruzione e nella ricerca, l’8% nella pubblica amministrazione, il 3% in altro.
Le note dolenti arrivano quando si passa alla quantificazione dei salari. Il 23% ha dichiarato di percepire meno di € 1000 al mese; il 16% tra € 1.000 e € 1.199; il 36% tra € 1.200 e 1.799. Tenuto conto che lo stipendio medio mensile viene stimato tra € 1.700 e € 1.850 al mese, questo significa che ben il 75% degli stipendi o dei salari pugliesi risulta inferiore alla media nazionale. Il 17% ha risposto dichiarando introiti compresi tra € 1.800 e € 2.999, solo l’1% oltre gli € 3.000, il 7% ha preferito non rispondere.
Date queste cifre, si può capire perché il 58% degli intervistati abbia dichiarato di non essere in grado di arrivare alla fine del mese senza grossi problemi. A vivere la condizione economica più difficile sono le donne che rappresentano il 53% di quelli che non ce la fanno.
Alla domanda sul grado di soddisfazione rispetto al proprio salario il 64% si è dichiarato insoddisfatto o molto insoddisfatto. Solo il 31 % soddisfatto o molto soddisfatto, il 5% né soddisfatto, né insoddisfatto.
Molto preoccupato il commento di Gigia Bucci, segretaria generale Cgil Puglia:
«L’indagine mette in luce una vera e propria emergenza salariale.
La Puglia cresce in termini di quantità di lavoro, ma arretra sul piano della qualità: prevalgono occupazioni sottopagate, che mettono in discussione il diritto a una vita dignitosa, uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione.
La ricerca conferma che nella nostra regione si sviluppa soprattutto lavoro precario, concentrato in settori a basso valore aggiunto, spesso part time o stagionali, e che la crisi colpisce in modo particolare donne, giovani e migranti.
Come organizzazione stiamo lavorando con tutte le categorie e i territori per presentare ai candidati alla Regione un documento, che rimette al centro le grandi questioni del welfare e dell’industria.
La Puglia, infatti, sta perdendo manifattura e lavoro qualificato, con il rischio di un progressivo impoverimento del tessuto produttivo.
A ciò si aggiungono le criticità legate alla formazione, alla sanità e al necessario contrasto alle povertà: oggi un cittadino su quattro vive al di sotto della soglia di povertà.
Sul piano demografico, il quadro è altrettanto allarmante: negli ultimi dodici anni la nostra regione ha perso oltre 200.000 giovani, un’emorragia di energie, competenze e forza lavoro che indebolisce il futuro stesso della Puglia.
Stiamo andando incontro a una Puglia che decresce non solo economicamente e produttivamente, ma anche socialmente e demograficamente.
È il momento di una svolta profonda, che rimetta al centro il lavoro dignitoso, la qualità dello sviluppo e la giustizia sociale.»
